DoctorWriter [45] di MariaGiovanna Luini

© illustrazione di R.Rutigliano

© illustrazione di R.Rutigliano

UMBERTO VERONESI E IO

Sosteneva che dopo una settimana nessuno si sarebbe più ricordato di lui, che le mie idee sulla sua notorietà fossero una piccola follia di una donna piena di emozioni, un’artista.
«Tu mi ami, figurati se non pensi che sarò ricordato. Ma non funziona così».
È vero: l’ho amato così tanto da credere che fosse eterno anche fisicamente. Ne ero convinta, non avrei potuto concepire la vita senza la sua presenza anche solo ipotetica, nella realtà di un SMS (era bravissimo a scriverli), di una telefonata, di una chiacchierata nello studio in via Salvini o nel suo IEO (l’Istituto Europeo di Oncologia a Milano da lui ideato, fondato e diretto scientificamente fino a oggi). Mentre scrivo sono passati sedici giorni e ancora la mia mente sbanda, si rifiuta di fermarsi se le propongo di metabolizzare il lutto. Dovrò farlo, dovrò accettare, ma l’amore non potrà affievolirsi mai: è un amore che ha visto le luci e il buio di lui e di me, i controsensi, le crisi, gli abissi profondi e i picchi, incomprensioni colossali e intese a istinto, quindi è un amore che ha attraversato il guado pericoloso dell’idealismo arrivando alla consapevolezza. Sarà dura.

Conosco poche persone adorate, stimate, invidiate, osteggiate come Umberto Veronesi. Fremevo ogni volta che qualcuno inventava bugie cattive, voci che prendevano vie universitarie, ospedaliere o dei salotti VIP per denigrarlo: andavo da lui e gli dicevo che doveva rispondere, doveva fermarli, doveva… Non andavo oltre questo: il suo sguardo mi bloccava. Non immaginatevi gli occhi di un padre buono o di un nonno delle favole, lui non era così. Quando oltrepassavo le barriere dell’autocontrollo perché qualcuno provava a colpirlo – spesso, troppo spesso – mi raggelava con due pupille fisse, infiammate di severità, e mi indicava la poltrona davanti alla scrivania. Mi sedevo, si lasciava andare un po’ indietro e parlava senza sorridere.
«In questi casi non si risponde. È necessario che io sappia cosa dicono perché le critiche servono a una riflessione su se stessi, ma non intendo rispondere. Impara la pace, sei una donna passionale, sei fuoco ma devi imparare a controllare le risposte alle provocazioni».

Non credo di avere mai imparato fino in fondo, ma sono migliorata: lo scopro in questi giorni di lutto e riverbero di memoria che riempie gli spazi media su di lui. Chiunque si ricorda qualunque cosa, insuffla aria nella laringe e va vibrare le corde vocali chi lo ha solo sfiorato rubandogli un selfie o chi ha sentito parlare di lui “da uno che è primario nel centro europeo che ha fondato”. Come se essere direttore in IEO significasse avere scavato nell’intima personalità del capo assoluto: nella mia esperienza chi meno lo conosceva più dichiara di essergli stato amico. Tutti oggi “conoscono” Umberto Veronesi, l’hanno pianto perfino le persone che hanno fatto ogni cosa per scacciarlo da ruoli e luoghi che gli appartenevano, sono usciti racconti e briciole da gole convinte di sapere chi fosse: è un paradosso perché dal 28 novembre 1925 all’8 novembre 2016 nessuno può dire di averlo conosciuto davvero.

Umberto Veronesi per me era nei silenzi. Lo seguivo qua e là, sono stata in viaggio con lui e abbiamo incontrato un numero di persone che non saprei ipotizzare (lui sì, era bravissimo con i conti a mente) ma resto convinta che il segreto, il nocciolo inarrivabile del suo essere fosse ignoto a tutti e si esprimesse in parte quando lo vedevo seduto o semisdraiato sulla poltrona immerso in un silenzio. Il suo silenzio era il nostro silenzio: lo studio comunicava direttamente con la stanza che dividevo con Lucia, la segretaria personale di tutta la vita, e quando Veronesi taceva e si immergeva nella totalità di un nulla comunicativo progressivamente i telefoni, gli scambi di voci, i ticchettio dei tasti sui nostri computer si smorzavano. Di tutti i momenti insieme credo rimpiangerò per sempre le chiacchierate libere e questi silenzi: lo osservavo attraverso lo spiraglio della porta e, quando si accorgeva, mandava un bacio o faceva una smorfia per salutarmi, ma sapeva benissimo che stavo provando a scrutare la sua anima.

