DoctorWriter [43] di MariaGiovanna Luini

© ph. M.G. Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 33

Per una decina di minuti camminò al buio. Buio, buio, buio. E la forza nelle gambe. Disperazione. Buio. La testa ripeteva pensieri e delirio, li scacciava e masticava e tentava di spegnersi. I muscoli sputavano passi energici, senza consapevolezza dei sassi e delle buche sul margine della strada.
– Ridammela, la rivoglio subito! Non puoi prenderti anche lei, non puoi! Ridammi Chiara! Prendi me, ammazzami senza farmi rinascere, fammi succedere qualsiasi cosa adesso, uccidimi ma rimanda qui la sua anima!
Ma le voci erano spente, c’era solo un boato sordo che la stava ammazzando giù, al posto del cuore.
Gennaro si affiancò e abbassò il finestrino.
– Signora Conti, salga. La accompagno.
– No! Gennaro, lasci stare. La ringrazio, vado a piedi. Mi lasci stare.
La macchina continuò a procedere lentamente, al suo fianco.
– Signora, il dottor Conti mi ha chiesto di portarla a casa da lui.
Inciampò ma riuscì a restare in piedi.
– Non si preoccupi, non vado a suicidarmi o cose del genere. Vado a casa mia e voglio rimanere lì. Da sola. Mi lasci perdere, non posso. Vada via, per favore.
Poi però rallentò e finalmente guardò dentro la vettura.
– Davvero Giuliano le ha parlato?
– Sì, signora, davvero. Vuole che vada da lui.
– Mi dica, come sta? Cosa sta facendo?
– Sta molto male. Hanno portato la signora Conti in camera da letto con una flebo perché non ha voluto andare in ospedale e il dottore è ancora lì fuori dove… Insomma, dove è successa la disgrazia.
Un dolore lancinante, fulmineo al petto la costrinse a piegarsi, la soffocava. Scoppiò a piangere in ginocchio, sullo sterrato al limite dell’asfalto. Il telefono cellulare di Gennaro squillò.
– Pronto. Sì, dottore, sono con lei. Piange, per strada.
Scese, le mostrò il telefono. Gianna lo afferrò e parlò rauca, singhiozzando.
– Chi è?
– Gianna sono io, che cazzo ti viene in mente?
– Giuliano, come stai? Dove sei?
– Ma dove vuoi che sia? Dove sei tu, invece! Io sono in casa, dovresti essere con me.
Poi il tono si ammorbidì.
– Torna, Gianna. Sono morto con lei. Non ce la faccio. Torna da me. Se mi lasci anche tu non reggo, per favore!
Chiuse gli occhi. Lo sentì parlare ancora.
– Sono qui con i giornalisti, la polizia, i carabinieri ed Elena che si è svegliata ed è arrivata in strada vedendo sua sorella così. Non le hanno messo nemmeno una coperta addosso. Mi è venuto un accidente, è uscita da sola in strada, in pigiama, e nessuno si è accorto: ha fatto in tempo a capire che sua sorella è morta. Ti supplico, torna da me. Aiutami, ti prego.
Aprì la portiera dell’automobile e salì.
– Elena? Oh, dio, dove è adesso?
– In camera, ma è un casino. Non so cosa dirle, c’è una dottoressa con lei.
– Cazzo. Ti chiedo scusa. Sto tornando.
– Meno male. Non rispondere ai giornalisti, lo farà il mio addetto stampa. Scendi dalla macchina e basta.
– Giuliano.
– Sì, dimmi.
– Non ho intenzione di parlare con i giornalisti. Ma lascia il tuo portavoce a casa: quando arrivo decideremo cosa fare, l’ultima cosa sarà affidare una dichiarazione al tuo portavoce. Per carità, chiudetevi dentro e i giornalisti si fottano! Non ne hanno avuto abbastanza con Riccardo? Lascia perdere.
