DoctorWriter [19] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

CAPITOLO 9

Uno dei dettagli che rende credibile una sala riunioni è il tavolo massiccio e scuro: notai, avvocati e alcuni medici scelgono prima il tavolo poi tutto il resto dell’arredamento per i loro studi. Presero posto là, al tavolo massiccio e scuro, in silenzio. Li circondava su tre lati una libreria moderna carica di volumi in ordine impeccabile: qualcuno sporgeva come se fosse stato consultato di recente, le rilegature erano costose, solide. Un orologio a pendolo attirò l’attenzione di Gianna: non ricordava di averlo notato le altre volte che era stata lì.
Chissà come era riuscita a ritrovare la calma: la visione di Riccardo (non era pazza, sapeva chi aveva visto anche se non avrebbe mai immaginato che cose del genere accadessero sul serio) e l’ansia per la notizia che stava per ricevere galleggiavano sul fondo, erano una voce piccola saltuaria che riusciva a controllare.
Giuseppe, il notaio, era stato compagno di Riccardo al liceo e giocava a golf con lui: era logico che fosse il custode dell’inatteso testamento. Stava in piedi e impugnava un manoscritto con aria inquieta, aspettava che fossero pronti. Valeria era seduta alla sua sinistra: vestita di nero, fresca di parrucchiere e con il trucco pesante mordeva il labbro inferiore muovendo gli occhi a scatti rapidi. Un foulard di seta le abbracciava il collo. Con le unghie (lo smalto rosso era perfetto) tormentava la fibbia argento di una piccola borsa di vernice e quando incrociava il suo sguardo tentava di sorridere.
– Cosa ci sarà.
Ripeteva fissando a turno gli altri, senza ottenere altro che vaghe alzate di spalle. Giuliano, che le sedeva accanto, le rivolgeva carezze distratte e rassicurazioni poco convinte: teneva i gomiti appoggiati al piano del tavolo e le mani riunite sulla bocca. Era elegante e tetro in un vestito scuro. Gianna notò al suo polso l’orologio che Valeria aveva preso tra le cose di Riccardo. Ricordò la telefonata della sera precedente.
– Ciao Gianna, non serve che dici nulla. Mi stavo chiedendo se volessi avere compagnia per cena. Se sei già impegnata con Gemma oppure non hai voglia di vedere gente basta che riattacchi, altrimenti tieni aperta la comunicazione o manda un messaggio.
Aveva chiuso la comunicazione. Era rimasta da sola con la voce di Riccardo, le immagini della sua morte continue e insistenti: non l’aveva più visto dopo la prima apparizione in giardino, eppure qualcosa lo rendeva vicinissimo. C’era una vibrazione molto particolare che si alzava in alcuni momenti, le entravano nel cervello frasi estranee che non avevano una logica conseguenza rispetto ai pensieri: sembrava che tentasse di parlare con lei. Non era follia: era un chirurgo e usava un approccio razionale alla vita, in teoria avrebbe dovuto correre a farsi visitare ma quando era una bambina aveva imparato ad accettare fenomeni bizzarri che non aveva mai raccontato a nessuno. Parlare con i morti (in quelli che le sembravano lunghi monologhi solitari ma avevano un sottofondo di risonanza, quasi esistesse una risposta) era un’abitudine nata con lei, solo che non aveva mai pensato che potesse succederle di vederne uno davanti a sé.
Non aveva accettato di cenare con Giuliano perché la faceva sentire sbagliata. Doveva essere uno scherzo dei sensi, acuti come mai prima: intuiva, sapeva che oltre il dolore esistevano elementi fuori posto, accadimenti da attendere. Seduta sulla poltrona a dondolo nella camera da letto aveva provato a meditare: occhi semichiusi, pensiero fermo. Era stato impossibile, la mente sfornava frasi a getto continuo. E nella penombra, ai margini del campo visivo, facevano capolino apparizioni fugaci ombre e luci, movimenti che non riusciva a cogliere in modo definito.
Gianna sedeva alla destra di Giuseppe, di fronte a Valeria, e Gemma aveva preso posto accanto a lei. Giuseppe prese la parola.
– Buongiorno a tutti. La rapida premessa è che sto per fare qualcosa di decisamente spiacevole. Ho accettato di convalidare e custodire questa lettera per l’affetto che mi ha sempre legato a Riccardo. L’amicizia qualche volta chiede prove orribili, questa è una. Leggerò fino in fondo il documento perché mi sono impegnato a farlo, ma voglio che sappiate che fosse stato per me l’avrei bruciato: non aiuta nessuno e rischia di creare un dolore che avrei volentieri evitato di infliggere. Poco professionale da dire ma vero nella sostanza: ho detto queste cose a Riccardo quando era vivo, sapeva di avermi chiesto una cosa che non avrei voluto fare. Comunque. La stima che avevo per lui si è trasformata in grande dolore per la sua morte, vi ho convocati dopo un periodo di tempo più lungo rispetto a ciò che avrei fatto con un testamento perché si tratta di una lettera e non di disposizioni testamentarie. Se ritenete di essere pronti, inizio la lettura.
