Doctorwriter [34] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. È il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 24

Nell’ampia anticamera dello studio di Alessandro Forti c’era gente seduta, le mani intrecciate e nervose, o in piedi a passeggiare in silenzio per sciogliere l’ansia. Sorrise a una donna: magra e bionda, i capelli lunghi vaporosi come se li avesse appena spazzolati, stringeva a sé la borsa e sembrava incerta. Forse non sapeva dove andare. Ebbe l’impressione che volesse rivolgersi a lei, aprì la bocca e con le dita indicò qualcosa.
– Signora Conti.
Il tempo di voltare la testa e annuire, ritornò a guardare nella direzione della donna. Non c’era più. Eppure avrebbe giurato che stesse per porle una domanda, dove era andata? Non c’erano porte così vicino. Ebbe la curiosità di chiedere, ma fu fatta accomodare e con l’atmosfera della stanza le calò addosso una specie di oppressione. Forti le strinse la mano a lungo, con una confidenza amichevole.
– Signora Conti, benvenuta. Si accomodi, prego.
Cupo e sobrio, l’ambiente la intimidiva: l’unico ornamento, un piccolo crocefisso argento sulla scrivania, rifletteva la luce scarsa di una lampada gialla. La finestra oscurata da una pesante tenda crema non lasciava filtrare aria e rumori. Forti sedette di fronte a lei, toccò un piccolo pulsante che si notava appena accanto al crocefisso e la porta si chiuse con un breve scatto. Doveva avere qualche anno più di Giuliano, avrebbe potuto essere coetaneo di Riccardo. Barba e baffi scuri, occhi verdi e denti piccoli, gli incisivi distanti tra loro, le sorrideva in silenzio: la stava studiando. Era saldo, deciso, il sorriso ampio e la voce potente.
– Come sta, signora?
– Non lo so. Meglio rispetto a qualche tempo fa ma ho ancora qualche problema, credo.
– Posso immaginare, non si preoccupi. E’ qui come testimone, non pretendo che in un incontro solo affrontiamo argomenti eccessivamente traumatici.
– Per me va bene. Mi dica cosa vuole sapere.
Forti appoggiò sul naso gli occhiali e lesse un documento, lei immaginò che l’avesse tolto dallo schedario dietro la scrivania. Spiegò che avrebbe voluto ricostruire l’accaduto, in particolare la mattina dell’agguato ma prima voleva essere sicuro che Giuliano le avesse raccontato i risultati dell’autopsia. Annuì, Riccardo aveva un microcitoma polmonare metastatico. Le porse il referto. Lesse: “diffusa sostituzione del parenchima epatico da parte di noduli eteroplastici”. Riccardo stava morendo. Restituì il documento senza una parola, Forti sembrò soppesarlo prima di porre la domanda.
– Era grave, vero?
– Un dramma.
– Mi dispiace sul serio.
– Già, anche a me. E il fatto che la mafia l’abbia ucciso prima del tumore non mi consola, non so perché. E’ stato follemente colpevole da parte mia non accorgermi. Metastasi di quel genere avrebbero dovuto dare qualche segno, un ittero per esempio.
– Cioè?
– Avrebbe dovuto avere un colorito giallastro, o almeno un po’ di giallo negli occhi.
– Un medico che ho consultato ha detto la stessa cosa. Non è stato così?
– Non me ne sono accorta.
– Quel medico mi ha anche detto che spesso i familiari notano solo tardivamente i segni di una malattia, e i parenti medici sono i peggiori di tutti. Intendo dire che negano, rifiutano l’idea che la persona che amano stia male, non vogliono accettare la realtà.
– E’ vero, ma non è un’attenuante. Stiamo parlando di una situazione abnorme, gigantesca. L’ho lasciato solo mentre soffriva.
– Non sia troppo severa, è inutile e non è neanche vero. Ci sono prove che abbia voluto nascondere la malattia soprattutto a lei. Voleva proteggerla, l’ha sottolineato più volte in un documento nella cartella clinica: aveva vietato le telefonate a casa e le comunicazioni a lei. Quei vostri fogli che fate firmare, i consensi informati.
– Quelli che poi servono a voi se qualcuno ci denuncia.
