DoctorWriter [28] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 18

Fuggì dalla casa di Marta borbottando di programmi in azienda e nausea, nessuna voglia di fare colazione: chiuse la porta con un colpo secco e uscì a precipizo, il cellulare in mano. Provò ancora a chiamare Gianna, ma era inutile. Imprecò, lo sguardo di Gennaro nel retrovisore lo rese ancora più nervoso: in malo modo scaricò il cellulare nella borsa. Gianna non aveva il diritto di arrabbiarsi e lui era un cretino, perché la chiamava?
– Buongiorno dottore, i documenti per la prima riunione sono sulla scrivania.
Distratto, ringraziò la segretaria con un cenno della mano. La richiamò quando era già quasi fuori.
– Scusi, non mi ha detto se sono arrivate telefonate.
– Sì, molte, credevo volesse prima vedere i documenti per la riunione. Le porto l’elenco.
– No, aspetti, voglio solo sapere se ha chiamato qualcuno della mia famiglia.
– No, nessuna chiamata da parenti.
Distolse lo sguardo, prese il primo foglio che gli capitò davanti.
– Ah, mi avvisi anche in riunione se chiama mia cognata.
– Sua cognata?
– Sì, mia cognata. La conosce, no? Gianna.
– Certo, va bene. Anche in riunione.
– Anche in riunione.
– C’è qualcosa…
Non alzò lo sguardo.
– No, tutto come sempre. Stanno tutti abbastanza bene. Ma può darsi che chiami. Ah, adesso mia cognata parla, se è questo che la stupisce. Non si preoccupi, mi avvisi e basta.
Aspettò che la porta si chiudesse, la serratura scattò: provò a concentrarsi su ciò che leggeva, il cellulare si mise a squillare. Era Valeria. Si agitò sulla poltrona, a disagio: non era proprio il momento.
– Ciao, come va? Scusa, sono in ritardo e ho una riunione importante, possiamo sentirci dopo? Ho i documenti ancora da vedere.
– Certo, non hai tempo. Ovvio.
– Dai, Valeria, per favore. Ti prego. Ho una riunione importante.
– E’ sempre tutto importante. Tranne noi.
– Non è vero. Come state?
– Se fossi ritornato a casa la notte scorsa non avresti avuto bisogno di chiedere.
– Come stanno le bambine? E tu?
Il tono di Valeria peggiorò.
– Non vedo cosa ti importi. Chiara è andata a scuola di pessimo umore, non capisce le tue assenze o forse le capisce troppo e non vuole crederci, Elena fa un capriccio dopo l’altro. Te l’ho già detto, abbiamo due figlie e hanno il diritto di ricevere da te l’attenzione che serve loro per crescere.
– Hai ragione. A parte il resto, su questo hai ragione. Oggi arriverò entro sera.
– Certo che ho ragione, e non serve che puntualizzi che esiste il resto. Lo so. Il resto c’è, ma le bambine sono le bambine e non hanno colpe. Chiara ha quindici anni e finora ci è andata bene, non si droga né esce fino al mattino o fa cose stupide. Con il disagio che vedo ho paura che non regga. Ha bisogno di te.
Lanciò uno sguardo alla fotografia: Chiara, Elena, Valeria. I sorrisi sciolti in un tempo che non riconosceva.
– Valeria, sono d’accordo. Questa sera verrò a trovarle.
– Passerai da noi a prendere il pigiama prima di andare da Gianna? In teoria non dovrebbe servirti.
– Ecco, immaginavo che si arrivasse lì. Troppo bello parlare da persone civili. Non ho dormito da Gianna.
– Ah, allora eri di nuovo in albergo per un’altra riunione!
– Ho dormito fuori, ma non da Gianna.
Valeria esitò.
– Non ti credo.
– Ieri sera sono stato da lei. Parla di nuovo.
– Gianna?
– Sì.
– Vedi che hai dormito con lei?
– No, non con lei. Ormai non ti riguarda, comunque ho dormito con una donna e non era Gianna. Sì, abbiamo scopato. Una delle amanti occasionali. Ecco, ora sei contenta. Parliamo di Gianna, invece. Ieri sera quando sono stato a vederla non era in forma, ma parla. Credo che il blocco sia passato. Sei stata efficace con la terapia d’urto, dovrebbero assumerti come psicoterapeuta.
La voce di Valeria fu poco più di un sibilo.
– Ti ha detto tutto, che troia. Ti avrà telefonato appena sono uscita dal cancello, ritrovando improvvisamente la voce.
– Non mi ha telefonato. Sono andato da lei e l’ho trovata male. Nonostante questo sono sollevato perché riesce a parlare.
– Mi sento anche io molto sollevata. Credo che riuscirò a dormire, adesso che tutti i nostri problemi sono risolti.
Non fece in tempo a ribattere: la porta si aprì e la segretaria fece capolino.
– Dottore.
Schermò il microfono del cellulare con la mano.
– Mi scusi, credo che non abbia sentito squillare la linea interna urgente. C’è una telefonata per lei.
– Gianna?