Giuliano tacque, lei fece fatica a riconoscersi. Il pianto era dissolto in una durezza ignota. Dopo molto tempo sentì la sua voce.
– Hai ragione. Mi vengono in mente cose folli, non ragiono. Ne parleremo insieme, ma devi essere qui prima possibile. Ho bisogno di te.
Un brivido, riattaccò senza salutare. Gennaro partì e accelerò al massimo.
– Signora.
– Sì, Gennaro?
– La signorina Chiara mi era entrata nel cuore.
Fu come se la mente si frantumasse, il dolore era tremendo. Chiara era la gioia della sua vita, ed era morta. Morta per colpa sua, di tutti loro. Cercò di reprimere un singhiozzo, poi le scoppiò un urlo dalla gola che bruciava. Sentì la macchina accostare di lato e fermarsi a motore acceso. Pianse gridando, i singhiozzi le incendiavano i polmoni mentre la mano di Gennaro le sosteneva un braccio. Avrebbe voluto morire di colpa e disperazione. Perché viveva? Pianse mordendosi le dita, strappandosi i capelli, si riempì di pugni il petto. Accettò il fazzoletto che Gennaro le porgeva, ma lo ruppe in tanti pezzi senza usarlo.
Chiara era morta. E la odiava.
– Signora, si calmi. A casa vediamo un dottore anche per lei, si calmi. Respiri, mi sente? Provi a fare un respiro lungo. Signora, ci vuole un dottore. Così si sentirà male, la prego si calmi.
Alzò la testa, lo fissò. La calma le calò addosso, come qualche istante prima.
– Nessun dottore. No. Andiamo.
In breve tempo raggiunsero il cancello. Gli chiese di fermarsi e scese. Chiara era stata coperta ma un braccio sporgeva dal lenzuolo, il magistrato era appena arrivato. Non lo riconobbe. I fotografi erano stati allontanati di alcuni metri, un cordone di polizia manteneva l’ordine. Vide i flash e sentì qualche domanda urlata da un piccolo gruppo di giornalisti. Qualcuno zittì chi aveva gridato. Un carro funebre parcheggiò lì vicino e una bara di zinco fu tolta dal baule da due uomini che la appoggiarono accanto a Chiara. Vide che srotolavano un sacco di plastica scura. Distolse lo sguardo. Pensò che avrebbe dovuto avvisare Gemma, il sacco di plastica gliel’aveva ricordata. Suo figlio. E Chiara, come lui.
Entrò in casa. Giuliano era nello studio, in piedi accanto alla poltrona sulla quale Chiara era seduta: accarezzava il velluto, assente. Aveva sangue sulle braccia e lacrime sul viso. La camicia bagnata e sporca, aperta sul petto.
– Giuliano, sono qui.
– Era seduta qui e ti teneva la mano, poi Valeria ha iniziato a ucciderla.
– Sì, era seduta lì. Noi tutti l’abbiamo uccisa.
– Noi non l’abbiamo uccisa. E’ stata lei. Le avrei detto di noi, ero pronto a farlo. Per me era una cosa seria, la storia con te è seria. Le avrei spiegato con calma e avrebbe capito. Avrei aspettato il tempo giusto. Volevo che lo sapesse. Le avevo parlato della separazione e dell’affidamento, le stavo facendo accettare l’idea. E’ stata lei a ucciderla, Valeria ha ucciso mia figlia.
Stava alzando la voce, si rese conto che la guardava senza vederla.
– Ha iniziato a ucciderla con quella maledetta foto. Ci ha fatti seguire apposta. Voleva che ci fosse una prova da sbattere in faccia a Chiara. Così l’ha uccisa, ha usato la fotografia e l’ha uccisa. Ti rendi conto? E’ pazza, ha ammazzato la mia bambina per punirci.
– Ma noi ci siamo baciati, non siamo stati attenti. Anche noi l’abbiamo uccisa.
