Era una notte buia e tempestosa [1] di Andrea Brando

©wikimedia,The magic circle, by John William Waterhouse

© wikimedia, The magic circle, by John William Waterhouse

LE STREGHE DI BENEVENTO

Le vecchie erano brutte, sdentate e rugose, ma la ragazza scura di carnagione e dalla lunga chioma nera era allettata dalla loro offerta di un pasto caldo. Una delle due decrepite donne allungò una mano verso il neonato che la ragazza aveva al collo e quello si mise a strillare ancora di più.
«Vieni da noi,» disse l’altra «così evitate di inzupparti tu e la creatura tua.»
Poco prima era in effetti scoppiato un furioso temporale e stava piovendo a dirotto.
«E poi questa è notte di sabba» aggiunse la prima. «Se ti trovano le janare, si pigliano il piccirillo tuo e lo offrono a Satanasso. E se poi ti trova Apollonia, quella più cattiva, povera te.»
Era vero. Le montagne della Dormiente, vicino a Benevento, erano infestate dalle streghe (“janare”, nel dialetto del luogo). Neanche gli sgherri dell’Inquisizione avrebbero avuto il coraggio di aggirarsi su quei monti, in una notte di sabba.
La ragazza accettò l’offerta delle due megere.
La casa delle vecchie, che dicevano di essere sorelle, era un casolare di legno. Seduto vicino al camino, a scaldarsi al calore delle fiamme guizzanti, c’era un bambino vestito di stracci. Aveva sette anni, ma ne dimostrava meno, per via della sua magrezza eccessiva. La ragazza pensò che doveva mangiare assai poco.
«Quello è il nipotino nostro. Io sono la nonna…»
« … e io la prozia.»
«Purtroppo è orfano, l’abbiamo allevato noi. A proposito, e il padre della creatura tua? Dove sta? È in giro che vi cerca?»
«No, pure esso è morto, come i genitori di questo poverino.»
Le vecchie manifestarono il loro cordoglio, eppure dalle loro espressioni trapelava una certa soddisfazione. Scacciarono in malo modo il nipote dalla sedia accanto al fuoco affinché la ragazza vi si sedesse e si potesse così asciugare.
Presto fu pronta la cena. Il nipote non fu ammesso a tavola. Si dovette sedere per terra, con una ciotola riempita con qualche avanzo. In compenso, due grossi gatti neri, che fino a quel momento se ne erano rimasti nascosti in un angolo buio del casolare, balzarono sul tavolo, reclamando la loro parte di cibo. Le vecchie si affrettarono ad accontentarli.
«Le janare tengono sempre gatti neri» osservò la ragazza. Le sue due ospiti sogghignarono, senza replicare nulla.
Una delle anziane sorelle si alzò e tornò con del vino. «Qua non ci sta solo acqua» affermò compiaciuta. Riempì il bicchiere della giovane e la invitò con insistenza a bere.
«E voi non bevete?» domandò la ragazza.
«No, noi siamo vecchie, a noi il vino fa male. A te invece farà senz’altro bene. Bevilo!» Un tuono particolarmente forte fece trasalire le due arpie e la fanciulla, non vista, ne approfittò per rovesciare il contenuto del bicchiere a terra.
«Oh, già te lo sei scolato tutto? Che brava!»
«Pure il vino m’avete dato. Ma come vi ripagherò, signo’? Non tengo soldi…» Invero, la ragazza era sì di bell’aspetto e in salute, ma era vestita poveramente. Indossava una camicia e una sottana piuttosto logore ed era scalza.
Le megere la rassicurarono. Non volevano nulla in cambio, loro avevano agito solo per spirito di carità.
Dal momento in cui credevano avesse bevuto il vino, le due sorelle iniziarono a guardare la loro invitata con crescente attesa, come se si aspettassero che da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa. Finalmente la ragazza finse di sbadigliare e di non riuscire più a tenere gli occhi aperti.
Quella che affermava di essere la nonna del bambino gli diede un calcio, esortandolo ad accompagnare la loro ospite a dormire. Il piccolo afferrò subito una candela e si arrampicò su una scala a pioli, facendo segno alla giovane di seguirlo. Le mostrò un pagliericcio e poi le indicò con insistenza un punto sul pavimento, accostandovi una candela affinché la ragazza potesse vedere. Quella si chinò. C’era una macchia abbastanza larga, dal colore rugginoso. Aveva tutta l’aria di essere sangue rappreso. – «Cerca di non dormire» le bisbigliò il bambino, prima di ridiscendere frettolosamente.
La ragazza toccò il coltello che aveva alla cintola. «Non ti farò mangiare da quelle vecchiacce» sussurrò al neonato che aveva stretto al seno.
Un campanile lontano aveva già battuto i tre rintocchi, quando il bambino venne a chiamare la ragazza. Era terrorizzato. «I gatti, i gatti» continuava a ripetere ossessivamente.
La giovane si alzò e guardò dabbasso. Al tenue bagliore delle ultime scintille nel camino, si potevano scorgere i gatti neri che, come due furie, stavano dilaniando le gole delle vecchie.

«Dobbiamo scappare» disse il bambino, prendendo la mano della ragazza, come per cercare conforto. «Quelle non sono la nonna mia e la zia mia, quelle sono due janare. I ricchi li uccidevano per pigliarsi i soldi, a te invece che non tieni soldi ti volevano uccidere per pigliarsi la creatura tua. Mo’ però i loro gatti del demonio le stanno portando

all’Inferno e, se non ci muoviamo, ci portano all’Inferno pure a noi!»
La ragazza, con il neonato al collo, scese lentamente dalla scala a pioli, apparentemente non turbata. Appena toccò terra, i gatti le saltarono in grembo, facendole le fusa.
«Quelle non sono due janare » affermò la ragazza rivolgendosi al bambino. «Sono solo due vecchie assassine, ma mo’ sono morte.»
«Che bello! Mo’ mi piglierai con te e mi farai da mamma?»
«Scalda il forno» si limitò a rispondere la giovane, mentre accarezzava i gatti.
«Visto che il piccirillo non tiene più il papà,» argomentò il piccolo «mo’ potrebbe almeno avere un fratello maggiore.»
«Se è per questo, non tiene più manco la mamma. Gliel’ho ammazzata io, come il papà.» Il forno era ormai caldo. La ragazza ci scaraventò dentro il neonato. «Sai chi è la janara più cattiva?»
«Apollonia, dicono» rispose il bimbo tremante.
La ragazza sorrise.  A un suo cenno, i gatti si avventarono contro il bambino.

© Andrea Brando, 2016

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