– Beh, anche. Comunque suo marito ha scritto di suo pugno che l’informazione alla famiglia, in particolare alla moglie, era vietata. Sa perché sono riuscito ad avere gli incartamenti anche se ho fatto una bella fatica? Perché ha aggiunto: “finchè sono vivo”. Ha proprio scritto così. Ho fatto sequestrare le cartelle, ma sono stato facilitato da quella chiosa. Riccardo l’ha protetta, ma poi ha voluto lasciarle la possibilità di conoscere la situazione. Ha voluto risparmiarle un po’ di dolore, sono certo che non tollerasse l’idea di darle un dispiacere così grande.
Non riuscì a ribattere, strinse le labbra e si accorse che il mento tremava. Suo marito l’aveva chiusa fuori dalla sua vita, non aveva condiviso con lei la malattia. Peggio, lei non si era accorta.
– Senta, signora. Ognuno sceglie per sé, Riccardo ha deciso di vivere da solo la malattia senza curarsi e senza distruggere lei prima del tempo. Era adulto e molto intelligente, la responsabilità della scelta è sua. So che lei è un medico eccellente con una capacità diagnostica speciale, ma capita di non vedere e non è un errore. Chi ha voglia di notare un cancro nel proprio compagno? Oltretutto è possibile che i sintomi non fossero chiari. Suo cognato mi ha parlato di una bronchite.
– È vero, aveva avuto tosse e febbre. Gli avevo prescritto una radiografia del torace, credevo non l’avesse fatta. Mi aveva detto di essersi fatto visitare e aveva chiuso la questione.
– Non ha insistito?
– No. Sarebbe stato inutile. Non dava retta a nessuno, se avessi fatto ulteriori pressioni avrebbe mentito per chiudermi la bocca.
–  È quello che ha fatto. Capitava spesso che le nascondesse qualcosa?
– Sì. Molto.
– Anche sulla salute?
– Non so rispondere. In anni di matrimonio l’ho visto stare male una o due volte, per il resto sembrava in perfetta forma.
– Il referto parla anche di metastasi encefaliche. Pensa che avrebbero potuto influire sul suo comportamento? Insomma, nel cervello… Magari cambiare qualcosa in lui, schiacciare strutture importanti e farle funzionare male.
Cercò di nuovo il referto dell’autopsia sulla scrivania.
– Non credo, non erano estese. In linea di principio non si può mai dire, le metastasi creano zone di edema, cioè di gonfiore e compressione intorno, sul resto del cervello, quindi non sono sicura al cento per cento. Posso dire che non ho notato comportamenti insoliti.
– Entrando nel dettaglio, pensa che le metastasi avrebbero potuto dargli problemi di memoria?
– Non per un danno diretto. Troppo piccole e in zone che non c’entrano con la memoria. Però c’è una cosa. Quando qualcuno riceve una diagnosi così grave e ne comprende in pieno il significato è impossibile che non abbia alterazioni del comportamento. Cambiano le priorità, c’è lo shock, si pensa alla morte e si ha paura. Sostanzialmente è un trauma pazzesco e lui ha dovuto reggerlo da solo. I pazienti con un tumore cambiano il loro modo di vedere le cose, le priorità non sono più le stesse e gli eventi non hanno la medesima importanza. Anche i legami con le persone subiscono bruschi cambiamenti. Chissà, forse la diagnosi può averlo reso meno attento ai dettagli della vita quotidiana.
Parlava, ma una parte di lei non credeva alle parole. Stava dicendo il vero, alle persone con tumore succedeva così, però c’era il biglietto nella tasca: nell’aria ottusa e opprimente della stanza l’aveva dimenticato, ma ritornava. Ne aveva compresa una parte. Riccardo le parlava dando per scontato che avesse scoperto il suo tumore. Ora so che morirò.
– Molto interessante. Spiegherebbe forse un punto critico, la mancanza del telecomando del cancello: anche a lei risulta che ne manchi uno?
– Non ne ho idea. Il mio è qui nella borsa. Uno ce l’ha mio cognato. Gli altri due…
– Il telecomando della scorta è stato ritrovato, quello di suo marito no.
– Non so niente di quel telecomando.