Le andò vicino e le afferrò le spalle, la scosse.
– Non riesci a capire. Ti ho baciato perché ti amo. Forse anche tu mi ami, ma noi…
Le sembrò che si perdesse. Annuì, lo lasciò continuare.
– Non l’abbiamo uccisa: stavamo solo aspettando il tempo giusto per dirglielo.
La spinse via e ritornò alla poltrona, si inginocchiò. Appoggiò la guancia al bracciolo.
– Poche ore fa sedeva qui e ti teneva la mano. Amore mio, era qui.
Crollò, rannicchiato sul tappeto.
– Mia figlia, la mia figlia maggiore. Mia figlia. Mia figlia. La mia unica figlia. La mia bambina.
Teneva gli occhi chiusi e le palpebre strette. Dondolava sulla schiena. Gianna osservò la finestra, la tenda aperta, i fotografi e i giornalisti che stavano affollando la strada: corse a chiudere tenda e scuri, poi nell’ingresso girò la chiave nella serratura. Tornò da lui, gli si inginocchiò accanto.
– Giuliano, guardami.
Aprì gli occhi. La fissò, instupidito.
– Sei qui, Gianna. Chiara è morta, mia figlia è morta.
– Sì, amore mio. Tua figlia Chiara è morta.
Lo trascinò fino a farlo sdraiare sulle sue ginocchia e gli circondò le spalle con le braccia.
– Amore, mi dispiace. Amore, calmati adesso. Sono qui con te.
– Non è possibile che mia figlia sia morta a quindici anni. Doveva fare un sacco di cose, dovevo morire io prima di lei. Chiara non può essere morta.
Gli occhi erano vuoti, persi. Folli. Cercò di trovare un tono di voce che potesse dargli sollievo.
– Non tormentarti così. Pensa a quanto ti amava, non vorrebbe vederti in questo stato. Lascia che ti aiuti, amore. Sono qui per aiutarti ad affrontare tutto. Cerchiamo di pensare a come fare.
– Sei qui perché devi stare al mio fianco e non lasciarmi mai. Non so cosa fare adesso.
– Non devi fare niente, penso io a tutto. Alziamoci, proviamo a muoverci. Dai, vieni.
Si alzò in piedi, gli porse la mano e lo aiutò a tirarsi su.
– Dov’è Elena?
– E’ in camera sua, ho fatto chiamare la tata. Una dottoressa l’ha vista, poi è andata via.
– Bene, poi vado a vederla. Le dichiarazioni ai carabinieri?
La voce uscì atona.
– Ho già detto quello che è successo, chiederanno anche a te. Ho detto che abbiamo avuto una lite, ma che lei doveva comunque uscire per andare da una sua amica.
– Va bene. E Valeria?
– In camera nostra, anzi… E’ camera sua. Adesso è sola, i medici sono andati fuori. L’ha uccisa lei. Troia!
– Stai calmo. I giornalisti?
– Gianna, che ne so dei giornalisti? Sono stati lì a fotografare mia figlia con la testa girata indietro e il sangue dal naso e dalla bocca. Hanno fotografato Valeria sdraiata per terra e me che piangevo abbracciato a mia figlia. Non hanno avuto abbastanza?
– No, non hanno avuto abbastanza perché vogliono sapere cosa è successo. Visti i motivi della fuga di Chiara bisogna dire qualcosa e non lasciare spazio a pettegolezzi.
La freddezza che di nuovo le era colata addosso la rendeva incomprensibile perfino a se stessa. Un unico punto funzionante nel suo cervello, più o meno dietro la fronte, gestiva le sue azioni: lo sentiva vivere, sopraffare il resto dei neuroni spenti dal dolore.
– Posso uscire con la dichiarazione della famiglia? Non puoi dare l’incarico all’addetto stampa, è totalmente privo di calore umano.
– Devi uscire tu, io non ce la faccio.
