Frontiere [1] di Luca Bonisoli

©Navajo boy, Carl Moon, 1904

ARIZONA 1879

Frontiera

Linea immaginaria
tracciata dove finisce il piede certo e sicuro,
la cui sola esistenza garantisce unità all’uomo, comunità d’intenti,
è la frontiera.
Tracciata sul nulla con l’unico scopo di essere superata,
spostata oltre e ricollocata, solo essa è garanzia di sopravvivenza.
Togli alla cellula la sua membrana e si disgregherà.

(C. Cazzaniga)

Jesse Bozeman non rideva mai. Dieci anni prima quando aveva quattordici anni l’aveva fatto mentre fuggiva dalla Missione della Navidad de las Cruces e si era trovato in mezzo al deserto della Sonora con la gola riarsa. Ridere l’aveva quasi ucciso, quindi aveva smesso e aveva imparato a tenere la bocca chiusa. Questione di sopravvivenza.

Fumava volentieri il tabacco della Virginia ma non beveva molto. Troppo caldo. Si commuoveva quando ascoltava una chitarra e amava le donne. Però scopava come scopano i cani, in fretta e furia, perché sentiva l’urgenza di rivestirsi e scomparire subito dopo. Una puttana una volta gli chiese se era stato un orfano. Sì, dalla nascita, e forse anche un po’ prima.

Si guadagnava da vivere guidando piccole carovane di pionieri sulla sua pista, la “Bozeman trail”, da Fort Wingate a Flagstaff. L’aveva scoperta anni prima per caso. Stava scappando da un gruppo di ragazzini Navajo indemoniati, ed era finito per arrivare a Winona senza quasi accorgersene, giungendovi da nord est. Pionieri: chi arrivava primo si aggiudicava le terre migliori, e la sua pista garantiva loro un risparmio di tempo di qualche giorno.

Odiava quella gente coi soldi cuciti addosso che aveva venduto tutto in cambio di un Conestoga disastrato, che figliava sulla pista e seppelliva i morti nella sabbia rovente, che battezzava i neonati con lacrime e saliva perché l’acqua serviva ai cavalli ed era troppo preziosa. Non sopportava il loro odore, che sapeva di paura, ansia e cattiveria. Ma lo pagavano, e quindi che s’impiccassero.

Un giorno, nel luglio del 1879, si trovava poco dopo Klinichee, in mezzo al nulla e lontano da ogni pozzo, assieme a una carovana di grassi e avidi cittadini dell’est a cinquanta miglia di deserto da Flagstaff. L’avevano pagato bene e aveva accettato.

Quel giorno, però, accadde l’imprevisto. Erano molti mesi che non li vedeva. Non se li aspettava.
Navajo.
Ferma i carri, che succede, zitto. Che succede per Dio, silenzio ho detto, cosa cazzo c’è? Navajo, tenete la bocca chiusa. Dove? Là. Cristo. Che facciamo? Torniamo indietro? Voi state qui, io vado da loro. Cosa? Sei impazzito? State qui, io vado. Non hai paura? Certo che ho paura, ma non dei Navajo. Ho paura di chi è disperato e affamato. Cos’hai intenzione di fare? Gli offro cibo. E se non torni? Torno.
Dieci minuti di cavallo al passo, con il cuore che gli batteva come un martello sull’incudine, e poi era arrivato. Quattordici guerrieri a cavallo, con un’età media di quindici anni, magrissimi, l’avevano aspettato senza muoversi. Tutti avevano un Winchester 73 in mano. Jesse si era fermato a una ventina di yarde e poi aveva parlato.
Sto portando quei carri a Flagstaff. Non vogliamo problemi, vorremmo passare. In cambio cosa chiedete?
Uno dei Navajo a cavallo si fece avanti di qualche passo.
Cibo, pemmicam. Noi abbiamo fame. Va bene, quanto ne volete? Noi fame. Villaggio fame. Quanto? Tutto.
Tutto.

Leggerissimo e quasi evanescente tornava alla carovana aspettandosi il colpo di fucile nella schiena. Era così che andavano queste cose. Passo dopo passo attendeva il rombo degli zoccoli dei cavalli lanciati. Nulla di tutto questo però avvenne. E si chiese perché.

Perché?
Hanno fame, vogliono solo cibo. Sono in quattordici e sono tutti armati di fucile. Quanto ne vogliono? Bugiardi! Selvaggi maledetti. Tutto il pemmican? Bastardi! È colpa tua Bozeman!

Uno sciame iracondo e ingrato, uomini senza cuore, senza onore e senza vergogna. Jesse ne aveva conosciuti troppi in fondo. Quindi decise il da farsi e, dopo essere sceso da cavallo e aver attraversato grida e insulti era salito sul Conestoga dei rifornimenti, scendendone dopo qualche minuto con due sacche gonfie. Le urla allora calarono, e poi si fece silenzio.

Due sacche. Solo due? Solo queste.
Molti volti ottusi annuirono.
Mentre trottava di nuovo verso i ragazzini Navajo si chiese solo se la sua intuizione fosse giusta. Il giorno calava e il caldo insopportabile stava allentando la morsa in quel pomeriggio rosso sangue del luglio del ’79. Quando arrivò di fronte ai giovani guerrieri prese le sacche e le appoggiò a terra. Il pellerossa che aveva parlato precedentemente si era fatto avanti, era sceso da cavallo, le aveva aperte e poi aveva guardato interrogativamente Jesse.

Perché?

Il perché era scritto nel crepuscolo color indaco del deserto e nell’aroma del tabacco fumato in sella, mentre da lontano arrivava il rombo degli zoccoli lanciati in battaglia e i colpi sordi di Winchester 73. Due sacche di cartucce calibro trenta-trenta per i giovani guerrieri, e che si conquistassero tutto il pemmican che volevano.

La frontiera stava scomparendo, lasciava solo miseria e fame mentre pionieri avidi e corrotti continuavano ad arrivare come una marea inarrestabile, schiacciando tutti i Jesse Bozeman di quel mondo. Era inevitabile, lo sapeva. Ma non in quel momento.

©Luca Bonisoli, 2017

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