L’anima: anche lui ne parlava, anche se la semplificazione media e alcune sue dichiarazioni avevano forzato il concetto che fosse contrario a usare la parola. Non era mai contrario alle parole: era contrario al loro uso improprio perché riteneva che eleganza e attenzione agli altri dovessero guidare ogni forma di comunicazione. Sapeva che credo nell’anima e nella vita dopo la morte fisica: mai, in nessun momento, cercò di convincermi che avevo torto, anzi tentò spesso di comprendere cosa mi spingesse ad avere la spiritualità che non gli nascondevo. Una sola volta lanciò una battuta:
«Ma come fa una donna con il tuo grado di cultura e la tua intelligenza a credere in Dio?»
Si scusò subito, specificando però che la domanda era reale: era curioso di comprendere come potessi accettare l’esistenza di Dio senza prove scientifiche. Eravamo diversi, quasi opposti in alcune caratteristiche, ma era bello così: era il motore per la nostra intesa professionale e umana. Innumerevoli volte abbiamo parlato della sua morte. In quei momenti la mia fede nell’immortalità dell’anima (o corpo energetico) aiutava: come tutte le persone che, per età o altre condizioni fisiche, si avvicinano al passaggio finale della vita incarnata aveva voglia di parlarne ma era difficile trovare qualcuno che non si spaventasse o rifiutasse di affrontare l’argomento.

«Quanto mi manca chiacchierare ogni giorno con te».
Mi accolse con queste frase la prima volta che ritornai a trovarlo dopo che il mio contratto in Direzione Scientifica IEO non fu rinnovato (era il 2014, si dimise ventidue giorni dopo l’interruzione del contratto che mi riguardava), e ricordo quel momento con una commozione intatta: anche a me mancava tanto e la nostalgia reciproca non si è mai affievolita. Continuavamo a sentirci, scrivemmo un altro libro (“Il mio mondo è donna”, uscito per Mondadori nel 2015: è il testamento scritto in vita) ma non avevamo più i nostri scambi, le abitudini di ogni giorno, i piccoli riti che ci facevano assomigliare a un microcosmo ormai perfettamente rodato: se volete ferire qualcuno toglietegli – o provate a togliergli, dovrei dire, perché nessuno è riuscito davvero a scardinarmi da lui – chi ha intorno nella sua realtà quotidiana, quella cui tiene.

Diceva che assomiglio a un gatto e il mio cognome vero (Gatti) è azzeccatissimo: faccio le fusa solo se mi va, quando voglio attenzione, per il resto bado agli affari miei ed è meglio non accarezzarmi contropelo. Se consideriamo che mezzo mondo ritiene (sbagliando) che sia una donna aperta, disponibile sempre e molto affettuosa possiamo intuire quanto il suo istinto sapesse leggere la gente. Camminavo nel corridoio della Senologia IEO, tanti anni fa, e quando lo vidi fu un’emozione pazzesca: si avvicinò e mi strinse la mano, era la prima volta che ci incontravamo. Gli spiegai che ero appena ritornata dal Belgio e dalla radioterapia passavo alla chirurgia, sorrise e scosse la testa socchiudendo gli occhi.
«Secondo me tu sai scrivere e comunicare bene, vero?»
La mia bocca a foro di proiettile e l’espressione attonita risposero per me.
«Bene, allora verrai con me in direzione scientifica. Lavoreremo insieme».

Hai ragione, Umberto, l’anima non esiste e figuriamoci se esistono le facoltà extrasensoriali. Quel giorno hai solo indovinato, vero?

©MariaGiobvanna Luini, 2016

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