Idiota, aveva ancora Valeria in linea. Intanto la segretaria gli fece cenno: non si trattava di lei.
– Il magistrato.
– Me lo passi subito.
Riavvicinò il cellulare all’orecchio.
– Valeria, devo andare.
– Certo, c’è Gianna in linea!
– Non è Gianna. E’ il magistrato che segue le indagini su Riccardo.
– Come scusa non è male. Ti auguro buona giornata.
Con rabbia sbatté il cellulare sulla scrivania, afferrò il ricevitore del telefono e rischiò di farlo cadere. Lo recuperò, maldestro.
– Dottor Conti, buongiorno. Sono Alessandro Forti. Come sta? Vorrei parlare con lei quando è possibile.
Scorse con uno sguardo l’agenda aperta sul tavolo: era coperta di segni e lo stesso valeva per il calendario che lampeggiava nel computer, avrebbe dovuto rimanere in azienda tutta la giornata. E c’era la visita alle bambine, non avrebbe potuto cambiare programma ma doveva incontrarlo.
– Riesco a trovare tempo anche oggi.
– Oggi non riesco e domani nemmeno. Ma dopodomani sì, sarebbe perfetto: alle 17.
Deluso, cambiò data. Non il giorno dopo, quello dopo ancora! Cancellò due impegni e scrisse “Forti”, alle 17.
– Va bene, alle 17 sarò da lei. Ah, dottor Forti, mia cognata ha ripreso a parlare.
– Ottimo! E’ un’ottima notizia! E’ proprio quello che ci voleva in questo momento. Come è successo?
– E’ stata una cosa improvvisa. Forse un momento di maggiore stress, non ho capito bene. Comunque ora parla.
– Bene. Sono davvero contento. Pensa che possa chiamarla per farle alcune domande?
– Credo che se lo aspetti.
– Immagino di sì. Le ha raccontato qualcosa del nostro colloquio?
– No. Finché non parlava avevo la sgradevole sensazione che non fosse opportuno affrontare l’argomento.
– Ci sono domande che devo farle. E’ importante.
– La chiami. Non può anticiparmi niente?
– Mi dispiace, non per telefono. Le prometto che quando ci vedremo le dirò quanto possibile. Discuteremo anche dei risultati dell’autopsia. Arrivederci.
Controllò l’orologio, era tardi. Però doveva sentire Gianna. Compose il suo numero, quando la sentì rispondere respirò meglio.
– Sono io. Finalmente! Perché non hai risposto alle altre chiamate? Dove sei?
– Ho fretta, sto andando in un posto.
– Non ti rubo tempo. La notte scorsa.
– Non mi interessa sentire niente. Sono affari tuoi. Ognuno vive come vuole.
– Smettila e parliamone, invece. Ho passato la notte da Marta, mi sentivo solo. Abbiamo scopato, non ho avuto grande soddisfazione e neppure sollievo. E mi sono sentito in colpa, non so perché.
Ci fu silenzio.
– Gianna.
– Va bene, lascia perdere. Non sono affari miei e ho fretta. Siete tutti uguali.
– Non siamo tutti uguali. E poi tutti chi? Gli uomini? Noi fratelli Conti?
– Scegli tu, tutti uguali ed è la verità. Non voglio più discutere di roba che non mi riguarda. La tua infedeltà è un problema di Valeria.
– Non è un problema di Valeria, non sono infedele! Cioè di solito non lo sono se ho una donna, una che amo. E’ che…
– Lascia stare, sono affari tuoi, non avrei dovuto telefonarti di notte: non ho il diritto, non ho motivi per farlo. Sulla tua presunta fedeltà non credo troveremo un accordo, per me chi scopa con un’amante è infedele e basta. Non è un argomento che voglia affrontare.
Tacquero entrambi. Dopo qualche istante provò a cambiare argomento.
– Ti chiamerà il magistrato che si occupa delle indagini su Riccardo. Vuole farti alcune domande, come ha fatto con me. E’ una persona gentile. Io lo vedo dopodomani.
– Perché non oggi?
– Non ne ho idea. Forse è impegnato.
– Senti, quando sarai andato verrai da me? Dopodomani forse sarò fuori nel pomeriggio, non ho ancora deciso, ma per cena ritornerò. Puoi telefonarmi oppure passare da me dopo?
Sollievo, e gioia. Contò fino a dieci, non voleva che percepisse la sua voglia di vederla.
– Mmmm, direi che va bene. Mi organizzo. Vengo da te e ti racconto ma perché non ci vediamo anche questa sera?
– Ho un impegno.
– Impegno? Ma non sei ritornata a lavorare.
– No. Cose mie.
– Sei arrabbiata?
– Perché dovrei?
– No, sul serio, sei ancora arrabbiata? Volevo che sapessi che è stato…
– Devo andare, Giuliano. Ciao.
Non la sentì più, appoggiò il telefono. Era sicuro che avesse mentito, non aveva impegni: tentava di mantenere una distanza. Certo che scopare con Marta era stata un’idea cretina, avrebbe dovuto prestare più attenzione. Sarebbe andato da Gianna, anche ritardando la visita a casa. Ma Chiara avrebbe capito.

© MariaGiovanna Luini, 2016

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