DoctorWriter [42] di MariaGiovanna Luini

© ph. M.G. Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 32

Sedettero nello studio di Giuliano senza la memoria della cena rapida e imbarazzata. Elena si era addormentata tra le braccia di Giuliano ed era stata messa a letto, Chiara si sistemò su una poltrona e strinse la mano della zia.
Valeria fu l’ultima a entrare, uno scialle nero la rendeva ancora più minuta e pallida. Iniziò a parlare spostando lo sguardo dall’uno all’altra.
– Grazie per essere qui. E’ arrivato il momento di chiarire alcuni punti. Dobbiamo parlare.
Giuliano le fece eco, la voce suonò minacciosa.
– Parliamo, allora. Mi sembra un modo eccellente per rovinare una giornata di festa, ma se proprio è necessario parliamo. Sbrighiamoci, siamo qui apposta.
Valeria lo ignorò, sorrise a Chiara senza convinzione poi estrasse una fotografia da una piccola borsa che portava in mano.
– Chiara, sai che tuo padre e io ci stiamo separando.
– Me l’ha detto papà. E anche tu. Insomma, lo so.
– Sai anche che vuole chiedere il tuo affidamento?
– So che vuole chiedere un affidamento congiunto, se non sbaglio. Si chiama così, vero?
Si rivolse al padre, sempre più teso.
– Congiunto, è così?
– Sì, amore, è così. Mai sognato di ingaggiare battaglie che farebbero male a te e tua sorella. Tua madre e io, insieme. Non cambierà niente.
Valeria le porse la fotografia
– Bene, se non cambia niente ti prego di essere adulta come spesso ti ho visto essere. Mi raccomando, voglio che affronti questa cosa da persona grande. Prendi, guarda questa fotografia.
Fu un’illuminazione tardiva e repentina, Giuliano ricordò la mattina e l’istante, comprese ciò che accadeva: tentò di fermarla ma mancò la presa, Valeria fu più veloce. Passò la fotografia alla figlia. Chiara la afferrò e la tenne a lungo davanti al viso. Cadde il silenzio.
Gianna si sporse verso la nipote. Riuscì a vedere le figure che si stringevano accanto a una macchina scura: non ci volle molto per riconoscere se stessa e Giuliano qualche tempo prima, mentre la baciava prima di andare a lavorare. Giuliano l’aveva baciata e all’improvviso Gennaro era scattato verso il cancello, qualcuno aveva parlato di una fotografia. Pensò a uno scherzo tragico oppure a un momento di follia della cognata: ciò che stava capitando era impossibile, ancora più incredibile della morte di Riccardo.
Giuliano puntò il dito contro Valeria.
– Tu.
Chiara intervenne, urlando.
– Papà, stai zitto! Spiegatemi questa fotografia!
Volse il viso a Gianna e si alzò, strinse i pugni.
– Zia, spiegami quella fotografia! Cos’è? Sei tu con lui, cosa stavate facendo? Spiegamelo, zia! Avevi giurato che tra te e lui non c’è una relazione, me l’hai giurato! Cosa facevi in questa foto, zia? Rispondi!
Gianna riuscì a distinguere il respiro di ciascuno. I sensi acuiti, coglieva ogni più piccolo rumore. E gli odori, la stanza ne era impregnata: paura, rabbia, orrore, morte. Sapeva che l’evoluzione della sera sarebbe stata pessima, ma non era riuscita a indovinare. E, oltre, c’era l’incredulità: non pensava che Valeria fosse capace di tanta crudeltà. Era consapevole delle conseguenze? Aprì la bocca per rispondere.
– Lo vedi benissimo. E’ evidente. Stavo baciando tuo padre.
Nessuno fiatò: gli occhi di Chiara erano spalancati, le pupille dilatate. Tremava e non parlava.
– Perché, zia?
– Perché qualche tempo dopo la morte dello zio ci siamo innamorati. Era difficile dirtelo, molto. Mi dispiace tesoro, quando ho giurato che non ci fosse niente tra noi l’ho fatto perché sapevo che avresti fatto fatica a capire e accettare. Tuo padre e io avremmo voluto dirtelo con più calma, non adesso. Non era il momento giusto.
Giuliano scosse delicatamente la figlia, afferrandole una spalla.
– Chiara, ascolta. La situazione è complicata. Ci siamo innamorati dopo che lo zio è morto, ma devi sapere altre cose. Noi non…
Valeria intervenne.
– Certo, gentiluomo, raccontale tutta la situazione! Anzi, ti risparmio il disturbo: Chiara, guardami. Devo dirti altre cose.
