DoctorWriter [46] di MariaGiovanna Luini

© ph. M.G. Luini

IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 34

Lo accompagnarono in una stanza piccola, squallida. Tutto era grigio. Sedette e si domandò quanto tempo avesse già passato in questura. Ore, di sicuro. La porta si aprì ed entrò un uomo che posò una valigetta sul tavolo. Sedette di fronte a lui. Era Alessandro Forti.
– Buongiorno, dottor Conti.
Non rispose, non serviva. Aveva lasciato Gianna agli infermieri dell’ambulanza e si era lasciato portare via solo quando l’aveva vista sveglia. Poi aveva smesso di parlare.
– Ho alcune domande. So che è un momento drammatico e per fortuna la signora Gianna sta bene. L’ospedale ha confermato che non ha avuto lesioni gravi. La denuncia per lesioni scatta d’ufficio ma penso che potremo minimizzare: diciamo che è caduta. Per favore, collabori e mi racconti cosa è successo.
Pensò di chiedere come stesse il bambino. Aprì la bocca e la chiuse. Non aveva voglia di dire niente. Forti sembrò avere capito ugualmente.
– Dall’ospedale hanno detto che la gravidanza della signora Conti non è compromessa. Era molto agitata, qualche contusione ma al feto non è accaduto niente. Immagino che questo sia un sollievo per lei.
– Sì. Molto.
Forti annuì.
– Bene, dottor Conti. Il problema più grave sono le dichiarazioni di sua moglie. Sostiene che volesse ammazzarla. Che la signora Conti – alludo naturalmente a Gianna Conti – si sia intromessa per evitare che andasse a uccidere sua moglie.
Pensò di ammettere la verità. Ma il volto di Gianna gli comparve in testa: aveva bisogno di lui, lo aspettava in ospedale. E c’era un bambino, il loro bambino. E Chiara, lei non avrebbe amato un padre condannato e messo in prigione.
– No. Ero furioso con mia moglie, è vero, ma non volevo ucciderla.
Forti annuì ancora.
– Sì, la signora Gianna Conti è riuscita a raccontarci di avere frainteso le sue intenzioni. Dice di avere drammatizzato e di essere corsa da lei in corridoio con una sensazione sbagliata, e di avere per questo scatenato la sua rabbia. ;a è caduta da sola. Sostiene che lei in realtà non aveva affatto l’intenzione di fare del male a lei o a sua moglie.
Gianna. Aveva già parlato con Forti e l’aveva difeso. Le sembrò di vederla mentre raccontava una versione dei fatti creata per togliergli ogni accusa.
– Non so se Gianna abbia frainteso o meno, l’ho sentita urlare e mi è venuta addosso per fermarmi. E le ho dato uno schiaffo, credo.
– E’ caduta da sola, dottor Conti. Mi creda, è meglio così. Lo dica, per favore.
– E’ caduta da sola. Ha ragione, non lo ricordavo.
Mentì con un senso di nausea: avrebbe dovuto dire che l’aveva picchiata con crudeltà, con una furia omicida che era stata fermata solo da un istante di incertezza. E dalla gravidanza. Sospirò. Se non avesse teso verso di lui il referto medico, se non gli avesse detto che era incinta l’avrebbe uccisa. Eppure la amava.
– Sua moglie però continua ad accusarla. Dice che aveva la chiarissima intenzione di ucciderla.
– Ma non le ho fatto niente. Non l’ho sfiorata. Non mi dica che mi tenete qui perché ero incazzato con mia moglie a neanche un’ora dalla morte di mia figlia.
– No, in effetti non ci sono gli estremi per accusarla. Restano le lesioni alla signora Gianna ma dobbiamo considerare che ha chiesto più volte di vederla, ha implorato che non fosse incriminato e… Beh, penso abbia bisogno di lei in ospedale. Quindi è caduta da sola.
Lo osservò in silenzio. Probabilmente li giudicava persone immorali. O forse era rassegnato: per come aveva conosciuto la famiglia Conti doveva avere la convinzione che vivessero di sesso e tradimenti, e di figli con padri sbagliati. Non aveva importanza. Niente aveva importanza ormai.
– Quando potrò andare da lei? Voglio vederla. E sapere del bambino. Sono il padre.
L’ultima frase lo fece sentire meglio: che Forti pensasse ciò che voleva, il bambino era suo, l’avrebbe protetto e amato. Come aveva fatto con Chiara.
– Dove si trova mia figlia Chiara, adesso?
– All’istituto di medicina legale. Potrà vederla prima dell’autopsia.
– E’ proprio necessaria?
– Sì, mi dispiace.
– Ma è morta in un incidente in motorino, non potete evitare?
– Non posso, mi dispiace sul serio. Ho una figlia anch’io, immagino come si sente.
Chinò la testa.
– Dottor Conti, so che il momento è pessimo ma c’è una ragione per cui mi trovo qui. E non si tratta delle accuse di sua moglie, e nemmeno delle lesioni a sua cognata.
Dai documenti che aveva davanti estrasse una busta: ne tolse alcuni fogli piegati in quatto e glieli mostrò.
– Ho ricevuto questa lettera. Da Gianna Conti.
Riconobbe la grafia di Gianna. Un piccolo pezzo di carta era allegato a una delle pagine, e lì la grafia era di Riccardo.
– Legga pure. Cominci dalla lettera di sua cognata, poi guardi anche il biglietto. E’ di suo fratello.
Afferrò la lettera. Mise gli occhiali.

