DoctorWriter [31] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà. 

Capitolo 21

Qualcosa non andava. Non riusciva a osservare Giuliano con calma, però era sicura che ci fosse un problema: doveva essere stato l’incontro con Forti.
Tastò il messaggio di Riccardo in tasca mentre lo osservava cambiarsi in camera da letto: aveva lasciato a casa sua qualche abito sportivo, la sera cenavano insieme ed era lui a cucinare. I movimenti erano rapidi e precisi, quando incrociava il suo sguardo sapeva sorridere senza tradire angosce. Ma non andava, era questione di tempo e avrebbe raccontato.
– Allora, cognata. Ho lasciato in cucina provviste da gourmet. Andiamo, ci penso io. Però aspetta, mando un messaggio a Chiara. Gliel’ho promesso.
– Telefonale, sarà molto più contenta.
– No, mi ha chiesto qualche sms. Ho parlato a lungo con lei oggi, un paio di volte. Poi non ho voglia di sentire Valeria, metti che risponda lei. Anzi a occhio direi che sia sul chi va là pronta a rispondere, gode un mondo a farmi piazzate quando ci sono le bambine a tiro.
– La situazione è così brutta?
– Brutta? Orrenda!
Iniziò ad apparecchiare. Poteva percepire le vibrazioni della pelle, una specie di tremore interno che scuoteva il vuoto dentro. L’aspetto peggiore delle sensazioni era che non si potevano gestire.
– Hai di nuovo perso la voce? Cosa succede?
Scosse la testa, abbozzò una risata e gli mostrò i piatti e le posate, stava apparecchiando mentre lui cucinava. In realtà lo stava osservando nell’attesa che decidesse di parlare: non voleva essere serio, insisteva con i baci lanciati a labbra storte e barzellette che, dalla sua bocca, uscivano spente e senza inventiva. Cucinava rapido, attento a non macchiare la camicia cui aveva ripiegato le maniche fino ai gomiti. Quando le servì il primo piatto mimando un volteggio lasciò andare la domanda.
– Allora, mi dici come è andata?
Giuliano sedette, con una smorfia distese le minuscole pieghe della tovaglia.
– Speravo che almeno si riuscisse a mangiare, prima.
– Ecco, volevi aspettare ancora. Quindi è andata male, c’è qualcosa che non ti decidi a sputare fuori. La pasta è buonissima, bravo!
– Grazie, ma l’ho cucinata un sacco di volte. Non mi sembra migliore del solito, o forse sei tu che hai tanta fame. Sì, è stata dura. C’è qualche novità. Una in particolare, Forti ha aspettato a chiamarti perché voleva che fossi io a raccontartela.
Si immobilizzò, la forchetta davanti alla bocca.
– Addirittura. Quale?
– Riccardo era malato. L’autopsia ha mostrato la presenza di un grave tumore. Non ho capito bene il nome. Un tumore nel polmone, ma anche in altre parti del corpo.
– Ma quale tumore? E’ impossibile!
– L’ho detto anche io, ma ce l’aveva. Fammi pensare, ha detto che era un tumore del polmone che non si opera ma si cura con la chemioterapia. O forse era radioterapia, mi sono perso. Era anche nel fegato e nel cervello. Si chiamava tumore con piccole cellule, o una cosa simile.
– Un tumore del polmone a piccole cellule? Un microcitoma?
– Sì, microcitoma. Brava, quello lì!
Il dolore eruttò storto, violento, cattivo insieme alla consapevolezza immediata. Era immenso e soffocante, intollerabile. Un tumore, e non si era accorta. La tosse, l’odore della pelle: aveva sottovalutato, era una stupida. Riccardo era malato e lei aveva ignorato i segni, altro che sensazioni e intuizioni! Si alzò e, barcollando, rovesciò la sedia. Urtò con il gomito una pentola e l’acqua bollente la colpì, Giuliano corse da lei.
– Cazzo, ti sei scottata! Togli questa maglia, hai l’acqua bollente sulla manica. Forza, toglitela!
La attirò a sé strattonandole il braccio, sentì l’urto del corpo con il suo. La tenne stretta al petto e le tolse la maglia: si divincolò, iniziò a camminare per la stanza in pantaloni e reggiseno.
– Metti il braccio sotto l’acqua fredda! Svelta, prima che ti formi un’ustione!
– Un microcitoma. Non è possibile, stava benissimo. Non è possibile. Cazzo, no, non mi sono accorta!
