DoctorWriter [36] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

 Capitolo 26

– E’ il trauma. Hai sputato fuori roba avvelenata e stai rifiorendo. Il dolore lo fa. E’ capitato anche a me. Ho iniziato a scrivere libri dopo la morte di mio figlio.
– Ge, perché non pronunci mai il suo nome?
– Perché è mio, e basta.
– Va bene. Hai iniziato a scrivere dopo, lo so.
– Il dolore ti frantuma, ti spacca il cuore, ti riduce a niente. E se sopravvivi trovi il modo per ricostituire un’altra te più vera, e finalmente gli istinti non sono più vergogne da coprire come gli organi sessuali su certi quadri. Te ne fotti, fai ciò che dalla nascita avresti dovuto fare. Io scrivo e tu?
– Non lo so ancora. Sto cercando.
– Non cercare, lascia dormire la razionalità: è solo una parte di te, non è Dio. La razionalità serve esattamente come altri elementi. Non cercare, arriva da solo. Il talento arriva da solo, e chiamalo istinto, passione, bisogno, significato dell’esistere. Arriva.
– Senti, sai che Riccardo era malato.
Gemma si bloccò. Il suo sguardo era cambiato. Aveva annuito, attenta. E cauta: quando nominava Riccardo la vedeva così, come se fosse in bilico di fronte a un abisso.
– Pensi che se non l’avessero ucciso si sarebbe suicidato?
– Perché lo chiedi?
– Perché sì.
– Che simpatia che sei, ti preferivo muta. Va bene, non me lo vuoi spiegare. Fa lo stesso. Il caso vuole che sia stata la stessa domanda che mi sono fatta anche io quando mi hai raccontato il risultato dell’autopsia. Non ce lo vedo proprio ad affrontare le cure.
– Non voleva curarsi.
– E’ lo stesso, non lo vedo ad affrontare la fase terminale di un cancro.
– Appunto. Pensi che avrebbe potuto suicidarsi? I pazienti oncologici in realtà non lo fanno quasi mai.
– E’ vero. Ma Riccardo sì, in teoria penso che avrebbe potuto suicidarsi. E non chiamarlo paziente oncologico, era tuo marito. Ma Gianna, senti: Riccardo è morto in altro modo e non sono sicura ti faccia bene riflettere su questo. La malattia non cambia niente.
– Penso che si sarebbe suicidato, non avrebbe accettato di morire per un cancro. Ne sono abbastanza convinta.
– Va bene, adesso che entrambe concordiamo non siamo arrivate da nessuna parte. Non perdere il contatto con la realtà. In linea teorica posso seguirti nel ragionamento, Riccardo non avrebbe sopportato un’agonia lunga e dolorosa, ma non si è suicidato.
– No. L’hanno ucciso. E se si fosse suicidato, per esempio sparandosi, pensi che mi avrebbe scritto?
Il sospiro di Gemma le si intrufolò rauco nelle orecchie.
– Uffa, mi dici cos’hai? Che ti prende?
– Ge, rispondi e basta. E’ solo teoria! Sto cercando di capire, per me stessa.
– Di questo sono sicurissima. Se si fosse suicidato ti avrebbe scritto. Ha fatto il dandy per decenni ma non poteva fare a meno di appendersi alle tue parole, e al tuo giudizio. Figurati, ti adorava.
– Sì, mi avrebbe scritto. Ma cosa avrebbe scritto?
– Di perdonarlo. Ti avrebbe chiesto perdono, non ho dubbi. Sarebbe stato consapevole di farti molto male quindi avrebbe tentato di spiegarti e ti avrebbe chiesto perdono. Senti, è una specie di gioco del cavolo o cosa?
– Non mi sembra un gioco, e a te?
– A me sembra una tortura senza senso. Riccardo è morto perché gli hanno sparato, non si è tolto la vita e non ha scritto biglietti di addio. Vero?
– Va bene, lasciamo stare. Quando ci vediamo?
– Non cambiare discorso, ripeto la domanda. Riccardo non ha lasciato biglietti di addio, vero?
Aveva esitato.
– No, nessun biglietto.
– Mmmm… Cosa altro ti ha detto il magistrato? Hanno capito chi l’ha ucciso?
– No. Secondo me è stato chiaramente un omicidio di mafia, anche se alcuni particolari mi sembrano atipici. Mi sono chiesta perché mi abbiano tenuta ferma e non abbiano sparato anche a me.
– La mafia non uccide le donne, se non è necessario.
La voce di Gemma non aveva retto ed era andata giù, incerta fino a spegnersi. Erano sciocchezze, lo sapevano. Il giorno dell’attentato Gianna era tra i piedi, avrebbe potuto vedere cose pericolose: perché disturbarsi a tenerla ferma? E Riccardo avrebbe potuto morire in altro modo: una bomba, per esempio. Gli assassini erano rimasti in giardino e avevano aspettato che arrivasse la scorta. Avevano ammazzato Fabrizio e Luca e avrebbero potuto evitarlo entrando in casa nella notte, senza coinvolgere agenti che non facevano altro che il loro dovere.
– Senti, non so cosa dirti. Probabilmente sono riusciti a organizzarsi per quel giorno a quell’ora, non ti hanno ucciso perché sapevano che non conoscevi i particolari del lavoro di Riccardo. Oltretutto sai il casino, lavori con Voltri e sei medico. Una specie di bestemmia perfino per la mafia. Fabrizio e Luca erano armati, hanno dovuto ucciderli.
Fabrizio e Luca erano armati ma non si aspettavano un agguato in guardino. Li aveva sognati, vivi e sorridenti, con le armi cadute ai piedi. Fabrizio aveva un bambino di tre anni, l’aveva incontrato a una delle inutili celebrazioni pubbliche a qualche mese dall’attentato. I due agenti della scorta si erano mossi come burattini spaventati senza riuscire a puntare la pistola in una direzione, e chissà se Fabrizio aveva pensato a suo figlio mentre moriva. Anche Riccardo aveva una figlia di tre anni, Elena: si possono fare figli quando si sa che il rischio di morire è tanto alto?