Annuirono in silenzio, raggelati. Sembrava che nessuno respirasse più.
“Adorata Gianna, amatissimi Giuliano e Valeria, cara Gemma”.
Notò una smorfia sul volto di Valeria e Giuliano rivolse alla moglie un sorriso piccolo, segreto: voleva sostenerla. L’eleganza raffinata del trucco metteva in risalto il pallore del viso.
“Spero che Giuseppe non debba leggervi mai questa lettera: se lo sta facendo è perché sono stato costretto a lasciarvi”.
Giuliano contrasse le mani, chinò la testa e appoggiò la fronte ai polsi.
“Ho deciso di lasciare a Giuseppe questa lettera perché ci sono cose che ho avuto la viltà di non dirvi. In particolare a te, Gianna, e a te, Giuliano, ho gravemente mentito tradendo non solo la fiducia e l’amore che avete risposto in me, ma anche l’amore che io stesso ho provato per voi”.
Valeria lasciò andare un gemito, alzò una mano verso Giuseppe.
– Oh, no! Per favore, fermo!
Giuseppe le rivolse un’occhiata comprensiva, rallentò la lettura e forse ebbe in mente di dire qualcosa, ma fu interrotto da Giuliano.
– Zitta! Voglio sentire. Deve dire qualcosa a me e a Gianna.
Gianna non riusciva a capire. Li osservava, era lontana dalla loro rapidità e dallo svolgersi delle emozioni. E non trovava motivo per l’ansia che leggeva sui volti, niente era più spaventoso della morte: il peggio era già accaduto. Eppure. A Giuliano tremavano le mani, Valeria era terrorizzata e non tormentava più la fibbia della borsa: la sua mano destra era immobile, come il resto del corpo.
“Gianna, amore mio, mi rivolgo a te ma spero che Giuliano voglia sentire nelle mie parole lo stesso amore che provo anche per lui. Ti ho amata sempre, ogni istante, ma non ti sono stato fedele. Da cinque anni ho una relazione con un’altra donna, una relazione che tu definiresti stabile perché continuativa, mai interrotta”.
Riuscì a sentire il sospiro di Giuliano.
– Dio, no. E’ questo allora. E io cretino che… No, non lo voglio sapere.
Fece per alzarsi, poi ci ripensò e si irrigidì sulla sedia. Gianna si accorse che Giuseppe la stava fissando. C’era qualcosa che avrebbe dovuto comprendere, gli altri avevano già intuito. Riccardo era sempre stato infedele, non era una rivelazione. Certo esisteva una differenza tra una relazione stabile e un’avventura passeggera, ma cosa contava ormai? In un’altra vita, mille anni prima avrebbe sofferto, ma non aveva più senso. Annuì per incoraggiare Giuseppe, sbigottita dalla gravità che percepiva intorno. Doveva esserci un dettaglio anomalo, Riccardo non le avrebbe confessato così una relazione extraconiugale.
“Per questa donna ho provato fin dall’inizio una forte attrazione fisica; in alcuni momenti ho considerato l’idea di interrompere la relazione, ma poi il desiderio mi ha sempre riportato da lei. C’era un forte coinvolgimento, un amore diverso da quello per te. E’ stata una grande passione, che ho voluto e portato avanti coscientemente. La situazione si è complicata molto quando da questa relazione è nata una figlia”.
– No! No, basta!
Giuliano si era alzato e aveva urlato, la sedia era caduta. Ora fissava Giuseppe e inciampava in un rantolo affannoso.
– Non puoi fare questo, ti rendi conto? Non puoi!
Seguì i movimenti delle sue labbra, esterrefatta. Iniziava a comprendere la presenza di Gemma, il cui corpo immobile sembrava pronto a reagire: era tesa e attenta, respirava facendo rumore. Riccardo aveva un figlio (una figlia, si corresse). Da un’altra donna. Voleva che Gemma le stesse vicino per farle accettare la notizia. Le figure ora si perdevano, sfocate: si impose di restare calma ma faceva sempre più freddo e brividi repentini la disturbavano, scuotendola. La voce di Giuseppe, severa e definitiva, tagliò corto.