“Egregio dottor Forti,
non so quanto riuscirò a spiegare in questa lettera. Mi costa molto scriverle, farlo significa tradire una richiesta di mio marito che voleva che mantenessi un segreto. Tradisco le ultime volontà di Riccardo perché ho avuto la sgradevole impressione, stando ai racconti di mio cognato, che sospetti che Giuliano abbia avuto un ruolo nella morte di suo fratello, ma le tradisco anche – e qui per Lei sarà più complicato – perché sono convinta che Riccardo dopo la morte abbia cambiato idea e voglia invece che io Le racconti la verità perché possa essere perdonato. Non so quale sia la Sua idea sulla morte e sull’anima, ma secondo me qualcosa di noi sopravvive e ciò che è sopravvissuto di Riccardo ha trovato il modo di parlarmi, mi ha aiutato a risolvere il mistero della sua morte nel nome di un perdono che gli serve per ristabilire la sua evoluzione.
Non sono pazza, o forse sì: giudichi Lei proseguendo in questa lettura. Libero di credere che sia una donna disperata i cui neuroni hanno fatto cortocircuito causando allucinazioni: se le allucinazioni sono così le accetto volentieri. La sostanza comunque non cambia.
Mio marito si è suicidato: questa è la mia certezza. Nella sua disperata decisione Riccardo non ha tenuto conto che insieme a lui sarebbero morti anche due giovani innocenti: Fabrizio e Luca. Riccardo non li ha minimamente considerati e ha commesso l’ingiustizia più crudele della sua vita.
Qualche tempo fa ho trovato un biglietto nella tasca di un mio abito. Riccardo mi lasciava spesso lettere nella tasche, non ho mai capito perché lo facesse: quando aveva una comunicazione importante per me e non riusciva a parlarmi a voce mi lasciava un messaggio in tasca. Le allego ciò che ho trovato, in modo che possa direttamente verificare le mie parole. Ho riflettuto sul significato di quest’ultima lettera di Riccardo. Ho fatto fatica a comprendere le parole che ho letto, forse perché era difficile accettare la verità. Ora so cosa è successo. L’attentato è stato organizzato da mio marito.
Lei conosceva Riccardo. Il lavoro era lo scopo principale della sua vita. La lotta professionale, ma anche – direi – personale alla mafia era il vero motivo del suo andare avanti ogni giorno. Ma il cancro ha sconvolto tutto. Quando ha saputo di essere ammalato ha capito che sarebbe morto di tumore. Non voglio immaginare come abbia vissuto quei giorni, in totale solitudine: deve essere stato straziante, per un uomo come lui, rendersi conto che la vita stava per finire.
Penso che la malattia l’abbia messo di fronte alla consapevolezza che, dovendo “per forza” morire, non l’avrebbe fatto lottando contro la mafia. Non l’avrebbe fatto lasciando una traccia nella storia. Questo non era accettabile. Credo, ma il biglietto di Riccardo secondo me lo conferma, che si sia suicidato nell’unico modo che gli sembrava ipotizzabile per la vita che aveva vissuto: simulando un attentato mafioso. Ha in questo modo lasciato traccia di sé nella storia, e testimoniato la propria lotta alla criminalità organizzata. “Una morte onorevole”, ecco ciò che ha sempre sperato per se stesso. Ecco perché ha perso il telecomando, ecco perché quelle persone sono entrate in casa. Ecco perché, e mi costa moltissimo dirlo, quella sera e quella notte è stato così affettuoso con me: sapeva di morire. Ecco infine perché io non sono morta: non avrebbe mai permesso che in un attentato da lui organizzato io fossi uccisa. Non mi amava ma mi voleva veramente bene, e oggi non so più distinguere la differenza tra “amare” e “volere bene”.
