DoctorWriter [53] di MariaGiovanna Luini

© ph. M.G.Luini

HO DOVUTO SPIEGARE CHE AMO UN RAGAZZO DOWN

Una mattina ho raccontato agli ascoltatori di radio24 il mio amico Andrea. Poi mi sono seduta qui, dove sto ora, e non potevo smettere di fissare la vecchia fotografia bianca a esili tratti marrone appesa alla parete accanto alla portafinestra: Toro-Si-Siede, o – se preferite – Bisonte Seduto o Toro Seduto.  Ha una penna ritta sulla testa e, mi accorgo solo adesso, un crocifisso appeso a una catena lunga che dal collo raggiunge il plesso solare. I Nativi Americani onorano i figli speciali: ogni bambino con disabilità è speciale perché porta una profonda lezione alla famiglia e al popolo, va trattato con onore e gioia, sostenuto in ogni esigenza materiale e messo nelle condizioni di spiegare con il linguaggio che gli è proprio quale lezione sia venuto a dare.
E io invece ho dovuto raccontare alla gente evoluta, moderna, scientificamente informata del mio popolo che amo Andrea ed è mio amico, Andrea ha arricchito la mia vita. C’è stato bisogno di spiegare, di descrivere un’amicizia che per me è la fonte continua dell’amore incondizionato e dell’empatia perfetta. Perché Andrea ha la sindrome di Down.
Il pensiero di alcuni di voi è chiarissimo: “Il tuo è buonismo, sono tutti capaci di dire che un Down crea amore. La realtà è un’altra: un Down è diverso, è un peso per la famiglia ed è nato perché i genitori non hanno voluto controllare prima, non hanno fatto prevenzione”. Vi capisco: la prima tentazione quando si incontra un disabile è guardare altrove avendo cura che non ci noti. Ma anche nella deviazione dello sguardo avremmo tanto da imparare da chi ci è stato descritto come “selvaggio”: i Nativi Americani non fissano le persone perché per loro questo è rispetto, e se si trovano di fronte una persona speciale hanno cura nell’evitare che gli occhi indugino con una curiosità inopportuna. Però le pupille rivolte in basso vedono tutto, le orecchie ascoltano, il naso coglie profumi e odori e le mani e il cuore a tutto provvedono perché la persona speciale sappia di essere accolta, adottata dalla comunità.
A me piace guardare Andrea. E’ un bel ragazzo, amo i suoi occhi e la pelle liscia del volto. In particolare mi perdo nell’accarezzare le sue mani, anche se non resta fermo abbastanza a lungo perché abbia la soddisfazione di tenerle strette: ha sempre qualcosa da fare e da dire, ha domande che a me non verrebbero in mente e mirano al cuore di ciò che sto pensando. Andrea vede, sente, sa. Quando mi avvicino al suo chakra del cuore mi colpisce il calore pazzesco che emana.
Andrea mi ha insegnato il valore della differenza, non si vergogna di essere Down: ho il sospetto che lo consideri un dono speciale, e ho anche il sospetto che abbia ragione. Non so immaginare la fatica dei genitori quando è nato, la leggo in ogni sguardo di Stefano, il suo papà: non si può essere così innamorati di un figlio senza avere attraversato l’inferno per accettarne l’unicità. Con lui, con tutta la famiglia Andrea ha sbaragliato dubbi, remore, dolore: ha fatto piazza pulita e stabilito il Regno dell’Amore. E’ l’unico essere umano il cui amore sia realmente incondizionato: ti ama in ogni caso, anche quando coglie le bugie e te le ributta in faccia facendoti sentire idiota, anche quando racconta agli amici (davanti a te) dettagli che avresti preferito nascondere a chiunque, soprattutto a te stesso.
Andrea ama recitare e ha il DNA del divo. “Potrei essere triste perché sono Down, ma ho l’amore della mia famiglia e dei miei amici e faccio quello che mi piace fare. Quindi sono un ragazzo felice”. Mi ha spezzato il fiato quando ha detto così, non molti mesi fa. Piangevo e sogghignavo perché eravamo a una festa piena di persone e da un angolo della sala Stefano tentava di dirgli “taglia, taglia”, ma Andrea lo ignorava con la scioltezza dell’esperto intrattenitore.
Toro-Si-Siede dalla parete mi osserva, lascio i miei occhi nei suoi. Sa perché pensando ad Andrea ho il volto pieno di lacrime. Dove ci siamo persi, ragazzi? Dove abbiamo creduto che fosse un bene selezionare i sani e i normali, ritenendoci capaci di stabilire che fossero gli unici degni di creare la società evoluta? Ho imparato più da Andrea che da pletore di improbabili Maestri, mi dà più significato una sua frase che magari lì per lì gli chiedo di ripetere perché non l’ho capita rispetto a dieci o quindici libri di filosofia del vivere. E mi intristisce che ci sia bisogno di spiegarlo alla radio: lo farò ancora dieci, cento, mille volte, lo sto facendo adesso mentre scrivo. Ma, credetemi, sarebbe sufficiente trascorrere mezza giornata con Andrea per intuire che l’Amore non si insegna e non si racconta: esiste e basta.

© MariaGiovanna Luini, 2017

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