– Giuliano, l’ho detto all’inizio. Sto leggendo ma avrei bruciato questa lettera molto più volentieri e tenuto per me il contenuto. In questo momento se potessi scegliere sarei da tutt’altra parte e non qui. Ma devo rispettare le volontà di Riccardo, e anche tu. Mi sono dato l’unica spiegazione possibile, cioè che tuo fratello avesse motivi personali per fare questo, confidasse in un’evoluzione positiva nonostante tutto. Altrimenti non me lo spiego. Ti prego, siediti adesso.
Gemma le afferrò una mano e la strinse, per la prima volta parlò.
– Giuliano, il notaio ha ragione. E’ possibile che qualcuno qui abbia bisogno di sapere queste cose per andare avanti. Non sappiamo perché stia succedendo, ma Riccardo voleva che si sapesse. Pensava che qualcuno dovesse sapere. Mi capisci?
Alludeva a lei. Giuliano rimise a posto la sedia, lento, e sedette senza più parole. Valeria era sudata: aveva un alone triste, scuro, sotto le palpebre.
Gianna tentò di scacciare la nebbia. Doveva sentire il resto. Con un sospiro, Giuseppe continuò a leggere.
“La donna di cui parlo è Valeria, la mia bambina è Elena”.
Il silenzio fu assordante. Giuseppe tacque, lasciò cadere il manoscritto sul tavolo.
Dovette ripetere più volte la frase, i nomi che aveva sentito. Valeria-Elena-Valeria-Elena. Cercò di capire, ma la testa fuggiva. I pensieri rallentarono: qualcosa doveva restare nascosto, la mente non voleva accettare. Il cervello era fermo, il gelo della stanza l’aveva paralizzato. Valeria-Elena-Valeria-Elena. Forse si trattava di omonimia: Valeria era sua cognata, Elena sua nipote! Valeria-Elena-Valeria-Elena-Valeria-Elena. Si concentrò per riflettere su chi conoscesse con quei nomi. Doveva per forza conoscere altre persone, una madre e una figlia, con gli stessi nomi. Valeria-Elena-Valeria-Elena-Valeria-Elena. Dove aveva incontrato altri che si chiamavano così? Fissò Giuliano, che scivolò via dal suo sguardo. Cercò Valeria, ma teneva fissi gli occhi sulle mani appoggiate al tavolo, mormorava qualcosa. Poi la testa ricominciò a funzionare: sua cognata era l’amante di Riccardo! E la madre di sua figlia. Elena. Valeria era stata l’amante di Riccardo, Elena era la loro figlia. Capì perché nessuno avesse il coraggio di guardarla. L’unica a non distogliere gli occhi quando si voltò verso di lei fu Gemma: si chinò al suo orecchio, pacata.
– Tesoro, fai con calma. Aspetta. Ne parliamo, non ti lascio. Sono qui con te.
Le dedicò uno sguardo acquoso. Ormai c’era poco da dire. Piuttosto, dentro di lei un grumo di rabbia, dolore, parole, ricordi rischiava di esplodere. L’avrebbe disintegrata se fosse esploso.
– Gianna, come stai?
– Giuseppe, che cazzo di domanda è? Come vuoi che stia? Di merda. Non c’era bisogno di rivelarle questo schifo, non aveva mai capito! Non la vedi? Non lo sapeva, cazzo! Io avevo avuto dubbi, segnali che mi ero rifiutato di cogliere, non mi andava di interpretare e certo non credevo che Elena… Ma che merda, lasciamo stare. Gianna non doveva sapere, perché ha voluto dirglielo? Guardala! Questa è crudeltà pura.
Le urla di Giuliano la riscossero. Non aveva mai capito, lui invece aveva sospettato. Strinse le palpebre, lui intuì il pensiero.
– No, Gianna, non lo sapevo. Non ci voleva un genio per capire che fossero attratti, si piacevano, ma quante volte succede? Non è mica detto che si vada a letto insieme, liquidavo così una cosa che non doveva succedere. Non volevo essere sicuro, non approfondivo, non controllavo. Solo adesso mi chiedo come ho fatto a essere così idiota, era evidente! Loro erano. Noi, e Elena. Oh, cazzo, Gianna!
Giuseppe riprese il manoscritto, le spalle chine e la voce bassa.
– Giuliano, la lettera non è finita. Posso continuare a leggere o avete bisogno di più tempo? Gianna, posso andare avanti?
Sentì la sedia oscillare, non distingueva i volti. Valeria si era inabissata in un silenzio. Annuì perché Giuseppe continuasse.