Purtroppo non ha avuto la stessa sensibilità nei confronti dei due agenti della scorta, che anzi gli sono serviti per amplificare la portata dell’attentato e scuotere ancora di più le coscienze. Fabrizio e Luca sono stati sacrificati da lui consapevolmente, e questo dettaglio, insieme alla lettera lasciata a Giuseppe in cui rivela la relazione con Valeria (uno dei gesti più crudeli che abbia visto fare a mio marito), mi fa pensare che forse qualche danno cerebrale, un’influenza del tumore sul comportamento ci sia stata sul serio.
Non ho prove, se non una personale ricostruzione dei fatti e la lettera di Riccardo. La legga come ho fatto io: molte e molte volte. Mi chiede perdono per qualcosa che devo capire e tacere a tutti. Dice che sa di morire, ma sottolinea la sua lotta alla mafia e la sua volontà, se proprio deve morire, di farlo per mano mafiosa. Vuole essere ricordato.
Non ho molto di più da dirle: sarà Lei a verificare ciò che sto scrivendo.
Concludo, anche se forse questo non interessa, dicendo che ho amato Riccardo. Gli ho dedicato la vita per molti anni, a volte in modo cieco e autolesionistico, altre volte con moltissima gratificazione, ma non ritengo accettabile che abbia fatto uccidere due innocenti. Non lo ritengo accettabile ma ho capito nei giorni e nelle settimane il valore del perdono: l’ho perdonato e ho chiesto privatamente alla moglie di Fabrizio e ai parenti di Luca di fare lo stesso perché il carico di rabbia, frustrazione, energia negativa che ci portiamo dietro quando non perdoniamo è la peggiore condanna che qualunque essere umano possa ricevere. Perdonare Riccardo ha aiutato lui (ovunque sia) ma anche noi: prima di scrivere a Lei ho voluto trascorrere molto tempo con i parenti degli uomini della scorta che avrebbero potuto certo prendere decisioni differenti dalla mia.
Hanno perdonato. Hanno deciso che la morte dei loro cari, pure tragica al massimo grado, servirà forse a sensibilizzare la gente e le istituzioni nella lotta alla mafia. Anime grandi, come erano anche Fabrizio e Luca.
Decida cosa fare. La gente ama Riccardo ed è stata molto traumatizzata dalla sua morte: se la notizia della falsità di quell’attentato fosse resa pubblica probabilmente la lotta alla mafia ne avrebbe un danno, tuttavia non sono io a decidere. Al momento non so più niente. In pochi mesi ho perso mio marito e ho scoperto che era malato terminale e non mi ero mai accorta, che mi tradiva con mia cognata e avevano avuto una figlia, che a un certo punto ha deciso di ammazzare due ragazzi che si dedicavano interamente alla sua protezione solo per un delirio di vanagloria, ma proprio quando ho visto l’abisso della disperazione ho intuito che esiste il modo per perdonare. Esiste sempre, nonostante tutto.
Decida Lei, sono stanca di disperarmi e tormentarmi di dolore e ho perdonato. Mio marito ha ucciso se stesso e due uomini innocenti: non avrebbe dovuto farlo ma chi poteva ha già perdonato.

