Fantasmi [6] di Uduvicio Atanagi

© illustrazione di R.Rutigliano

© illustrazione di R.Rutigliano

QUELL’ESTATE CHE SIAMO MORTI

Dopo la bomba se ne sono andati tutti.
Fuori i palazzi sono vuoti, i grilli cantano lo stesso, i grilli non hanno paura delle bombe anche se dopo l’esplosione non hanno cantato per una settimana, chissà perché una settimana, dopo però hanno ricominciato.
Le luci fuori sono diminuite sempre di più, adesso ne sono rimaste tre o quattro, il palazzo è enorme, mi chiedo cosa succeda nelle stanze vuote, delle volte mi sembra di sentire il suono degli insetti che strisciano lenti, delle volte mi sembra di vedere dei fantasmi, i resti di chi viveva lì, le sue cose. Non dovrebbero esistere case vuote, le case dovrebbero sempre essere vive, non dovrebbero esserci stanze disabitate, si riempiono di fantasmi e dopo non puoi più tirarli fuori.
Il sole batte incessante, il quartiere sembra giallo, io ogni mattina mi siedo sul terrazzino e faccio colazione davanti al mondo giallo, c’è un uomo che veste sempre in giacca e cravatta, ha un cappello marrone, passa sotto la mia finestra e mi saluta ogni mattina, credo che sia un burocrate o un funzionario di banca, uno di quelli che sono rimasti. Non parliamo mai, non siamo più abituati a parlare anche se parliamo tanto da soli, parliamo tutti da soli, come fantasmi, perché quando stai solo per tantissimo tempo diventi un fantasma anche tu.
La scorsa estate la città era piena di vita, come ogni anno erano arrivati i turisti da tutto il paese, la maggior parte erano stranieri, tedeschi, francesi, giapponesi, australiani, i russi e gli americani lasciavano delle mance incredibili. Ci litigavamo su chi doveva servirli. A volte devo ammettere di essermi intascato dei pezzi da 100 e anche da 200.
Durante l’estate c’erano una serie di manifestazioni, a me piaceva la notte del patrono, la notte che il comune sparava migliaia d’euro di fuochi d’artificio, li sparavano sulla spiaggia, i boati rimbombavano ovunque ci vibravano nel petto e nel cuore, la notte si accendeva di colpo, i fuochi si riflettevano sul mare nero, delle volte mi veniva voglia di affogare. Alla fine sparavano tre colpi finali, tre colpi fortissimi che facevano tremare i vetri e che sembravano esploderti nel torace, quando sentivo gli ultimi tre botti il cuore mi batteva fortissimo come quando ti innamori, dopo rimaneva il boato che rimbombava nel cielo nero, che si rifletteva nel mare nero che faceva solo il rumore del mare, il rumore piatto, triste del mare.
La mattina faccio colazione lentamente, fuori si sente il suono del silenzio e il suono del niente, delle volte ascolto il vento, il vento sembra una voce che si infrange contro al rumore dei cereali. Mangiando i cereali fortissimo puoi isolarti dal mondo, dall’universo, puoi isolarti anche dal silenzio.
Il muro di casa mia è pieno di lucertole, le vedo sul terrazzo. A volte entrano dentro, le lucertole e gli insetti si vedono di più da quando è esplosa la bomba, si sono avvicinati lentamente, si sono sentiti liberi nella mancanza di suoni. Mi sono accorto di come è facile perdere tutto.
Certe volte la notte sento il rumore degli animali, non hanno più paura, non so che animali siano, una notte ho visto un cerbiatto, era bellissimo e calmo, la pelliccia brillava illuminata dalla luna come quelle luci che fa la luna quando riflette sulla pelle lucida delle lumache nel buio. Una notte ho visto una cosa grande e lenta muoversi nel buio, le case si sono svuotate, la città è rimasta disabitata, le stanze si sono riempite di fantasmi, le strade si sono riempite di mostri.

©Uduvicio Atanagi, 2016

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