DoctorWriter [12] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “Il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 1

Ci furono un prima e un dopo: nei primi istanti del suo dopo non riusciva a credere. Era là, c’era ma era anche altrove, gli occhi e la testa e il respiro sdoppiati, frammentati, fissi sulle immagini che la scardinavano: corpi sul prato, orme confuse nelle aiuole e i pochi fiori non ancora sbocciati già rotti, abbattuti, gambe e braccia tra il vialetto e il roseto ghiacciato. La stordivano. Era lontana e vedeva cose che non la riguardavano, non ancora. E non c’erano rumori – la mente annaspava – nessuna reazione apparente. L’erba bagnata e calpestata era storta, verde brillante come nelle mattine più fresche: gli steli spezzati e piegati, ritorti, appiattiti formavano spiazzi scuri dai quali trasudava liquido che – lo sapeva anche senza percepirlo con chiarezza – aveva l’inconfondibile odore di prato e rugiada. E sangue, c’era sangue, a chiazze e a laghi, a macchie e gocce sui fili dell’erba, tra i corpi a pochi metri da lei.
Avrebbe dovuto reagire in qualche modo, le orecchie erano sorde ma gli occhi perfettamente capaci di vedere. Infatti guardava, fissava uno dei corpi che le riempiva la vista: scomposto, ricordava un giocattolo brutto. L’immagine rimbalzava, fuggiva: c’erano il vestito scuro e la camicia che non aveva più niente di bianco, le braccia aperte e la testa spettinata e irriconoscibile. C’era lui, caduto sui sassi piccoli del vialetto.
Doveva avvicinarsi. Mosse le gambe per controllare che rispondessero, aprì e chiuse le dita e conficcò le unghie nelle cosce per qualche istante: il dolore le schiarì la mente, era una prova, un minimo risveglio a una sensazione reale. Contrasse i muscoli, era viva e aveva bisogno di rendersi conto. Percepì un altro dolore diverso che non riuscì a localizzare, e la fatica. Il naso sembrava trafitto da spilli, così secco da chiudersi e togliere aria alla gola: era il fumo che aleggiava con un odore acre e metallico, bruciato. Ma ciò che davvero colpiva, fino a ipnotizzarla, era l’insieme di gambe e braccia a pochi metri dai suoi piedi.
Si avvicinò a Riccardo e non vide il respiro: si chinò, cadde in ginocchio e lo scosse per svegliarlo. Due, tre, dieci volte diede spinte sempre più brutali per strappargli un segnale di coscienza, ma lo vide muoversi come un oggetto floscio abbandonato, inerte, i muscoli incapaci di reazione. E c’era troppo sangue. Lo scosse ancora e avvicinò il volto alle sue labbra, cercò il contatto con la bocca e sentì niente, solo un calore bagnato e immobile, vuoto. E mentre l’angolo remoto della mente che ancora sapeva pensare le diceva che il torace era irrimediabilmente fermo scostò i capelli dal volto sfigurato, cercò le iridi verdi. Un occhio non esisteva più: era sangue rosso vivo e scuro, e liquido di un colore indescrivibile che iniziava a incrostarsi ai margini e si mischiava a materia giallastra e grigia, una gelatina orrenda vomitata fuori. Istintivamente ripulì le mani nei pantaloni, poi gli sfiorò il collo e le dita ritornarono subito rosse.
Avrebbe voluto urlare ma non ne era capace. Il respiro inciampò, rantolò e tossì sputando qualcosa sui sassi sporchi accanto a Riccardo. Si materializzò all’improvviso un dolore tremendo alle braccia, alle spalle, e Riccardo non si muoveva. Era morto. L’odore di fumo le spaccava il cervello.
Arrivarono rumori nuovi: urla, sassi che scricchiolavano e sirene; qualcuno disse qualcosa ma lei non riuscì a staccare gli occhi da Riccardo, non poteva lasciare il suo viso. Il dolore alle spalle aumentò: la toccavano. Lottò per resistere. Forse Riccardo respirava ancora, forse avrebbe potuto spiare un segno estremo: un piccolo accenno di qualsiasi cosa, una contrazione casuale dei muscoli, un ricordo ad accompagnarla dopo. Nel suo dopo. Voleva un segno da portarsi dietro. Ma la afferrarono con violenza, esacerbando il dolore: scivolò e si lasciò sollevare, si mise in piedi ma gli occhi rimasero su Riccardo. Qualcuno le toccò il viso.
Una voce le entrò in testa, un grido più forte e acuto: era Valeria, la vide tentare di gettarsi sul corpo di Riccardo. Disperata. Folle. Esagitata.
Fu allora che cedette. Alla vita e alle forze che la tiravano indietro. Si lasciò portare via.

