DoctorWriter [52] di MariaGiovanna Luini

DIVAGAZIONI DI UN MEDICO NEL TEMPO DEL BUIO

Quando abbiamo smesso di dare il meglio di noi? Ci sono state avvisaglie, voci sussurrate da qualche angolo dell’universo che solo pochi hanno voluto ascoltare, segni nei granuli della polvere sulle strade e ai crocevia? Perché un inizio esiste sempre, e ritornare a osservarlo aiuta a indovinare due o tre soluzioni. Oppure ci si lancia nel vuoto, e si crede: la fede – laica, religiosa, agnostica, casuale – aiuta ad aprire la braccia come se fossero ali. Insomma, a un certo punto ci siamo persi. Medici, pazienti, infermieri, familiari, viandanti del web, lettori di nulla e di niente, opinionisti, laureati su Google, naturopati e scienziati, operatori olistici e chirurghi di eccellenza: ci siamo sentiti nel caos, e di caos abbiamo iniziato a vivere. Il buio si avvicinava e a nessuno è venuto in mente di tenere in mano una lanterna: eravamo troppo impegnati a sospettare l’uno dell’altro, a dimostrare di avere ragione, a imporre supremazie altalenanti della scienza, dell’alternativa, della complementare, della controinformazione, del dubbio, dell’ipertecnologia, dell’evidenza, dei dati statistici raffazzonati o pubblicati su grandi riviste, della cecità fideistica. Abbiamo giocato a chi urlava più forte, coprendo le altrui voci e proponendo non “una delle soluzioni”, ma LA soluzione. Che fluttuava, appariva limpida o torbida se si cambiava di una frazione di grado l’angolo di visuale. Ci siamo accusati sussurrando oppure pubblicando articoli, memorie e recriminazioni, segnalando colleghi a menti pronte a giudicare, abbiamo scrutato le parole altrui per evidenziarne la sporcizia occulta agli occhi del pubblico, con un ghigno malevolo. Abbiamo raccontato quanto siamo bravi, buoni e pieni di empatia e quanto gli altri sbaglino sempre, sbaglino a priori, sbaglino solo perché scelgono un milligrammo di vita diverso da noi.  Abbiamo abusato di sguardi con una pornografia della comunicazione, stracciando il significato dell’amore – reso moda e vessillo per un marketing se possibile ancora più bieco. Abbiamo disimparato la condivisione e l’apertura, ci siamo dimenticati di piangere per il dolore e la morte e gioire per una stretta di mano e un abbraccio. Abbiamo sostituito i “non lo so” con certezze aleatorie spacciate per Vangelo. Eppure. L’origine antica, il motivo che ha spinto tanti di noi a scegliere la via della cura è l’aiuto a chi sta male. Abbiamo deciso di donare noi stessi, la nostra energia e il cuore spalancato perché sofferenza e angoscia arretrino un po’.
Guardo il mio volto in uno specchio ogni volta che indosso il camice, e spesso non riconosco il mondo che danza intorno. Non so quale sentiero tentare perché l’idea della medicina – una medicina ampia che comprenda tanto, tutto, perché la persona è davvero tutto e più di tutto e non solo un corpo fisico – ritorni a vestirsi di cooperazione, fiducia e coraggio. Il coraggio vero, non quello che nasconde armi affilate dietro la schiena. Mi sono chiesta perché continuo a indossare quel camice, e ho trovato una risposta sola: i pazienti. Sanno che detesto la parola: pazienti. La uso perché ne devono esercitare proprio tanta, in questo tempo di buio. La uso perché sono stata anch’io, e sarò ancora, paziente.
Continuo perché li amo, questi pazienti, perché la cura è un egoistico, narcisistico e rassicurante bisogno ma è anche – e soprattutto – profondissimo, devoto, fedele, appassionato amore. Con o senza camice, in questa o quella città, con due specializzazioni e un master o con studi su tecniche che alcuni considerano stregoneria: le gambe non smetteranno di camminare. Prima o poi noi – e siamo tanti – dimostreremo che escludere è follia, mettere insieme è un pezzo di quella lanterna che avremmo dovuto afferrare molto tempo fa.
Credo nella medicina, credo nell’integrità mente-corpo-energia, credo nell’anima, e a questa complessità dedico l’attenzione e la mia fallibilità. Credo nella bravura dei colleghi, all’aiuto che posso ricevere ogni istante da loro e dai pazienti. Sparate pure, adesso, ma se sperate di fermarmi prendete bene la mira.

© MariaGiovanna Luini, 2017

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