Andò nel bagno, cancellò il sangue e le lacrime e si pettinò. Sistemò i vestiti e uscì, andò in giardino. Camminò verso il cordone di sicurezza, parlò con il maresciallo dei carabinieri e rivolse il viso ai giornalisti.
– Buonasera, questa è la dichiarazione della famiglia Conti.
Vide molte mani sporgersi con piccoli registratori e microfoni, i flash aumentarono e la accecarono.
– Questa sera mia nipote, Chiara Conti, figlia di Giuliano e Valeria Conti, ha avuto un tragico incidente con il suo motorino mentre usciva di casa. Chiara stava andando a fare visita a un’amica e non aveva ancora indossato il casco. E’ uscita dal cancello senza vedere un’automobile, è stata sbalzata dal motorino. La caduta deve averle provocato la frattura della base cranica. I tentativi di rianimazione da parte mia e di suo padre e l’intervento rapidissimo del 118 non hanno potuto salvarla.
Le mancò la voce. Appoggiò una mano al viso, le luci dei flash rendevano l’atmosfera irreale.
– Vi chiedo scusa. Concludo dicendo che la moglie del dottor Conti è in casa in stato di shock, mentre il dottor Conti si sta occupando della figlia più piccola che è molto provata dall’accaduto. Vi prego di rispettare questo momento di assoluta tragedia, questa notte e anche nei prossimi giorni. Vi ringrazio per l’attenzione. Buona notte.
Qualcuno gridò.
– Il giudice Conti amava molto sua nipote.
Si bloccò. Controllò il tremore del volto.
– Il giudice Conti, mio marito, aveva nelle nipoti la ragione della vita. Sapete che non abbiamo avuto figli. Vi chiedo di lasciarci tranquilli anche in suo nome. Per la prima volta considero un sollievo che non sia qui, almeno a lui la tragedia è stata risparmiata.
Si voltò e ritornò in casa, seguita dal maresciallo dei carabinieri. Entrarono insieme e si fermarono nel corridoio. Il maresciallo sembrava non avere molto da chiedere.
– Signora, cosa ha visto?
– Chiara è salita sul motorino, è partita azionando il cancello ed è uscita senza guardare. Le siamo corsi dietro, rendendoci conto che non aveva il casco. Mio cognato le ha urlato di fermarsi ma non deve avere sentito. Non ho visto l’impatto: sono arrivata al cancello e ho visto il suo corpo volare dove l’avete vista anche voi. Ho cercato di rianimarla.
Esausta, non aveva voglia di raccontare la morte di Chiara come aveva dovuto fare decine di volte con quella di Riccardo.
– Come mai è uscita così precipitosamente? Mi hanno parlato di una lite familiare.
– C’è stata una discussione, è vero. Ma sapevamo che aveva un appuntamento con un’amica. Probabilmente è uscita di corsa e senza casco perché la discussione l’aveva provata.
– Di che discussione si trattava?
Rifletté per qualche istante.
– Mi dispiace, ma questo non ha niente a che vedere con l’incidente. La dinamica è chiarissima, il torto purtroppo è tutto di Chiara che è impulsivamente partita senza casco e non ha controllato la strada. Cosa sia successo prima non è rilevante.
Il maresciallo non osò obiettare e la salutò per poi uscire in fretta. Raggiunse Giuliano: chino sulla scrivania, nascondeva la testa tra le braccia.
– Giuliano.
Lui sollevò la testa.
– Sì, amore, sono qui. Hai fatto la dichiarazione?
– Sì, adesso sdraiati sul divano. Vado a vedere Elena e Valeria.
Giuliano non disse nulla per un po’. Continuò a guardarla finché si mosse per andare da Elena.
– Perché vai da Valeria?
– Voglio vedere come sta.
– Valeria deve andarsene da questa casa, ha ucciso mia figlia.
Scosse la testa, paziente.
– Parleremo di questo domani. Adesso sta molto male, ha visto morire sua figlia. Devo andare a vederla.
