DoctorWriter [22] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 12

Si abbandonò al rollìo. Fuori dal porto si era diretta al largo, aveva navigato fino a una baia deserta dove aveva gettato l’ancora. Stese le gambe sui cuscini nel pozzetto: la barca era il rifugio ideale, una solitudine perfetta che non le chiedeva di bucare il silenzio in cui era caduta.
Il mare la accoglieva, aveva trascorso migliaia di ore in barca. Riccardo l’aveva seguita poche volte, preferiva il golf o restava a lavorare in città (o scopava con Valeria, probabilmente). Le immagini di Riccardo e Valeria insieme – quando lei e Giuliano uscivano in barca – si erano aggiunte alle altre e agli incubi del tradimento. Nei momenti strazianti del suo lutto impastava dolore, rimpianto, rabbia e odio tremendo, e l’inspiegabile certezza che lo spirito di suo marito stesse assistendo da vicino alla tragedia: parlava con lui con moti della mente fulminei e spesso era in grado di percepire una risposta, eppure cadeva ugualmente in episodi di disperazione totale nei quali non riusciva nemmeno a percepire se stessa. Aveva dentro un’onda terrificante che avrebbe voluto sputare: sporco, paura, dolore, vomito, rabbia. Aveva dentro la morte. Era una melma bollente che gonfiava, lievitava, e prima o poi sarebbe scoppiata. E il cuore si sarebbe fermato, forse.
Giuliano era negli Stati Uniti, si era lasciato trascinare nelle solite iniziative non indispensabili che lo portavano lontano: era scappato da una vita che non riconosceva più. Non lo vedeva da giorni, era passato da casa sua e le aveva detto di essere stato convocato da un magistrato ma poi non le aveva raccontato niente. O forse aveva tentato di dirle qualcosa, non ne era sicura: i ricordi non avevano contorni, assomigliavano a sogni rimossi. D’altra parte, se le avesse telefonato il dialogo sarebbe stato impossibile: era ancora muta.
Niente era rotto nel suo corpo, sapeva di essere sana: il suo mutismo non aveva motivo organico, eppure c’era. Perfino le increspature del mare le suggerivano di ritrovare la voce: non aveva relazioni, non usava il telefono e chiedere il pieno di benzina era quasi buffo come fare la spesa. Lavorare era impossibile. Non riusciva a parlare con Chiara, Gemma, Giuliano, con il professor Voltri che era il direttore della chirurgia dove lavorava. Meraviglioso Voltri: le inviava brevi messaggi con la grafia minuscola e regolare senza chiederle quando sarebbe ritornata.
Le giornate erano vuote, le notti angoscianti. Le era capitato di sognare la morte di Elena e di Valeria, aveva sognato Riccardo che le indicava una porta socchiusa e le diceva “leggi”. Leggi, come quando le scriveva lettere invece di parlare: la lettera lasciata a Giuseppe era un esempio. Leggi, Gianna, leggi: cosa doveva leggere? Riccardo era così presente e vero in quei sogni, se le sfiorava il volto con le dita era come se fosse vero, la sensazione tattile era amplificata mille e mille volte rispetto a un tocco normale durante la veglia. Era Riccardo, solo che aveva più luce e il sogno mutava: poteva ricordare tutto, dopo, si sentiva trascinata in una dimensione che, pure raggiunta durante il sonno, era molto reale. Ma li chiamava incubi, e quando arrivavano si svegliava e non poteva più chiudere gli occhi, si alzava e cercava la serenità in un libro. E non aveva ancora pianto.
Lasciò lo sguardo libero sul mare a poppa: il vuoto la tranquillizzava, alleviava il peso della sconfitta, della disfatta come moglie, amante, madre. Riccardo era morto, era sola perché non era stata capace di concepire un figlio, le persone che aveva considerato parte della famiglia avevano cambiato ruolo in modo così traumatico da lasciarla stordita e negli ultimi giorni si era accorta di odiare Giuliano nei momenti in cui pensava che fosse a casa, accanto a Valeria: detestava l’idea che fosse capace di riconquistarlo, trascinandolo in una notte di passione per il gusto di riprenderlo. Di vincere ancora.
Quando aveva sognato Riccardo aveva immaginato che ci fosse qualche lettera ancora in giro, magari un biglietto: si era illusa che fosse una specie di sogno premonitore, un avviso. Aveva pensato di controllare i propri vestiti, i cappotti: probabilmente sepolta in una tasca giaceva una lettera che prima o poi avrebbe ritrovato. Era nello stile di suo marito farle ritrovare messaggi fuori tempo e fuori luogo. Però non aveva ancora cercato: si era sentita sciocca con tutte quelle sensazioni e le visioni frutto di una tendenza ipertrofica a inventarsi le cose, aveva rinunciato. Doveva rientrare a lavorare: da chirurgo si vedono le cose in un altro modo e si è costretti a lasciare il mistero fuori dalla porta.
Il rollìo aumentò. Vide una barca a motore fare rotta verso il porto, sollevava onde con troppo rumore. L’acqua era scura: si chinò oltre il giardinetto per toccarla, sperava che fosse tanto fredda da superare il gelo del suo corpo. Era fredda, sì, molto fredda.
Chi era stato suo marito? Cosa era stato il matrimonio? Non riusciva a pensare all’erotismo appena prima dell’attentato: non poteva spiegarsi il desiderio urgente nei gesti, nelle parole. Quella notte doveva avere un significato particolare, l’aveva travolta: ricordava il suo sguardo e i gemiti, e il respiro strozzato. L’aveva presa e amata con prepotenza, non lo faceva da tanto tempo.
– Pensa, Gianna, pensa.
Non fu una voce, ma una sensazione così forte da provocare un bruciore immediato al centro del petto. Pensa, cosa doveva pensare? Prima di morire Riccardo aveva fatto l’amore con lei: l’aveva voluto, era stato lui e chiederlo e non sembrava mai stanco.
– Ecco, pensa. Pensa!
No. Era difficile, soffocante. Intollerabile. Tutto era eccessivo: il dolore, la rabbia, la solitudine, il rimpianto, l’orrore per la morte orrenda di suo marito e dei due poveracci della scorta. Non poteva più resistere!
Saltò senza pensarci, sperò di gridare all’impatto con l’acqua: voleva una fine! Il corpo toccò l’acqua e il freddo le tolse il respiro, per un attimo non riuscì a vedere. Respirò, cercò di restare a galla ma andò sotto, le mani a muoversi in alto disperate e i vestiti pesanti a trascinarla in fondo. Si aggrappò alla scaletta con l’ultimo fiato, la tirò giù e fu scossa da brividi violenti, aveva le dita intorpidite. Mosse una gamba e il ginocchio urtò il metallo. Si trascinò in barca.
In ginocchio sul pavimento del pozzetto aprì la bocca ed emise tutta l’aria che aveva nei polmoni, svuotò la gola nel silenzio. Poi arrivarono singhiozzi muti e senza lacrime: crollò rannicchiata su un fianco mentre i vestiti si ghiacciavano sulla pelle.
Dopo molto tempo si rialzò per cambiarsi. E ritornò in porto.

© MariaGiovanna Luini,  2016

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