DoctorWriter [9] di MariaGiovanna Luini

OGNI TANTO RITORNA, E SCRIVO DI LEI

Mi piacciono le sere come questa. Per la vecchia barca bianca scelgo un porto minore, al margine del giro dei VIP che verso quest’ora si scambiano inviti per un aperitivo nel pozzetto appena il marinaio ha finito di lavare e riempire i serbatoi dell’acqua. Del resto, un gozzo di legno non può dirsi uno yacht quindi infilarsi nei porti dove tutti fanno a gara per esserci non avrebbe senso: non ho bisogno di conoscere l’avvocato della zia del comandante del porto, basta telefonare alla direzione e prenotare per un numero di notti che sembra ragionevole. Della mia vita precedente a Milano tra i mille dettagli inutili ricordo anche questo: la raccomandazione era questione di stile. Volevi un appartamentino a Curma per il ponte di Sant’Ambrogio? Un’amica affettuosa ti forniva il numero di telefono segreto di un tizio che a Courmayeur (Curma, appunto) era importante: il gioco era fatto, il notaio Taldeitali ti aveva raccomandato. Speravi di trascorrere qualche giorno a Santa in una posizione fronte mare? Ecco servito il recapito della negoziante di Santa Margherita che gestiva la borsa nera delle locazioni. Lo stesso accade nei porti dei VIP: prenotare fa ridere, non ti fanno entrare nemmeno se sei in navigazione e il mare si è imbestialito, e implori aiuto per non morire travolto dai flutti. Devi conoscere altrimenti non entri, la mano miracolosa di “qualcuno” sistemerà la tua barca anche se arrivi all’ultimo momento.
Qui sono in pace. Non organizzo aperitivi, posso sedere nel pozzetto di legno allungando le gambe sui cuscini e rispondere ai saluti di chi camminando avanti e indietro crede di riconoscermi (una pazza che vive su una barca dopo un po’ diventa una celebrità); posso leggere e ascoltare il vento e scrivere sui quaderni affastellati uno sull’altro, legati insieme da un elastico. La vecchia barca bianca si addormenta tranquilla nelle notti senza tormenta e sussulta inquieta quando c’è buriana. Siamo in sintonia e un po’ le assomiglio: panciuta e rassicurante, demodé e sorridente, un po’ brusca se le onde arrivano di traverso. Fende il mare con la chiglia appuntita, è una barca lenta che non sa planare: la chiamano dislocante perché non si fida ad appoggiarsi sulla superficie del mare come certi gommoni sparati a velocità folle, nel mare entra e incide una via, sposta la massa verde scuro e la taglia il tempo che serve per passarci attraverso.
Amo le serate così, dicevo. Nei momenti come questo la scrittura è lenta ma non mi preoccupo: accarezzo pigra i tratti blu scuro spessi e irregolari sulle pagine a righe e lascio che le mie dita si riempiano di macchie di inchiostro; l’idea arriverà, me la sussurrerà la nenia delle fronde di un piccolo bosco al limitare del porto. E ci sono gli occhi di lei, c’è il suo sguardo remoto ed erotico che si accende ogni volta che permetto a me stessa di ricordare. La rivedo felice nel suo vestito rosso, balla per me a una festa dove abbiamo bevuto e mi propone di fare l’amore dietro un muro, così come siamo e senza preoccuparsi della gente che passa e si bacia poco più in là. La vedo concentrata in un pensiero e spalancata allo stupore da un’idea fulminea, la ritrovo nostalgica e affamata e piena di ansia se ritardo e non rispondo subito ai suoi SMS quando siamo lontane. Le fronde del piccolo bosco ridono con me quando recupero le nostre gite tra gli alberi per eccitare i corpi innamorati e dirci che tu, tu sei più porca di me.
Le ho sempre mentito: le dicevo che l’amore felice non sa ispirare i romanzi. E mi credeva: increspava le labbra e imbronciava il volto arrabbiata, incurvava il corpo perfetto – il corpo più bello che abbia incontrato –  per farmi capire che non le piaceva. Avrebbe voluto ispirarmi, sperava che il nostro amore fosse il segreto e il motore, il nucleo delle storie che la scrittura creava. Ridevo: pensava sul serio che non riuscissi a scrivere perché l’amore azzerava la mia ispirazione, era invece la fame implacabile di lei a rendere ferme e lente le dita nelle ore dei giorni che consumavamo saziandoci mai, e quando si addormentava scrivevo, scrivevo, scrivevo. “Possibile, mi ami così tanto e non scrivi di me?”: gli alberi questa sera mi prendono in giro, vogliono che ripensi a quella felicità indelebile che è energia e origine, anche oggi, di ogni mia parola. Scrivevo per lei e non l’ha mai saputo: l’ha scoperto solo dopo, quando ha scelto di partire lasciandomi indietro. “Il tuo romanzo è per me, sono io. Perché non me l’hai detto, perché?”. E intanto volava da nuovi occhi e nuove mani e nuovi amori e io mi ritiravo su questa vecchia barca bianca.
Ogni tanto ritorna. Dice che non sa smettere di amarmi, mi spiega che il sesso con me la riporta al centro del suo piacere. E io sorrido. La amo e sorrido. So che ritorna perché scrivo di lei, perché questa vecchia barca bianca assomiglia a me: la corteggia placida e ostinata e la protegge, fende le onde e la porta altrove. Finché è ora di ripartire.

© MariaGiovanna Luini 2015

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