Frontiere [14] di Luca Bonisoli

HEMPHILL COUNTY 1880

“Chiunque abbia vissuto abbastanza da capire cosa sia la vita,
sa quale profondo debito di gratitudine dobbiamo ad Adamo,
il primo grande benefattore della nostra razza.
Egli portò la morte nel mondo.”
(Mark Twain)

 Si riconobbero al primo sguardo. Jesse sorrise, lei arrossì. Clay Allison invece s’infuriò.

Nella Contea di Hemphill, nell’estremo nord del Texas, il caldo di luglio del 1880 stava annebbiando la vista del capo carovana. Non ce la faccio più. Questo caldo è insopportabile. Anche se lo ripeti ogni minuto non passa. Impiccati.

Partiti mesi addietro nel gelo di gennaio da New York City avevano passato Pittsburgh, Columbus, Indianapolis, Saint Louis e poi giù verso Springfield, Oklahoma City in direzione Amarillo e Albuquerque. La frontiera della California attendeva il gruppo di giovani coloni provenienti dalla Svezia: ogni città un mese di lavoro per mettere via i soldi e i viveri per il tratto successivo. Contavano di arrivarci per l’anno nuovo.

Sulla pista per Amarillo si erano fermati a Shamrock, posta obbligata prima dell’ultimo tratto. Avevano scambiato i ventisei dollari e cinquanta che gli erano rimasti con provviste per un mese, e la promessa di una guida. Jesse, che aveva appena terminato di guidare un gruppo Scout che non conosceva la zona a nord di Albuquerque, era sceso a Shamrock. Si propose ai coloni. Questi lo squadrarono diffidenti. Non sono un indiano. Sono solo nato brutto. Risero, e lo ingaggiarono con la promessa di dargli dieci dollari dopo aver lavorato un mese ad Amarillo. Va bene. Mangerò con voi. Partiamo tra una settimana.

Una settimana? Sette giorni. Perché? Devo andare su a Canadian. È importante? Devo incontrare una persona. Una donna? Troppe domande. Piuttosto, hai una sega da legno?

Cinquanta miglia di campagna, attraverso proprietà vaste, nessun albero a fare ombra, e zanzare. Un giorno di cavallo, una notte vicino al fuoco a sudare, un altro giorno ancora prima di arrivare. Ma era necessario.

Quegli occhi e quei piccoli seni che a sedici anni l’avevano turbato incastonavano oggi una donna matura. Quando ventitré anni prima era fuggito, tutto era  rimasto un discorso sospeso. Per sé stesso e per lei. Aveva suonato la campanella del ranch appena fuori Canadian, di ritorno dal giro con gli Scout, per chiedere il permesso di abbeverare il cavallo e avere dell’acqua fresca per lui, e la porta s’era aperta: l’aveva riconosciuta. Aveva sentito il suo odore, e l’aria farsi ancora più calda. Sarah? Sei tu?

Era lei.

Clay Allison aveva portato sua moglie in un ranch a sud di Canadian dopo averla comprata dal padre, se così si può dire, anni prima in cambio di una discreta somma di denaro. Sarah aveva accettato lo scambio, non ne poteva più di vivere nella squallida El Paso. È vero che Clay era un prepotente, un manesco, un attaccabrighe di primissima categoria. Ma aveva occhi azzurri come acquamarina, un portamento imperioso, un sorriso diabolico. Le piaceva. Aveva molta fiducia nelle sue doti di domatrice di uomini e non era interessata alle mammolette arricchite che anche in quei territori disgraziati e violenti cominciavano ad arrivare. Il padre era anziano e aveva cominciato a bere. La madre morta di parto. Il futuro un tempo verbale. Disse di sì, e dopo nemmeno un mese era già sul carro assieme a suo marito.

La domatrice di uomini, che scelse per gioco la via più breve, si trovò ben presto a soppesare ogni sera l’errore più grande della sua vita. Scoprì di essersi sposata con un ex membro del KKK, essendo originario del Tennessee da cui dovette fuggire per aver ucciso un caporale del III° Reggimento dell’Illinois. Seppe che aveva ucciso in un duello al coltello il suo vicino di ranch per una futile lite per una pozza d’acqua. A Elizabethtown, dopo essersi ubriacato, era entrato nella prigione e aveva legato un cappio a un detenuto accusato di omicidio, l’aveva trascinato per strada fino a farlo morire. Gli aveva tagliato la testa e l’aveva infilzata su un palo proprio di fronte al Lambert’s Inn. Era dovuto fuggire da quella città aprendosi la strada a revolverate. Una gli era finita sul piede e si era azzoppato da solo.

Quando quel giorno Jesse l’ebbe riconosciuta e chiamata per nome, capì che era il momento di tacere. Sulla porta aveva fatto capolino Allison e la meraviglia negli occhi verdi di ragazzina cresciuta aveva lasciato il posto alla malinconia e alla paura. Chiese acqua per il cavallo, e Clay gli fece segno di andare a prendersela alla pompa, poche yarde dietro la stalla. In mano aveva uno Spencer, e lo seguiva con lo sguardo. Fece bere il suo baio, riempì l’orcio di acqua pulita, ringraziò, salutò e si rimise in sella direzione Shamrock. La storia non sarebbe finita lì, però.

Una settimana dopo, cinquanta miglia di campagna torrida e umida in due giorni e una notte per giungere di nuovo al ranch. Non poteva lasciare quegli occhi nella tristezza. Aveva ucciso due Mescaleros da ragazzo ed era dovuto fuggire da El Paso. Sarah era una sua responsabilità. Legò il cavallo un miglio dalla staccionata e fece le ultime cento yarde aggirando da dietro le stalle. Era mattina presto e si aspettava di vederla di nuovo uscire col pitale in mano. Con la coda degli occhi vide le tende bianche della casa muoversi. Si fermò. Dopo qualche minuto riprese a muoversi. Fosse stato Clay lo Spencer avrebbe già cominciato a cantare la sua marcia funebre. Probabilmente Sarah lo aveva visto. Forse lo aspettava, o sperava di vederlo arrivare. Camminò leggero sino alla rimessa, si guardò in giro, aprì la porta ed entrò.

Tre giorni dopo la carovana degli svedesi ripartì da Shamrock in direzione Amarillo, Jesse era in testa col suo baio. Una lunga scia di polvere s’alzava dalle ruote dei Conestoga, che picchiavano duramente nelle buche di quelle piste dissestate. I carri erano pericolosi se s’inclinavano. Potevano ribaltarsi e schiacciare col loro peso chi ci stava sopra. Non era un evento raro.

Il destino volle che proprio in quei giorni a quello di Clay Allison si ruppe di netto l’asse anteriore durante una curva percorsa a forte velocità. Il carro si capovolse e lo schiacciò uccidendolo sul colpo. Sarah disse che si era messo a inveire contro un mezzosangue che si aggirava nelle sue terre, e che aveva preso il carro per inseguirlo e accopparlo con le sue mani. A Shamrock conoscevano il temperamento di quell’uomo, nessuno disse nulla. Nemmeno al funerale.

Sarah pianse soltanto quando vide le scie che le ruote dei carri avevano lasciato a terra sulla pista verso Ovest. Giurò a sé stessa che l’avrebbe trovato.

Jesse, nel frattempo, si arrotolava una sigaretta aspettando un piatto di fagioli e patate e una tazza di caffé. Si sentiva di pessimo umore, e gli svedesi gli giravano al largo.

© Luca Bonisoli, 2018

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