DoctorWriter [27] di MariaGiovanna Luini

 

foto di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 17

Al cancello parcheggiò, scese e chiuse lo sportello. Respirò il profumo dei fiori, il sole rimbalzava caldo in faccia. Si avvicinò alle sbarre tozze e grigie della caserma, pigiò sul citofono.
– Sono Gianna Conti, devo fare una denuncia.
Qualcuno le aprì, entrò e salì per una scala circondata da pareti bianche senza finestre. Il rumore dei passi rimbombava, un vento anomalo penetrava da qualche parte a rinfrescarla. Sedette di fronte a un uomo in divisa, che sorrise: sentiva di essergli simpatica e anche lui doveva essere simpatico, aveva gli occhi chiari, o forse non erano chiari ma erano buoni. Le mani erano grandi: le teneva appoggiate sulla scrivania come faceva spesso Riccardo quando le parlava del suo lavoro.
– Mi dica, dottoressa, come posso aiutarla?
– Deve arrestarmi.
Lo vide cambiare espressione: stava pensando che fosse impazzita. Lo trovò divertente.
– Dottoressa, cosa dice?
– Dico che deve arrestarmi. Ho ucciso mio marito, l’ho deciso io. Gli altri hanno solo sparato mentre guardavo. Ho organizzato tutto io.
L’uomo con la divisa non disse nulla: la fissava, gli occhi spalancati e la bocca semiaperta. Avrebbe voluto ridere, stringergli la mano per dargli coraggio. I contorni del suo viso cambiarono: ora assomigliava a Gemma, ma la divisa lo rendeva uomo.
– L’avrei confessato prima, ma non riuscivo a parlare. Davvero non riuscivo a parlare. Adesso è tutto a posto: ho ucciso mio marito, sono venuta qui per dirglielo.
– E’ sicura di non volere che chiamiamo qualcuno? Un avvocato, suo cognato?
– Lei non capisce. Ho organizzato l’attentato a mio marito perché mi tradiva.
Il maresciallo (doveva essere un maresciallo, decise) sollevò il ricevitore del telefono e disse qualcosa. La porta dietro alle sue spalle si aprì ma nessuno entrò: ne fu contenta, stava bene con lui. Appoggiò la testa allo schienale della sedia e si rilassò: era accogliente.
Si ricordò che mancava qualcosa.
– Mi scusi, dimenticavo. Mi deve arrestare anche per un’altra cosa. Ho ucciso mia nipote Elena.
– La figlia del dottor Conti? Cosa sta dicendo? Dove?
– A casa mia. E’ in camera da letto. Stava dormendo, era figlia di mio marito. Se vuole può andare a prenderla.
Si svegliò di soprassalto e cercò l’interruttore della luce. Rovesciò la bottiglia di acqua che teneva sul comodino, l’imprecazione risuonò nel buio. Accese e cercò i tratti noti della stanza, tremando: era in ordine, come quando si era addormentata.
Diede un’occhiata all’orologio: le quattro. Si alzò, raccolse la bottiglia ormai vuota e in bagno recuperò un asciugamano per rimediare al danno sulla moquette. E’ solo un sogno, ripeteva mentre, china sul pavimento, tentava di asciugare: è stato un brutto sogno, un sogno. Non ho ucciso nessuno. Ciò che l’aveva sconvolta era la serenità che aveva provato all’idea della morte di Elena: le era sembrato divertente, una liberazione leggera e facile da ottenere.
Scese in cucina per riporre la bottiglia vuota e prenderne una nuova, lasciò l’asciugamano nel cesto della biancheria sporca. Giuliano se ne era andato verso mezzanotte: avevano tolto i cocci dal pavimento dello studio e raccolto le carte sparse, commentato a monosillabi qualche documento che non era stato giudicato degno di interesse dai Carabinieri. Si erano trascinati in un silenzio senza desideri. Erano stanchi, vecchi: le aveva detto che sarebbe andato a dormire nella casa al mare oppure in albergo, voleva essere solo. Non aveva avuto la forza o la voglia di chiedergli di restare. Si erano salutati in fretta.