– Il braccio! Dai qua!
Le afferrò il braccio e lo spinse sotto il getto dell’acqua fredda. Era violaceo, doveva farle molto male ma il volto era perso da qualche altra parte. Per tenerla ferma la bloccò contro il lavandino e appoggiò il bacino alla sua schiena. Incredulo (no, non era proprio il momento, cosa stava succedendo?) percepì una tensione strana nel punto in cui il bacino premeva su di lei. In fretta si staccò.
– Tieni il braccio sotto l’acqua, vado a prenderti un’altra maglia.
Sentì la vibrazione del cellulare in tasca, la ignorò, corse sulle scale imponendosi di abbandonare l’imbarazzo e l’eccitazione fuori luogo nata nel momento peggiore. In camera da letto aprì cassetti a caso prima di trovare una maglia con le maniche corte. Si appoggiò al muro, sentì sciogliersi la tensione e il calore alle gambe dissiparsi. Non aveva senso, doveva calmarsi. Era accaduto all’improvviso, si era eccitato e non aveva fatto in tempo a fermarsi, per fortuna si era staccato prima che lei se ne rendesse conto.
Scese in cucina con calma, si distrasse leggendo il messaggio di Chiara. “Sto chattando kon mia amika. Mamma rompe. Torna presto. K”. Intanto Gianna non dava segno di accorgersi di girare seminuda intorno al tavolo, sul braccio appoggiava la mano a palmo in giù.
– Metti questa. E fammi vedere.
Spostò la mano e la macchia viola sembrava attenuata: restava una chiazza di pelle rossa, irritata dal trauma e dal calore.
– Meno male, non è così male come credevo. Dai, vestiti.
Afferrò la maglia e si lasciò aiutare. Lui la sfiorava senza riuscire a distogliere lo sguardo dai capezzoli scuri, tesi sotto la stoffa del reggiseno: alzò le braccia e il capezzolo destro scivolò fuori, attirando i suoi occhi e provocando la stessa tensione di qualche istante prima. Quando la vide vestita le strinse le spalle, la fece sedere e si allontanò da lei. L’eccitazione inopportuna pungeva i sensi e lo confondeva, fece il giro del tavolo perché non la vedesse.
– Come è possibile? Riccardo stava benissimo! Non aveva sintomi o segni di…
Sapeva di mentire. La tosse, la febbre. L’emicrania: non l’aveva mai avuta e se ne era lamentato, poco prima di morire. Abbandonò le braccia lungo i fianchi.
– Ma no. Non è vero. Sono stata io a non accorgermi. Non volevo accorgermi. Aveva avuto la tosse, un po’ di febbre. Aveva meno fiato, in certe circostanze. E, cosa stranissima, si lamentava per il male alla testa.
– Io non mi ero reso conto.
– Nemmeno io, a quanto sembra. Sembravano sintomi lievi, passeggeri, niente che durasse più di qualche giorno. E sai una cosa? Mi è capitato di aprire il suo comodino proprio oggi, ho notato le caramelle per la tosse; adesso hanno senso. Dimmi esattamente che cosa hanno trovato.
– Te l’ho detto. Il tumore era in un polmone, nel fegato e nel cervello.
– Era metastatico. Mi sembra incredibile.
– Anche a me. Succede frequentemente?
– No. Non è molto frequente. Il microcitoma però è aggressivo. Si sposta facilmente dai polmoni fino agli altri organi del corpo. Le metastasi encefaliche sono abbastanza tipiche. A proposito, ne aveva una o più di una? Erano estese?
– Forti mi ha detto che erano più di una. Il fegato era compromesso, così ha detto. Il cervello aveva alcune metastasi iniziali.
Ci fu silenzio, qualcosa cuoceva in una pentola. Giuliano sfilò dalla tasca il cellulare per rispondere a Chiara.
– Come sta mia nipote?
– Non lo so. Credo che sia arrabbiata perché non torno a casa. E’ strana, qualche ora fa l’ho sentita tranquilla e allegra, poi tesa, adesso sta chattando con la sua amica e non bada a me.
– Da quanto tempo non vai da loro?
– Vado a casa a dormire tardi, lo sai visto che ceno qui, e la mattina esco presto. Dormo nel mio studio. Non capisco la domanda.
Il silenzio.
– So che cosa vuoi dirmi. Che dovrei andare dalle mie figlie. Da mia figlia, volevo dire. E che sono stato da Marta invece di badare a lei.