Fu come se la scagliassero a chilometri di distanza: i suoni erano di nuovo attutiti come nei primi giorni dopo la morte di Riccardo. Stava accadendo qualcosa di mostruoso, Valeria avrebbe raccontato a Chiara la sua relazione con Riccardo e forse la paternità di Elena. Su di loro era calata la follia, ne riconosceva il colore e l’odore selvaggio, storto. Chiara era nel mezzo di una guerra che non avrebbe dovuto riguardarla e si sarebbe fatta molto male, era in pericolo: c’era la morte da qualche parte, il suo fetore freddo era inconfondibile. Doveva intervenire. Si mosse verso Valeria, che indietreggiò portando le mani avanti e lasciando cadere lo scialle.
– Valeria, pensa bene a quello che dici a tua figlia. E’ già abbastanza traumatizzata!
– Lascia stare mia madre!
La voce di Chiara la bloccò. Si era liberata dalla mano di Giuliano, l’aveva spinto indietro.
– Zia, lascia stare mia madre. Non c’è niente da spiegare. Sei tu che hai provocato tutto, vero? Hai giurato che tra voi non c’è niente invece non è vero! Me lo stai portando via!
Giuliano provò ad abbracciarla.
– No, amore, aspetta. Non è così. Zia Gianna non c’entra con la crisi che c’è tra me e la mamma. Lo sai, lo sapevi anche prima. Ricordi? Ne abbiamo parlato tante volte. Sapevi che c’era crisi, Gianna non c’entra niente.
Scosse la testa, Chiara non stava ascoltando. Andò da lei e tentò di accarezzarle il viso, ma le spostò la mano.
– Non toccarmi, zia. Non toccarmi più! Mi hai tradito, hai fatto male a tutti noi e volevi che papà sostituisse lo zio. Volevi portarmi via papà, volevi prenderti tutto perché sei rimasta da sola senza lo zio e senza figli! E hai giurato, mi hai giurato che avrei dovuto stare tranquilla. Non volevo che amassi papà, voglio la mia famiglia come era prima, non devi intrometterti! Ti ho chiesto di giurare e l’hai fatto! Hai giurato! Prima in camera hai detto che non mi hai mai tradita, bugiarda!
Tra una parola e l’altra non poteva respirare, il volto rosso scuro, cianotico.
– Tesoro, non è vero. Non è così. Non ti ho mai tradita. Amare tuo padre non è un tradimento, non c’entra con l’amore che ho per te.
– Zitta! Non mi hai detto niente, hai negato! Mi hai tradita!
Anche Giuliano provò a farsi ascoltare.
– Chiara, devi fermarti. Ascolta noi adesso, non solo la mamma.
– No! Vi odio!
Chiara la spinse contro la poltrona ma riuscì a non cadere: si aggrappò allo schienale e attese le parole della nipote con una sorta di rassegnazione. La vide tremare ancora, urlò di nuovo liberandosi dal tentativo di Giuliano di afferrarla e stringerla per calmarla.
– Vai via di qui zia, non ti voglio più vedere. Lasciaci in pace, sei una donna cattiva! Ti odio!
– Insomma, Chiara, basta! Lascia che ti spieghiamo. Non sei più una bambina, stai esagerando. Siediti e smetti di insultarla!
Chiara scoppiò in lacrime e allontanò la mano del padre.
– Lasciami stare papà, se difendi la zia significa che non vuoi bene a me. Non ritorni più a casa perché stai con lei, e lei mi ha giurato che non è vero. Ha ragione la mamma, dormi da lei e fate l’amore. Ti rifarai una famiglia lontano da noi. Avete mentito tutti e due, mi avete presa in giro. Non è vero che mi amate, allora me ne vado. Ti odio, vi odio tutti e due! Vi odio, vado via!
Si precipitò verso la porta, le corse dietro.
– Chiara, no! Vado via io. Fermati, ti prego! Me ne vado subito!
Non capì la ragione per la quale nessuno riuscì a bloccarla. L’odore della morte quasi la tramortì, gridò a Giuliano di riprenderla, di fermarla a ogni costo. Davanti agli occhi ogni cosa era nera.
Chiara salì sul motorino e aprì il cancello, andò a tutta velocità verso la strada. Continuarono a correre vedendola imboccare il cancello. Probabilmente notarono le luci dei fari di una macchina che si avvicinava.
Fu Giuliano a urlare, la voce nemmeno la raggiunse.
