DoctorWriter [48] di MariaGiovanna Luini

LIBRI, AMORI E GATTI NERI

Mai vista una stanza così affollata: c’è perfino un gatto nero accoccolato nello scomparto di una libreria, l’ho sentito fare le fusa quando ho messo il piede dentro. Un altro gatto, di plastica dorata e con le orecchie rosse, muove il braccio (la zampa) sinistra su e giù: è il portasoldi cinese, la donna deve avere messo una pila in modo che funzionasse senza fermarsi.
È remota ormai, ma sembra che mi osservi. La donna che viveva qui, intendo. Il suo odore è ovunque: sulle fotografie – poche – appoggiate sul ripiano della scrivania, sul calendario quotidiano e ogni giorno un suggerimento di lettura, sui quaderni che sfioro con il timore sacro di aprirli, nel sospetto di una scrittura tonda e irregolare, blu calcato sulle righe. Poche parvenze di ordine, eppure tutto è dove dovrebbe essere: le scatole dei profumi Jo Malone piccole, medie e grandi (regali di amanti), i libri da leggere e quelli già goduti, le pietre. Vedo pietre ovunque, e l’edizione enorme del Liber Novus insieme a pacchetti di incenso.
Amava Simenon: tutte le traduzioni e qualche edizione originale sono state lette e sistemate in due ripiani unici, un Buddha a proteggerle e un cartello di legno con la scritta “BELIEVE”.
Una grande lavagna a fogli mobili coperta da una sciarpa colorata verde, rosa, arancio, giallo: sposto il tessuto e leggo nomi scritti in rosso, descrizioni blu. Doveva essere un romanzo, intorno a due o tre protagonisti ha disegnato cuori o fulmini, stelline o teschi (poco incoraggianti, direi).
Il gatto nero si sposta, salta su una mensola. Lo seguo e la mia faccia si tuffa nello specchio a cuore appeso in un punto in ombra del muro bianco sporco. Più sotto, una fotografia: è lei.
Lo specchio, e le rughe. Il sorriso che tanti chiedono. Chissà dove è finita la donna di questa stanza, lei e i suoi simboli orientali e le idee bislacche sui morti che non sono morti. La fotografia ammicca: eri più giovane, lì.
Lo specchio, il mio volto; la fotografia, il suo. Quando ho deciso di ritornare castana? La mano sfiora un oggetto messo ad aspettare di sistemarsi da solo: una borsa da appendere al collo, conteneva un bicchiere per il vino rosso. La donna in un viaggio innamorato, un miliardo di anni fa. La accarezzo con la mente, passo oltre. Un giornale: in prima pagina la fotografia di una moto riversa su una strada. Sul pavimento, due borse di carta marrone sono piene di gomitoli di lana grossa, rosa antico: vedo anche i ferri di legno, nessuno li ha mai usati.  Lei voleva imparare, forse. Ma ha rinunciato o atteso troppo, come a volte si fa.
– Ciao.
Non mi volto: ha sfiorato la mia schiena e soffiato sulla nuca.
– È ora di andare.
So che devo, so che voglio. So che vado. Silvia ostenta serenità, ma vorrebbe che mollassi la stanza, i ricordi, l’odore, le fotografie. Non sa convivere con i frammenti del passato.
– Dammi la mano, andiamo.
Solletica il palmo della mia mano, mi spinge.
E capisco che tutto è già stato detto. Tutto è stato pensato, pianto, masticato, rivisto, elaborato.
Tocca vivere sul serio, adesso.
Mando un bacio alla fotografia: ero davvero più giovane, lì. E il gatto nero è l’unica cosa che porto via da questa stanza.

© MariaGiovanna Luini, 2017

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