– Dalle tue figlie, Giuliano. Sono due. Comunque non mi era venuto in mente di dirti questo. Te lo stai dicendo da solo, e il problema non è certo la tua notte con Marta. A meno che non siano tante notti con lei.
– Una. Quella che sai. Poi non ti ho più…
– Non mi hai più?
Tradita. Era mancato pochissimo, stava per dire così. Si aggrappò al cellulare, la voce uscì stridula.
– Niente. Aspetta, le rispondo. Non manca molto. Ti voglio tanto bene. Papà. Scrivo così.
Gianna scosse la testa.
– Come vuoi. Ritorniamo all’autopsia. Riccardo sapeva di essere ammalato?
– Sì. Era stato in un ospedale specializzato. Aveva fatto gli esami e qualcuno gli aveva spiegato che non c’erano speranze.
– Non ce n’erano, sono d’accordo. Se il fegato era compromesso dalle metastasi e non si stava curando stava morendo.
– Lo so. L’impressione di Forti, ma anche la mia, è che sapesse di essere condannato e abbia scelto di non provare a curarsi.
Un lampo le attraversò la testa, istintivamente toccò la tasca e sentì il piccolo riquadro di carta. Riccardo sapeva di morire.
– Che altro ti ha detto il magistrato?
– Non si trova un telecomando del tuo cancello.
– Quale?
– Quello di Riccardo.
– Sei sicuro? Sarà qui in casa.
– Figurati, te l’hanno ribaltata. Non c’è. Hanno chiesto ai collaboratori e agli amici di Riccardo, ma nessuno sa niente.
– Come avrebbero fatto gli amici a sapere…
– Dai, Gianna.
– Ah, le amiche. Volevi dire questo. In effetti molte persone avrebbero potuto conoscere i dettagli della vita di mio marito.
– A partire da mia moglie.
– Pensi che sappiano?
– Certo che lo sanno!
– Te l’hanno detto?
Giuliano diede un colpo violento al tavolo, alzò la voce.
– Certo! Forti mi ha detto: dolente di turbarla, ma sa che suo fratello scopava sua moglie? Gli ho risposto: certo che lo so, la mia figlia piccola in realtà è figlia sua!. Mi ha dato una pacca sulla spalla e amici come prima. Ma dai, Gianna! Hanno tutto, anche la lettera lasciata a Giuseppe, ma esiste un limite, no?
– Scusami, sono una stupida.
Lasciò andare un sospiro.
– No, scusami tu. Non riesco ancora ad accettare che Elena non sia mia figlia. E’ difficile. Mi sento un idiota ogni volta che ci penso.
– Idiota? Perché?
– Non so. Per tutto. Per le cose che negli anni ho detto, per l’entusiasmo, per la somiglianza che trovavo con me. Per l’illusione, ecco. Mi sembrava che fosse davvero mia figlia.
– Lo è diventata comunque. Riccardo non la vedrà più, tu resti accanto a lei. La somiglianza può esserci in ogni caso, e il DNA è…
Le parole caddero nel vuoto. Solo molto dopo, quando ebbero finito di mangiare, Giuliano parlò ancora.
– Credi che mia moglie avrebbe potuto odiarlo tanto da ammazzarlo?
– Cosa dici, sei matto? Spero tu non l’abbia detto a lui!
– A Forti? Macché, me lo sono tenuto per me. Sul serio, pensi che sia possibile?
– Giuliano, stai dubitando di Valeria. E’ impossibile che sia stata lei!
– Solo perché lo amava? Quella è un’erinni, ama e odia e spacca tutto quando fa scenate.
– Sì, ma non ammazza. E poi come avrebbe fatto?
– Che ne so, però la lettera di mio fratello era una bastardata anche per lei.
– Ah, finalmente lo ammetti.
– Non ammetto niente, l’ha messa nei casini ma forse pensava che tu dovessi sapere che Elena è sua figlia per ragione legali. Non torniamoci sopra, volevo condividere con te un dubbio.
– Senti, non è un dubbio. E’ una follia. Se anche tua moglie avesse avuto il telecomando tra le mani, e ti ricordo che sarebbe stato facile rubare il tuo e non quello di mio marito, a chi avrebbe potuto darlo? Cos’è, collusa con la mafia?
– E se non fosse la mafia?
– Ma chi vuoi che sia! Dove li trovi tre amici di Valeria che accettano di fare fuori tuo fratello, che è un magistrato? Ma dai!