Con stima,
Gianna Conti”.

Lesse il biglietto di Riccardo. Restituì tutto al magistrato. Senza parlare.
Forti sospirò e scosse la testa. Si passò una mano tra i capelli.
– Mi dispiace. Temo che sua cognata abbia ragione su tutto. Le evidenze portavano a Riccardo, e mi sembravano folli. Ma sono vere.
Lo scrutò, voleva cercare traccia di sincerità nel dispiacere che stava dichiarando: avrebbe voluto che qualcuno fosse davvero dispiaciuto. Chiara era morta, Gianna era in ospedale perché l’aveva quasi ammazzata, e adesso Riccardo. Che aveva sconvolto l’esistenza di tutti suicidandosi in modo plateale, sacrificando la vita di due giovani uomini innocenti.
– Se avessi letto prima il biglietto di Riccardo avrei capito subito. Per me è molto chiaro. Gianna ha ragione, si è suicidato.
– Lo immaginavo. Credo che Gianna Conti non abbia voluto mostrarle il biglietto di suo fratello perché indecisa o confusa sul da farsi. Francamente, dottor Conti, non ho mai sospettato di lei: avevo intuito che Riccardo avesse avuto un ruolo ma facevo fatica ad accusarlo di una follia del genere.
– La capisco e nemmeno Gianna temeva per me: secondo me ha preso questo pretesto per scrivere la lettera. Mio fratello ha tradito tutto ciò in cui credeva, soprattutto facendo ammazzare due giovani che avevano il solo torto di proteggerlo. Per me è facile immaginare che abbia voluto morire così: ha sempre detto che essere ammazzato dalla mafia sarebbe stato il modo più onorevole di morire. C’è una cosa che non capisco, però. Come ha trovato quattro uomini disposti a fare una cosa così? E’ disumano solo il pensiero.
– Quella è la spiegazione più semplice. Ha usato i contatti di lavoro. Chi fa il nostro lavoro frequenta da vicino un ambiente estremamente vario, è semplicissimo sfruttare i contatti lavorativi, i testimoni, i pentiti, le persone incriminate, per ottenere favori o informazioni in cambio di agevolazioni o insabbiamenti.
– No, Riccardo non l’avrebbe mai fatto! Concedere favori ai criminali? Mai, ne sono sicuro.
– Dottor Conti, non ha avuto bisogno di alterare i processi. Capisce che l’unico favore che ha dovuto concedere è stata la sua morte?
– Cosa…
– La criminalità organizzata lo voleva morto, questo si sapeva, infatti aveva una scorta e sistemi di protezioni piuttosto efficaci. Quando ha deciso di suicidarsi in quel modo ha solo dovuto concedere alla mafia di trovarlo e ucciderlo, e mettere in scena lo spettacolo tragico che avrebbe portato a lui la gloria eterna e a loro rispetto e terrore nella testa di molta gente. Lo scambio era alla pari, un patto tra persone che, per ragioni opposte, volevano la stessa cosa. La condizione che suo fratello deve avere posto è che la moglie fosse risparmiata: ecco perché un quarto uomo l’ha tenuta ferma e le ha provocato quei danni fisici. Un punto che non mi tornava è che in cinque un attentato è scomodo, si figuri. Andare via con un van. Però uno di loro doveva tenere ferma la signora Conti, e adesso che l’ho conosciuta capisco perché: si sarebbe buttata nel mezzo per salvarlo. E sarebbe morta con lui.
– E’ orribile. Ha tutelato la vita di Gianna, ma non ha pensato per un istante ai due agenti.
– Credo ci abbia pensato, invece. Ma non aveva altro modo per uscire di scena con clamore.
– Ce l’aveva invece. Anche ucciso da solo avrebbe fatto parlare i giornali. Mio fratello doveva essere impazzito, quelle metastasi l’hanno cambiato.
– Non saprei dirle se le metastasi al cervello abbiamo influito, la mia impressione è che abbia creduto di coprire di gloria anche loro, anche Fabrizio e Luca.
Cadde un silenzio pesante. Poi Forti decise di concludere.
– Forse sarebbe meglio per lei andare a riposare, non esiste motivo per trattenerla oltre.
– Non esiste motivo in assoluto. Per restare o andare. Per vivere.
Forti sospirò. Si alzarono entrambi e si strinsero la mano.
– Arrivederci dottor Conti, sono molto dispiaciuto per la morte di sua figlia. Abbia cura dell’altra bambina e del figlio che nascerà. Occuparsi di loro le sarà di aiuto.
Gli sfiorò una spalla con le dita, si voltò e fece per uscire ma ci ripensò.
– Ah, e se posso dare un suggerimento: non so cosa deciderà di fare ma in ogni caso perdoni sua moglie. Usi lo stesso perdono della signora Gianna. Il perdono salva, le creda.
Gli strinse ancora la mano e questa volta uscì davvero.
Giuliano camminò fino al parcheggio, dove trovò Gennaro ad aspettarlo. Salì in macchina senza parlare.
– Dove andiamo, dottore?
Esitò prima di rispondere. Fissò a lungo gli occhi del suo autista attraverso il retrovisore.
– Da Gianna, in ospedale. Poi a casa, voglio controllare che mia figlia Elena dorma e che Valeria stia bene.

 

A Umberto Veronesi

 

© MariaGiovanna Luini, 2016

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