Si alzò di scatto.
– Vado io a vederla, tu stai con Elena.
Qualcosa, una sensazione istantanea le suggerì di non accettare. Poi ci fu la voce di Riccardo.
– Fermalo.
Allungò un braccio verso di lui.
– No, resta qui. Sei troppo agitato.  Amore, riposa un momento sul divano. Ti prego. Penso io a Elena e Valeria.
Le strinse il mento con una mano.
– Non mi hai mai detto che mi ami.
I suoi occhi non avevano luce.
– Giuliano, ti amo moltissimo. Da tanto tempo.
Riuscì a sorridere, le accarezzò i capelli.
– E’ lo stesso per me. Ti amo da tanto tempo. Adesso lasciami andare. Valeria ha ucciso mia figlia. Ora io uccido lei.
– No! Fermati!
Provò a bloccarlo ma la spostò con un colpo cattivo e riuscì a uscire, chiudendosi la porta alle spalle. Lo inseguì, certa che avrebbe ucciso Valeria se fosse riuscito a raggiungerla. Corse nel corridoio. Era quasi alla porta della camera da letto. Gridò.
– Valeria! Chiudi la porta! Subito! Chiudi la porta, scappa!
Valeria aprì un poco la porta e li vide.
– Chiudi subito, Valeria! Muoviti!
Valeria comprese la situazione, si buttò sulla porta e chiuse a chiave mentre Giuliano si scatenava a calci e pugni.
– Apri! Apri immediatamente! Stronza, puttana, apri!
– Valeria, vai via! Esci dalla finestra!
Si avvicinò a lui, provò ad afferrargli la schiena.
– Amore, vieni via. Basta adesso! La porta è chiusa, ragiona! Lasciala stare!
Lo afferrò per la cintura dei pantaloni, tirò: riuscì a spostarlo solo di pochi centimetri. Lui le diede una spinta.
– Vai via! L’ammazzo, ha fatto morire Chiara!
Dall’interno della stanza sentì Valeria piangere e urlare. Gli si strinse addosso.
– Giuliano, ti prego calmati! Ti supplico! Valeria, vattene! Esci dalla finestra! Amore, dai, ti prego…
Fu un attimo. I suoi occhi mutarono. La afferrò e strinse. Le fece male.
– Non difenderla, ha ucciso mia figlia! L’ha uccisa!
La spinse contro il muro, andò a sbattere contro la parete. Alzò le braccia, lo vide avanzare verso di lei. La colpì sul viso, sulle braccia, sul torace. Cercò di difendersi con le mani, ma i colpi erano troppi e lui era forte. Si piegò avanti.
– Ha ucciso mia figlia! L’ha uccisa!
– Giuliano, ti prego. No. Mi fai male! Amore mio, no.
Poi ci fu la voce di Valeria.
– Bastardo, lasciala stare! L’ammazzi! Lasciala andare! Lasciala! Venite, di corsa! E’ impazzito! L’ammazza! Aiutatela vi prego, aiutate Gianna, l’ammazza!
Cadde e si rannicchiò contro la parete. Lui si avvicinò, spostò un braccio avanti. Qualcosa scivolò sul pavimento, una busta bianca con l’intestazione dell’ospedale. La afferrò e la sollevò.
– Amore guarda questa, guardala! Ti prego…
Giuliano piegò un ginocchio per sferrare un calcio, ma vacillò. Spostò gli occhi sulla busta. Gianna provò ad alzarsi, si mise seduta con una mano sul viso e l’altra che tendeva la busta.
– Basta, leggila ti prego.
Riuscì a mettersi in piedi, il sapore del sangue in gola.
– Prendi e leggi. Amore, sono incinta. Aspettiamo un bambino.
Poi scivolò in basso e non vide più niente, e fu il braccio di lui ad afferrarla prima che cadesse.

© MariaGiovanna Luini, 2016

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