“Non possiedo nulla, se non i soldi sul conto in banca che condivido con Gianna. Tutto il resto non è più mio da molti anni, per fortuna. Chiedo a te Gianna, amore mio, di decidere con Giuliano ciò che vi sembra più giusto per mia figlia Elena. Deciderete voi due per me e comunicherete le decisioni a Giuseppe. Non desidero che Elena abbia niente di ciò che da anni è tuo, Gianna; ho sempre sostenuto che un figlio vada cresciuto insegnandogli a guadagnarsi da vivere. Giuliano, ti prego di amare Elena come hai fatto fino ad oggi, magari un po’ di più sapendo che te la affido totalmente e che non può pagare per la mia debolezza. Ama anche Gianna meglio di quanto abbia fatto io”.
Le mani di Giuliano schizzarono via dal tavolo, sistemarono senza una ragione il nodo della cravatta.
– Cosa? E questa che stronzata è?
La voce di Valeria suonò stridula, Giuliano la zittì con un colpo troppo forte su un braccio.
“Gianna, so che hai voluto disperatamente darmi un figlio e che il mio tradimento sarà per questo più orribile. Ti ho sempre amato, ma non sono riuscito a dedicarti tutto me stesso. Vorrei poterti dire che è stato un incidente ma non è vero; sono stato felice di sapere che avevo generato un figlio. Ho vissuto con emozione la gravidanza di Valeria e sono stato l’uomo più felice del mondo alla nascita di mia figlia. Non posso pentirmi per questo”.
Neanche Gemma si era aspettata tanto, esplose in un’imprecazione che smorzò poi a mezza voce.
-Ma dai, che bisogno aveva.
Non vide più, al torace un dolore tremendo le tolse il fiato. Gemma la sostenne, con uno schiaffo tentò di rianimarla. Giuliano si lanciò verso di lei, la raggiunse, la afferrò e le urlò di aprire gli occhi. Lo fece, aprì gli occhi con la sensazione che il grumo nero stesse per esplodere oppure per paralizzarla, il respiro inciampava nella gola. Si augurò che arrivassero le lacrime, sarebbe morta se non fossero arrivate. Esplodeva, scoppiava, stava per frantumarsi! La testa era vuota, le tempie pulsavano. Riccardo era felice di avere una figlia da Valeria, era felice! Non poteva fare a meno di ripetersi la più crudele e irrimediabile verità. Valeria intanto la fissava, triste: sembrava che la rabbia e l’angoscia fossero svanite. Giuseppe abbandonò il manoscritto sul tavolo.
– Mi dispiace. Per tutti voi. Tutti.
Piano, grazie al calore delle mani di Giuliano e Gemma, il respiro fu più libero e il dolore si attenuò. Giuliano si rivolse a Giuseppe.
– Finisci per favore, direi che ne abbiamo abbastanza. Svelaci il resto del mistero, facciamo contento mio fratello.
Giuseppe lo accontentò, ansioso di finire.
“Chiedere che mi perdoniate è presunzione, ma spero dal profondo del cuore che con il tempo possiate capire l’amore che ho provato per voi e il tormento che mi costa avervi tradito. Gianna, avresti dovuto sposare un uomo migliore, come Giuliano. A te, Valeria, non dico niente. Ci siamo già detti troppo. Mando un bacio a Elena, che forse non saprà mai che sono suo padre. Spero che Dio mi perdoni. Vi amo, so che troverete la strada per vivere oltre questi momenti, Riccardo”.
Nel silenzio che seguì Valeria ritrovò la voce. In piedi, i pugni chiusi e lacrime di rabbia che rapide e sottili rigavano il volto, indicò i fogli che Giuseppe aveva appena finito di leggere.
– Bastardo!
Tutti gli sguardi volarono su di lei.
– Non gli ha dato figli, l’ha tradita per anni. Mi dispiace davvero, Gianna, non volevamo farti male, ma ci siamo amati. Riccardo mi amava. Cinque anni di parole e promesse, adesso per me e sua figlia non c’è un saluto, ci siamo già detti troppo. Mi tratta come se non fossi esistita. Però veniva a letto con me ogni giorno perché lei non era capace di farlo felice in niente. Perché è frigida, oltre che sterile! Una bambola di pezza che lo annoiava a morte!
Giuseppe si dileguò, uscì di corsa dallo studio. Giuliano invece si mosse lento: andò verso la moglie, scandì le parole con freddezza.
– Vai a casa. Subito.
Valeria indietreggiò, urtò una sedia. Gianna respinse l’aiuto di Gemma, si alzò e si avvicinò a Giuliano, gli tese la mano per salutarlo. Lui la trattenne.
– Ti accompagno a casa io.
Scosse la testa, ma lui le cinse le spalle con decisione.
– Niente storie, si fa come dico io. Andiamo.
E, senza salutare Gemma, la accompagnò fuori.

(Continua…)

© MariaGiovanna Luini, 2015

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