Ritornò in camera, si rifugiò nel tepore delle coperte con la speranza di riaddormentarsi. Prima di spegnere la luce notò che il cellulare era acceso: la batteria quasi scarica, sul display c’era scritto “nuovo messaggio”. Lo collegò al caricabatteria e premette un pulsante per leggere il messaggio: “Spero tu stia dormendo. Avrei dovuto rimanere con te. Da solo è peggio. Credo di non avere più motivi per respirare. G”.
Senza badare all’ora della notte lo chiamò, rispose al secondo squillo. Doveva essere sveglio.
– Ciao, dormivi?
– Gianna! No, non dormivo.
Il tono era sorpreso, la voce nitida. Niente rumori.
– Ho visto adesso il tuo messaggio. Mi sono preoccupata. Come stai?
– Scusa, non volevo spaventarti. Sto un po’ meglio. E’ stata una serata difficile.
– Sicuro che non ti ho svegliato?
– Aspetta un momento.
Lo sentì muoversi e camminare, poi chiudere una porta.
– Sei a casa? Non immaginavo, scusami. Pensavo fossi da solo.
– Non sono a casa. Quando sono uscito sono stato un po’ in giro, avrei voluto tornare da te ma ho pensato che non fosse il caso.
Iniziò a capire.
– Non mi andava di rimanere solo, così ho chiamato una mia amica. Sai, Marta.
Marta. Era a letto con lei. Una rabbia violenta le chiuse la gola.
– Ho capito, ti chiedo scusa. Buona notte.
Senza aspettare la risposta spense il cellulare.
– Stronzo, stronzo, stronzo! Siete tutti stronzi!
La camera si riempì della sua voce. Giuliano era uno stronzo e lei era sciocca: non avrebbe dovuto chiamarlo a notte fonda. Aveva agito senza riflettere e aveva sbagliato. Giuliano era un uomo e ragionava come tale: scopava per distrarsi, scopava per non pensare. Scopava perché era l’unico modo per restare vivo.
Si chinò avanti e si rannicchiò nascondendo il viso tra le mani. Erano uguali, Riccardo e Giuliano erano uguali. Tutti gli uomini erano uguali. Il telefono di casa squillò più volte, non rispose: certo era lui, ma discutere era inutile.
Si agitò a lungo senza prendere sonno, solo verso le sei riuscì a dormire. Questa volta sognò il mare: sulla sua barca osservava il mare in tempesta, tutto era caos ma lei era al sicuro e la mano di Riccardo la sosteneva, la sua voce parlava. “Leggi, Gianna, leggi: ho bisogno che mi perdoniate. Non avere paura, Gianna, leggi”.
Si svegliò dopo un paio di ore con la mente lucida, addosso un’energia strana. Allo specchio osservò il proprio volto: era stanco ma la luce finalmente riusciva a illuminarlo. Il vuoto che sentiva era diverso da quello dei giorni precedenti: non c’erano emozioni, il grumo nero che l’aveva oppressa era andato via. Il sottofondo del dolore, inevitabile, aveva l’accenno di una rassegnazione.
Doveva uscire, aveva tanto da fare e presto sarebbe ritornata in ospedale. Si alzò e dopo una lunga doccia scelse maglia e pantaloni comodi, fece colazione e uscì per andare in città: i capelli erano troppo lunghi, era tempo di andare dal parrucchiere. Poi una corsa dall’estetista. Qualcosa era cambiato, la notte aveva rotto gli ultimi indugi e cancellato l’esitazione. Era sola e chi è solo non può permettersi la paura. Si fottessero tutti. Per la prima volta dopo mesi accese la radio per ascoltare musica.

© MariaGiovanna Luini, 2016

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