– Gianna, ricordi l’attentato?
Colpita dalla domanda si alzò e rispose brusca, mentre toglieva i piatti dal tavolo.
– Sì. Siamo usciti, abbiamo visto tre uomini e loro gli hanno sparato. Fine della storia.
– Devi andare dal magistrato, raccontare quello che hai visto.
– Ho visto mio marito morire. Gli hanno sparato.
– Lo so, tesoro. Deve essere stato tremendo. Ma i dettagli possono essere importanti.
– Io… Non lo so. Non ci sono dettagli. Siamo usciti di casa e mi ha salutato. Ricordo tre uomini che corrono verso di noi e Riccardo che mi spinge e grida di andare via.
– Ti ha detto di andare via? Gli uomini correvano verso di voi armati?
– Non ricordo. Hanno iniziato quasi subito a sparare, quindi sì, erano armati.
Si appoggiò al ripiano dei fornelli.
– Ho avuto la sciocca impressione che Fabrizio e Luca giocassero con le pistole. Probabilmente tentavano di puntare a tutti e tre, dovevano essere spaventati. Sorpresi. Sai quella scena del Padrino in cui Fredo tenta di difendere il padre al mercato? La pistola gli salta in mano e non combina niente. Ecco, così.
– Lo credo, trovarsi in una situazione del genere proprio nel giardino della vostra casa! Poveri ragazzi. Avrebbero potuto organizzare l’attentato in mille altri modi, invece è bastato entrare dal cancello e aspettare. Ed è folle anche questo: hanno aspettato che arrivasse la scorta e Riccardo uscisse, li hanno ammazzati tutti quando avrebbero potuto risparmiare Luca e Fabrizio. Eppure per gente come quella i vostri sistemi di allarme sono un giochetto da niente. Sono stati in giardino ad aspettare invece di entrare in casa, forse per fare un grande casino e spaventare la gente.
– Come sai che sono entrati dal cancello?
– E’ l’ipotesi più probabile. Tu dove ti trovavi quando sono usciti? Sulla porta?
– Sì, ma ero bloccata. Il mio corpo era fermo, avevo solo gli occhi che funzionavano: guardavo Riccardo, vedevo ogni singola ferita sul suo corpo e non riuscivo a fare niente.
– Qualcuno ti teneva ferma.
– Non credo. Non ricordo di essere stata presa. Lo vedevo bene, era lì davanti a me che moriva.
– Qualcuno ti teneva ferma, credimi. Da dietro, penso. Ricordi che avevi alcune ferite? Qualche botta alle costole. Ti hanno afferrato per tenerti fuori dal casino. E ti hanno fatto male. Gli uomini erano quattro, non tre, l’ha detto Forti.
– Ma perché avrebbero dovuto proteggermi? Hanno ammazzato Fabrizio e Luca, non dirmi che la mia morte avrebbe potuto fare differenza! No, non ricordo di essere stata tenuta ferma, anche se mi sentivo inchiodata e non potevo muovermi. Comunque, per tornare ai dettagli, so solo che moriva. E io lo guardavo. Era questo a colpirmi, stava morendo. Capisci?
– Sì. Pensarci mi fa orrore. Mi dispiace, Gianna, non agitarti. Per ora lascia perdere, lo dirai al magistrato. Adesso cambiamo discorso.
Si alzò, andò ad abbracciarla. Le baciò la fronte e appoggiò il mento sui suoi capelli.
– Ci vorrà tempo. Molto tempo. Adesso non pensare più.
Lo sentì stringere, qualcosa vibrava nella sua tasca. Si staccò da lui.
– Il tuo telefono. Forse è meglio che tu vada a casa, ti stanno cercando.
Lo spinse verso il corridoio e gli aprì la porta. Lui fece pochi passi e si bloccò. Le afferrò le spalle.
– Non sono sicuro di avere voglia di andarmene.
– Quella è casa tua, ci sono le tue figlie.
– Ma qui ci sei tu.
Restò a guardarlo con il respiro corto e il cuore a un ritmo impressionante. Un calore estraneo nacque al centro dell’addome e dilagò alle gambe, ai seni, al collo. Fu certa di arrossire.
– Giuliano, cosa?!
Un rantolo di affanno, lo vide avvicinarsi. Le labbra la sfiorarono. Poi le sue braccia la spinsero lontano.
– Devo andare!
Scappò in giardino, il motore dell’automobile si accese e si allontanò.

© MariaGiovanna Luini, 2016

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