SeForti voleva metterlo in relazione con il tumore poteva farlo. Per capire bisogna trovarsi nella condizione di chi all’improvviso scopre che morirà presto, ne ha assoluta certezza. Come si può badare al cancello, alla sicurezza, al telecomando? Lei avrebbe anche smesso di lavorare, anche se per Riccardo il lavoro era… La voce si spezzò per una frazione di istante. Notò alle spalle di Forti un’ombra più scura proiettata sul muro: la figura snella e sorridente di suo marito. Strizzò gli occhi, riprese a parlare. Cosa stava dicendo? Ah, che per Riccardo il lavoro era…
– La ragione di vita. Amava così tanto la professione da essere pronto a morire. Non è da tutti: alcuni di noi sdrammatizzano con quattro battute pesanti, altri si chiudono in una specie di solitudine asociale per non legarsi troppo agli altri, lui invece mostrava l’orgoglio di essere magistrato e l’idea che la mafia lo ammazzasse sembrava non impressionarlo. Il punto cruciale, signora, è che gli aggressori sono entrati dal cancello. Anche se avesse smarrito il telecomando, la probabilità che qualcuno l’abbia ritrovato e consegnato alla malavita non è alta.
– Qualcuno deve avere dato il telecomando a chi l’ha ucciso.
– Appunto. Ma chi? Di sicuro nessuno che l’abbia trovato per strada. Devono averlo rubato per consegnarlo a chi l’ha ucciso. Suo marito frequentava molte persone al di fuori dell’ambiente di lavoro?
– Non saprei, cosa intende con molte? Decine? Centinaia? Sì, come tutti, credo.
– Ci sono persone in particolare che avrebbero potuto frequentare suo marito tanto da entrare in possesso di qualcosa di suo? Qualcuno in intimità, vicino a lui.
– Certo! E lei lo sa meglio di me!
La risposta le era sfuggita. Veemente, carnale, rossa di rabbia. Alzò le mani avanti, imbarazzata, mentre Forti esibiva un sorriso paziente.
– Scusi, non intendevo essere scortese. Alcuni argomenti sono poco piacevoli. Sono certa che sappia molte più cose di me sulla vita di Riccardo.
– So che è spiacevole. Mi dica solo se tra le persone che suo marito vedeva ha in mente qualcuno che, a sua conoscenza, avrebbe potuto sottrargli il telecomando senza che se ne accorgesse o sospettasse qualcosa. Qualcuno che gli era vicino ma lo voleva morto.
– Nessuno. Categoricamente nessuno. Frequentava persone che lo amavano.
– Sa che quando si è categorici si ha paura?
– Non ho paura. Credo che nessuna delle persone che frequentavano affettivamente volesse ucciderlo. Riccardo era amato dalle sue… Persone.
– Chapeau, suo marito aveva ragione su di lei.
– Cioè?
– Beh, diceva che è eccezionale. Non mi vengono in mente altre donne pronte a difendere le rivali. Perché è di rivali che stiamo parlando, e lei è qui pronta a difenderle. Altre mogli sarebbe entrate con la ferma intenzione di vendicarsi e avrebbero accusato le amiche del marito anche senza prove.
– Riccardo non è stato ammazzato da un’amante o, come dice lei, un’amica. Voi uomini avete un’idea curiosa delle donne, e forse siamo noi a darvela. Pensate che siamo pronte a farci fuori come iene per gelosia, senza ragionare.
– Può darsi. Ma mi creda, non tutte le donne meritano questa fiducia. Il suo matrimonio era felice?
– Per me lo era. Per mio marito non lo so più. Anzi no, non credo che lo fosse.
Forti tossì come se avesse qualcosa di traverso in gola, controllò l’orologio.
– Pausa. Posso proporle un caffè? Ne bevo tanti e sono in astinenza.
Lo aspettò, in pochi minuti sparì e ricomparve con due tazzine e troppe bustine di zucchero. Nello spiraglio della porta tentò di sbirciare il corridoio: la donna bionda non c’era. Si chiese se avesse trovato ciò che cercava, aveva avuto l’impressione che avesse qualcosa da chiedere a lei. Proprio a lei. Ma forse stava esagerando con le sensazioni e la libertà che concedeva all’intuito.
Il caffè era denso e amaro, non fu sicura di avere fatto bene ad accettarlo.
– Sa che ero amico di suo marito? Diciamo che tra noi esisteva stima, non è scontata. Mi è dispiaciuto molto che sia morto, indagare apre la porta ai ricordi. Parlava di lei in modo entusiasmante.
– Forse è meglio andare avanti. Ultimamente ho qualche difficoltà ad affrontare la verità su ciò che Riccardo pensava di me. La sua premessa mi fa temere: stiamo arrivando ad argomenti che una moglie apprezza poco, vero?