Capitolo 2

Giuliano amava che l’aria fosse così fresca, pizzicava in volto e lo faceva sentire sveglio e pieno di energia. Peccato che da qualche minuto fosse chiuso in macchina: come ogni mattina era uscito presto, Gennaro arrivava a prenderlo prima delle sette. Appena dopo l’inverno, la luce chiara della giornata riempiva i finestrini; aveva voglia di mare, onde né calme né mosse e una lunga sosta oziosa in giardino su una poltrona con il telefono spento e i giornali da leggere fino in fondo. Avrebbe letto qualsiasi cosa: oroscopo, previsioni del tempo, pettegolezzi e finanza e cronaca. Si sarebbe volentieri abbandonato a ore di niente con il sole addosso.
– Invece vado in azienda.
– Come dice, dottore?
Ridacchiò, strinse il nodo della cravatta.
– Scusi, Gennaro. Mi sono lasciato andare a una fantasia. Pensavo che sarebbe bello restare a leggere i giornali e non pensare al lavoro. Immaginavo la casa di Anzio e il giardino, e magari un giro in barca. Mi sono svegliato bene, mia moglie direbbe così.
Gennaro annuì, accelerò per superare un’utilitaria.
– Invece prepariamo il consiglio d’amministrazione, è una cosa che farebbe innervosire un santo.
– Non ha questo problema, presidente. Ha pazienza da vendere.
– Il mio aspetto esteriore è molto paziente, dentro poi è tutta un’altra storia. Sarà che devo mantenere moglie e due figlie e non si accontentano di poco: per questo non perdo la pazienza in azienda, devo portare a casa da mangiare. Ah, il libro di ieri non c’è più, l’ha finito? Sa che volevo chiederglielo perché mi piaceva la copertina? No, a me fa impazzire essere obbligato a seguire tutto, ripassare cento volte l’ordine del giorno per controllare che sia a posto e gli appigli per farmi le scarpe siano minimi. Avessi almeno una segretaria simpatica, macché. Arcigna, se tento di scherzare mi fissa stralunata. Mia moglie la detesta, io fingo di niente ma devo ammettere che non ha torto.
Colse la soddisfazione di Gennaro: gli piaceva che fosse di buonumore e chiacchierasse con lui. Notò un’automobile scura, arrivava veloce dalla direzione opposta.
– La scorta di Riccardo, puntualissimi.
– Non credo, dottore. Non mi sembrano loro. Però guardi come corrono questi qui, ammazza. Ma non è la scorta di suo fratello, non li abbiamo ancora incontrati. Strano però, di solito li incrociamo appena usciamo.
– Si vede che il lazzarone dorme, questa mattina. Mah, magari i ritardatari siamo noi e mio fratello è già sulla strada del tribunale.
– Quando sono venuto a prenderla non li ho visti. Forse oggi va più tardi in tribunale. Come sta sua figlia?
– Chiara? Bene, grazie. Allegra, beata lei.
– E’ fortunato. La mia tiene sempre il broncio, vai a capire perché. Può uscire, non le manca niente, ha abbastanza soldi in tasca e l’armadio pieno di vestiti. Però non è come la sua Chiara: vuole ogni giorno un paio di jeans nuovi e non capisco perché visto che appena li porta a casa li taglia. Certi buchi sfilacciati, e mia moglie dice che devo tacere perché è l’età.
– Le mogli zittiscono sempre, a priori. Comunque è l’età, Gennaro. Chiara non si azzarda a tagliare i jeans altrimenti non la faccio uscire, ma costa come un transatlantico in crociera perenne, e non parliamo del motorino! Chissà come, è sempre senza benzina quando le capito a tiro. E sapesse quanto spende su internet.
Ha scoperto che esistono negozi fondamentali: vestiti, libri, dvd. C’è uno che spedisce tatuaggi temporanei dal Giappone: te li disegni, lui li riproduce e te li manda. Con la mia carta di credito, naturalmente. E aspetti che Elena si metta a imitarla.
– Non mi dica che Elena a tre anni sa già usare il computer.
– Per fortuna no, Valeria la tiene lontana e credo che per un po’ riuscirà a distoglierla. Ho sposato una donna che preferirebbe vivere all’età della pietra: si figuri che secondo lei Chiara dovrebbe fare i compiti cercando le informazioni solo sui libri.
Lanciò un’occhiata dal finestrino: il calore tiepido della mattina era un nitore bianco soffiato in alto dai giardini, dalle case dietro i cancelli, dal volto distratto e assonnato di chi, come lui, raggiungeva presto Roma. Avrebbe dovuto leggere i documenti che aveva nella borsa ma le chiacchiere lo rilassavano. Scelse un giornale, lo sfogliò distratto. Lo squillo del telefono quasi gli sfuggì: quando si accorse rispose a Valeria, infilando un sorriso nella voce.
– Ciao, tesoro. Non sono ancora arrivato. Come stai?
– Giuliano, corri! Torna qui, hanno sparato a Riccardo. Hanno sparato a Riccardo!
Il cuore sembrò fermarsi e ripartire, poi fermarsi di nuovo e martellargli il torace con un ritmo anomalo, rumoroso. Si aggrappò alla portiera, tremò e fece cadere il telefono: lo recuperò in fretta per riportarlo all’orecchio. Intuì lo sguardo di Gennaro.