– Erano agenti armati addestrati alla difesa. Gli aggressori avrebbero avuto il tempo di uccidere Riccardo ma non di scappare, li avrebbero fermati. Tu non eri armata e non ha senso uccidere la moglie di un magistrato, salvo eccezioni che conosciamo. Comunque non ho intenzione di arrovellarmi per capire perché non ti abbiano riempita di proiettili, li ringrazio per non averlo fatto e li odio con tutto il cuore per il massacro. Parliamo di altre cose.
Non avevano cambiato argomento. Era andata via dopo un’ora, si erano abbracciate a lungo. Poi Gianna si era seduta nello studio, aveva lasciato che il sole la sfiorasse attraverso i vetri della finestra spalancata: le immagini fioccavano nelle fessure dei suoi occhi lenti.
Prima, un teatro: il palcoscenico, le tende rosso scuro, l’odore della polvere. Passi sul legno e l’ombra di Riccardo. Messinscena, ecco la parola. La morte era stata una enorme messinscena teatrale. La mafia l’aveva organizzato per dimostrare qualcosa. La mafia. Pensieri fermi e la parola fluttuava, si disgregava. Non era reale. Mafia. Nella luce vaga e filtrata, nei pertugi tra le ciglia abbassate una cascata di ansia fulminea, poi la pace. Mafia. No, no e no. Riccardo era in un teatro, si stagliava sullo sfondo e il volto era parzialmente coperto dalle quinte. I corpi di Fabrizio e Luca, il bambino piccolo che aveva sollevato tra le braccia mentre la madre singhiozzava e diceva come faccio, come faccio adesso. Gli sguardi attoniti: non era possibile che l’attentato fosse lì, in giardino, alle porte di Roma. Non a Roma, mai. Era la regola. Ma nel teatro nessuna regola. Riccardo moriva e la fissava, non aveva spostato gli occhi. Gianna vai via, vai via. Ti guardo amore, e ti porto con me. Io so che morirò, perdonami. Mafia. No! Riccardo, teatro. Teatro!
Spalancò gli occhi e andò alla scrivania, estrasse un foglio bianco da una pila accanto alla lampada. Scelse una stilografica con l’inchiostro verde. Senza perdere il vuoto e la magia del silenzio appoggiò la mano che subito scrisse: Riccardo – Gianna. Andò a capo.
Riccardo – Valeria – Elena – lettera notaio.
Con la lettera al notaio Riccardo aveva spiegato la situazione e chiesto perdono per la relazione con Valeria e la paternità di Elena. La lettera doveva essere recente. Non parlava della malattia: forse non sapeva ancora di essere ammalato, oppure riteneva che il motivo della sua morte non dovesse essere la malattia. Tolse la lettera da un cassetto.
– Spero tanto che Giuseppe non debba leggervi mai questa lettera; se lo sta facendo è perché sono stato costretto a lasciarvi.
Non si poteva capire se sapesse di essere malato. Il biglietto lasciato nella tasca del suo tailleur, invece, faceva pensare che conoscesse il proprio stato di salute. “Ho saputo che morirò. Non ho più tempo per dirti tante cose”. La morte era vicina, non c’era il tempo di spiegare.
Tasca tailleur – ultimo messaggio – perdono.
Sapeva di averle già chiesto perdono per la relazione con Valeria: perché ripetere in un biglietto lasciato in tasca? Lo osservò, ormai portava i segni delle decine di riletture. L’argomento era la morte, ne era il centro: se Riccardo avesse deciso di suicidarsi le avrebbe scritto. Quando l’aveva letto aveva pensato alla lettera di un suicida. Sollevò la testa verso le finestre: era buio. Dove era finito il sole?
Intenzione di suicidarsi – biglietto in tasca – omicidio.
Aveva deciso di suicidarsi, ma dopo avere scritto il biglietto e averlo lasciato nella tasca di quello che avrebbe potuto essere il suo vestito al funerale aveva temporeggiato. E la mafia l’aveva ucciso.
Attentato – 4 (5? uno alla guida) uomini – giardino – telecomando.
Sottolineò la parola “telecomando”. Mancava quello di Riccardo. Qualcuno lo aveva rubato. Forti cercava di stabilire chi, quando e come. Era possibile che lo sapesse già, aspettava una conferma.
Valeria. No, non lei: lo amava. Perdendo lui aveva perso il padre di Elena. E non sarebbe stata capace di organizzare una cosa del genere.
Giuliano. Neanche lui. Probabilmente sospettava l’esistenza della relazione, però aveva sempre messo il fratello al primo posto. Per lui non sarebbe stato difficile sottrarre il telecomando con una scusa e farlo consegnare a qualcuno, ma non l’aveva fatto. Non era possibile.
Gianna. Non ricordava di avere organizzato l’attentato, non ricordava di avere mai voluto la morte di Riccardo. Certo, avrebbe potuto sottrarre il telecomando ma non l’aveva fatto. Non era stata lei.
Non c’erano altri nomi. Posò la stilografica. Fissò a lungo il foglio. Chiuse gli occhi e li riaprì molte volte.
Non ci aveva pensato.
C’era un altro nome, altro che. Il mandante. Il vero responsabile di tutto.
Lo scrisse e per qualche attimo fu incapace di respirare. Nessuno le avrebbe creduto. Ma era quello, il nome.
Riccardo.

© MariaGiovanna Luini, 2016

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