– Può darsi. Proveremo a parlare solo di ciò che è essenziale. Ma guardi che un uomo non perde di vista l’importanza delle donne come lei, in nessun caso. Dunque. Possiamo parlare dell’attentato? Sappiamo che al momento dell’agguato Riccardo era uscito di casa da pochi istanti, e lei era con lui.
– Sì, è uscito e mi ha salutato sulla soglia. Stava andando verso l’automobile.
– La scorta era arrivata da molto?
– No. Pochi minuti. Non faceva mai aspettare Fabrizio e Luca. Ha controllato dalla finestra che fossero nel vialetto, ha preso la borsa ed è uscito. Io l’ho seguito.
– Va bene, ritorniamo un attimo indietro. Dovremmo chiarire cosa abbia fatto prima di uscire di casa. Come avete passato la prima parte della mattina, dopo esservi svegliati? Cosa avete fatto la sera prima, e la notte?
– Perché mi chiede cosa abbiamo fatto la sera prima?
– Succede sempre così, si vuole sapere se qualcosa nei gesti o nelle parole della vittima possa fornire dettagli che aiutino le indagini.
Cercò di temporeggiare.
– Insomma, la ringrazio per la sua premura, ma vorrei capire cosa esattamente mi si chiede di dire.
– Tutto ciò che ricorda. A parte la normale prassi, il fatto che gli assalitori fossero nel giardino di casa vostra rende legittime le domande sui fatti accaduti la sera e la notte prima. Non è frequente che un attentato avvenga così: gli aggressori entrano in un giardino, aspettano che arrivi la scorta e sparano. Capisce che sarebbe stato più semplice aggredire suo marito in casa.
– Abbiamo molti sistemi di allarme.
– La cui utilità è pari a zero, mi creda. Quello principale era già stato eluso, stavano in giardino! Non credo fosse un problema entrare in casa. In piena notte, con due persone impreparate a vederli sarebbe stato un giochetto. Invece hanno aspettato uomini addestrati a proteggere un magistrato.
Tacque. L’ombra, di nuovo, alle spalle di Forti. E un pensiero fugace. Il biglietto. La scorta, gli assassini l’avevano aspettata per fare una strage. Il biglietto di Riccardo.
– Mi scusi, pensavo che così l’attentato non sarebbe stato il tipico agguato mafioso. Niente rumore, poca gente, tutto scoperto a cose fatte.
Ancora un soffio di idea troppo sottile che si dileguò immediatamente. Il biglietto, e la platealità dell’attentato. E Riccardo, anche.
– Ha centrato il punto, credo. Gli assassini entrano e aspettano, ci chiediamo perché l’abbiano fatto. Non c’è spiegazione plausibile. Se si vuole ammazzare una persona e si è nel suo giardino non resta che entrare in casa, ma fa meno notizia. Anche se uccidere lei, mi scusi, sarebbe stato un botto: donna, stimatissima, collaboratrice del professor Voltri. Se cercavano la vetrina… Hanno voluto evitare di uccidere una donna, credo. Lo fanno solo se indispensabile. Anche se qualcosa non funziona, non mi convince. Ritorniamo ai fatti della notte, andiamo avanti piano. Mi dica cosa è successo la notte prima.
Chinò la testa. Doveva decidersi. Aveva gli occhi di Forti puntati addosso.
– La sera prima di morire è arrivato a casa verso le nove. Era stanco, ma sembrava sereno. Abbiamo cenato insieme a casa.
Forti annuì, senza intervenire.
– Durante la cena abbiamo parlato della sua giornata, mi ha raccontato di avere incontrato un compagno di università in tribunale. Non ricordo il nome, ma era felice. Doveva essere il figlio di un pittore o qualcosa del genere. Un tizio che sta con una musicista e per lei ha lasciato moglie e quattro figli. Scusi, non voglio fare del pettegolezzo, ma non saprei dirle il nome e provo con i dettagli.
– Luca Agostini. Il dottor Agostini ha dichiarato di avere incontrato suo marito in tribunale. Per fortuna abbiamo la sua deposizione, è stato arrestato e si è tolto la vita in carcere.
– Cosa?
– Non ha visto i giornali? L’hanno arrestato perché ha malmenato la sua compagna, la musicista, l’ha fatta abortire. Da lì è scattata un’indagine, per farla breve le dirò che aveva ucciso l’agente di lei perché geloso. Che storia.
– Quel Luca Agostini? Oh, dio.
– Eh, già. Tra l’altro anche il medico che ha visitato suo marito al centro oncologico è morto: era un chirurgo toracico belga, ha avuto un cancro rapido e fatale.