– Chiara, fermati! Fermati!
A Gianna sembrò un’eternità: la figura della nipote in motorino svoltò appena fuori dal cancello e un tuono scosse il silenzio irreale della notte. Raggiunse il cancello in tempo per vederla volare al di là della strada e ricadere senza difese nel prato.
– E’ morta, amore. E’ già qui da me. Respira, amore, respira.
La voce glielo disse prima ancora che le mani, gli occhi, i sensi tentassero di distinguere i tratti del viso e il respiro della ragazza. Era morta, la caduta aveva tolto ogni speranza. Sentì le grida di Valeria e avvertì contro le proprie spalle il corpo pesante di Giuliano che cercava di afferrare la figlia.
– Chiama il 118, di corsa!
Gli ordinò mentre infilava un dito in bocca alla nipote per togliere i denti rotti e controllare che la gola fosse libera. Iniziò la rianimazione senza ragionare, impiegando tutta la forza che aveva. Intanto, con la mente e il cuore e l’anima in frantumi le inviava preghiere, e invocazioni, e l’energia che sperava di recuperare da qualche parte. Ma Chiara non reagì.
– Ha il collo spezzato, lasciala. E’ questo il suo destino. Lasciala, amore. Parlerà con te quando si sarà adattata a questo mondo ma non preoccuparti, è qui con me adesso.
Lo sapeva. Vedeva. Come aveva visto Riccardo, come aveva visto il figlio di Gemma anni prima. Ma con Chiara no, non poteva accettarlo! Non era il momento giusto, Chiara non doveva partire così. Aveva il collo spezzato ma non poteva morire, non sarebbe morta odiandola. Doveva svegliarsi! Un dolore feroce alle spalle rischiò di bloccarla, riuscì a non fermarsi. Le sue braccia comprimevano il torace, la bocca insufflava aria nelle labbra ferme.
– Respira, amore, respira. Ti prego respira, mi occuperò di te. Vivrò per te. Dai Chiara, ti prego. Forza Chiara, amore, forza!
Pregava e tentava di rianimarla mentre la strada si affollava di persone che parlavano, urlavano, piangevano.
L’ululato delle sirene la avvolse, non volle smettere. Si muoveva contando mentalmente le manovre e cercando di non perdere il ritmo: non si rese conto di essere ormai circondata da polizia e personale dell’autoambulanza che non osava chiederle di smettere quel tentativo tanto patetico quanto inutile. Una donna con l’uniforme medica del soccorso le si avvicinò.
– Sono una collega.
Le posò una mano su una spalla, si mosse per liberarsene: non voleva che le impedissero i movimenti, stava rianimando sua nipote.
– Collega, ascoltami: smetti di rianimarla. Guardala: è inutile.
– Gianna, piantala.
Riccardo aveva urlato ma non voleva ascoltare neanche lui, non doveva prendersi Chiara.
Aumentò il ritmo: avrebbe scritto una lettera all’ordine dei medici, avrebbe deferito la donna che tentava di convincerla a non salvare sua nipote. Nessuno avrebbe potuto impedirle di salvarla. Chiara non poteva morire odiandola, doveva svegliarsi e sentire le sue spiegazioni, doveva amarla come aveva fatto per tutta la vita. Riuscì a parlare nonostante lo sforzo.
– Sta reagendo, sta reagendo. Lasciami fare e aiutami piuttosto!
– Non sta reagendo, non può reagire. Guardala, è morta.
Le aveva parlato con dolcezza, odiò la sua voce: non poteva decidere la morte di Chiara. Perché Chiara non poteva essere morta. Si sentì afferrare e sollevare: qualcuno la girò e le tenne la testa ferma tra le mani.
– Gianna, piantala! Mia figlia è morta!
Era Giuliano, il viso stravolto dalle lacrime e i capelli in disordine. Spostò lo sguardo poco più in là: Valeria piangeva sdraiata sul prato.
– Amore, smetti, ti prego, Chiara è morta. Capisci? E’ morta!ù
Lo fissò senza vederlo. Si sentì cadere indietro ma le sue braccia la sostennero.
Tante gente osservava la scena e un’automobile era ferma poco lontano, con il cofano ammaccato e il lunotto anteriore rotto. Una donna era seduta sull’asfalto accanto all’automobile. Piangeva anche lei. Un infermiere le parlava dolcemente.
Si liberò dalle mani di Giuliano e si avviò verso casa sua, a piedi.
Tanto nessuno avrebbe osato fermarla.

© MariaGiovanna Luini, 2016

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