– Ma non è possibile!
– Signora, lei da medico sa che non solo è possibile ma accade con una certa frequenza. Ritorniamo a quella sera: l’umore di suo marito era normale? Disse qualcosa che la preoccupò oppure incuriosì? Cosa raccontò delle ore che avevano preceduto il ritorno a casa?
– Sembrava sereno. E’ rimasto con me in cucina, aveva voglia di parlare e sorrideva molto.
– Quella serenità le è sembrata normale?
– Sinceramente no. Era insolita.
– Si è data una spiegazione?
– No, non so cosa avesse.
– Le disse se era arrivato a casa direttamente dopo il lavoro?
Scosse la testa.
– Signora, cerchi di ricordare. Stiamo provando a capire cosa sia successo.
Lasciò andare le parole quasi sillabando, a voce bassa.
– Era contento perché dopo il lavoro era andato a trovare Valeria ed Elena. E’ tornato a casa sereno, mi ha raccontato di essere stato a casa di Valeria e Giuliano e di avere giocato con Elena. Ha detto di essere rimasto un po’ di più per parlare con Valeria.
– Suo marito quindi è andato da sua cognata e ha giocato un po’ con la nipotina, prima di venire a casa.
– Sì.
– Queste visite erano frequenti?
– Sì.
– Anche sua cognata mi ha detto la stessa cosa.
Deglutì a fatica, deviò lo sguardo e fissò la tenda. Affiorarono ricordi sparsi: Riccardo e Giuliano avevano l’abitudine di bere grappa nelle sere d’estate, in barca. Poi Riccardo e Valeria sbarcavano per “vivere la notte”, Giuliano restava con lei per leggere o chiacchierare. Si rese conto che Forti chiedeva qualcosa.
– Scusi, mi sono distratta. Diceva?
– La serata è trascorsa tranquillamente, mi sembra. Avete ricevuto telefonate? Siete usciti di casa anche solo per qualche minuto?
– No, nessuno ha telefonato e non siamo usciti. Non credo di avere sentito rumori in giardino, se vuole chiedermi questo.
– Riccardo ha dormito subito, quando siete andati a letto?
Alzò le spalle. Esitò.
– Signora, ciò che a lei sembra sciocco o troppo privato può essere importante. Se vuole possiamo fermarci qui, ma più riesce a dirmi più otteniamo un quadro di quanto è successo.
– Avete analizzato le lenzuola del mio letto?
– Beh…
– Sia sincero, l’avete fatto?
– Sì. Qualche indicazione è arrivata anche da sua cognata.
– Figuriamoci. Allora sapete che non abbiamo dormito.
Finalmente il volto di Forti perse la sicurezza. Strinse una stilografica e cercò aiuto da qualche parte.
– Dottor Forti, le chiedo scusa. Ma sono stata moglie di magistrato. So che ha il dovere di ficcare il naso dappertutto e le sono grata perché so che scoprirà chi ha ucciso mio marito, però ci sono cose che… Va bene. Lasciamo stare. Non abbiamo dormito subito. Abbiamo letto per un po’, poi abbiamo fatto l’amore. Non capisco quale interesse abbia, comunque abbiamo avuto un rapporto sessuale anzi più di uno. Ha voluto fare l’amore.
Squallido. E banale. Bastava aprire bocca e raccontare il sesso, l’amore fisico, e perdeva colore. Riccardo e lei, niente più di due corpi eccitati e bagnati di sudore, parole urlate e orgasmi che aveva accolto. Per l’interrogatorio, per il magistrato erano stati “rapporti sessuali ripetuti” su un verbale.
– Capisco. Siete stati in intimità. E l’ha voluto lui.
– Sì. L’ha voluto lui. Come fa a saperlo?
– Non lo sapevo. L’ho intuito, o forse ho tirato a indovinare. Io avrei fatto così.
Io avrei fatto così. Il tono, la scelta delle parole. Esistevano tanti significati. Uno era segreto, solo suo: che anche Forti fosse arrivato a vederlo?
Dalla mattina dell’attentato ripensava alla notte, quell’ultima notte, come a un tragico, passionale, inatteso commiato. Era stato Riccardo a volere il sesso, era stato lui a trascinarla in una passione feroce, completa, inusuale. E il biglietto, ancora, ma quello a Forti era ignoto. Questa volta fu lei a proporre la pausa, le mani che tremavano.

© MariaGiovanna Luini, 2016

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