– L’hanno ammazzato, l’hanno ammazzato in giardino. Vieni, presto, non so cosa fare!
Ora Valeria singhiozzava, parlava di spari e cancelli aperti e chiusi, di morti per terra. Ma Giuliano non seguiva più. Riccardo era morto. Morto! Tacque per un po’, senza rendersi conto che l’automobile era ferma sul ciglio della strada e Gennaro cercava di parlare con lui.
– Presidente, si sente male? La porto in ospedale? Cosa succede? Cosa vuole che faccia?
– Torniamo indietro, hanno sparato a mio fratello.
– Ma cosa dice? Suo fratello? Dove? Come sta?
Provò a concentrarsi. Non ricordava granché, ma il cancello che si apriva e chiudeva era quello della casa di Riccardo.
– A casa, credo sia morto.
Con una bestemmia Gennaro cambiò carreggiata e ritornò indietro. Poi maneggiò il telefono, urlando.
– No, deve annullare tutto per oggi. Il dottore deve ritornare a casa. E’ successa una disgrazia, faremo sapere più tardi.
Lo ringraziò. Cercava di tenere aperti gli occhi e scacciare la patina opaca che li aveva offuscati.
– Dottore, ma cosa è successo esattamente?
– Non so, mia moglie è terrorizzata. Bisogna che andiamo a vedere, hanno sparato a Riccardo. E’ morto, credo. L’hanno ammazzato.
– Oh, signore. Speriamo di no.
Speriamo di no, la frase scivolò via insieme alle case, agli alberi, alle recinzioni che, quando riaprì gli occhi, non riuscì a riconoscere. Il calore bianco assomigliava adesso a un vapore irreale, non c’era più serenità. Si accorse di non avere chiuso la comunicazione con Valeria: riprese il telefono, premette un tasto e fissò la strada.
– Accenda la radio, per favore.
Con uno stupore che gli lacerava il cervello e rendeva difficile perfino respirare ascoltò le prime notizie: la confusione era totale, non si aveva idea di come fosse accaduto ma una certezza esisteva: Riccardo era morto. Poi ebbe un lampo di consapevolezza, sussultò.
– Gianna. Oh, cazzo, Gianna!
Gianna doveva per forza essere là. Afferrò il telefono, compose il numero di Valeria. “Il giudice Conti si era dedicato ai maggiori processi di mafia degli ultimi anni. La moglie, Gianna, chirurgo presso il…”
– Pronto, Giuliano, sei tu?
Dietro Valeria voci, rumore di automobili, una porta che sbatteva.
– Amore, sono quasi lì. Ma dimmi di Gianna. Gianna, hanno sparato a Gianna?
– Cosa dici? Non ho sentito.
– Ho chiesto di Gianna.
– Sta bene, cioè insomma… E’ viva. Ma dove sei?
– Un paio di chilometri. Gennaro corre come un pazzo, tu come stai?
– Non so, è tremendo. Tremendo. E’ c’è questa gente che fa domande e si infila dappertutto, da sola non ce la faccio.
– Gianna, allora? Hanno sparato a lei, cioè vicino…
– Hanno ammazzato tuo fratello e la scorta, Gianna no. Forse l’hanno picchiata ma non si capisce. Insomma, sta abbastanza bene. E’ in casa, ha visto tutto e non parla. Da quando è successo non ha detto una parola. Non ha voluto andare in ospedale.
Tacque per un po’, poi la voce sembrò più lontana.
– Ti ho detto che forse l’hanno picchiata perché le hanno trovato lividi addosso, ma di sicuro non le hanno sparato.
– Va bene, stai con lei. Sto arrivando. Per favore, chiedi ai carabinieri se possono aiutarmi a entrare senza giornalisti. Ci sono già i giornalisti, vero?
– Pieno zeppo, ma il cancello è chiuso. Il problema è che è successo nel giardino, vicino alla macchina. Insomma, dal cancello si vede quasi tutto.
– Quasi tutto cioè anche mio fratello?
– Sì. Loro sono coperti ma sai, non ci vuole niente a capire come siano. Non è uno spettacolo molto… Anche per te, amore, dovresti prepararti.
Un rumore più forte le cancellò la voce. Poi la sentì parlare lontano dal cellulare.
– No, quello è di mia cognata. La borsa che usa per il lavoro in ospedale, la appoggia sempre sul mobile. Ma no, perché deve prendere anche quella?
Tentò di inserirsi.
– Lasciali fare, Valeria. Non credo che a Gianna importi della borsa.
– Lo so, ma mi dà fastidio. Toccano tutto.
Un altro rumore, la comunicazione si interruppe. Alzò gli occhi: mancavano ormai pochi istanti, stavano oltrepassando casa sua. Pensò a Elena, probabilmente non era ancora sveglia: prima o poi avrebbero dovuto dirle che lo zio Riccardo era morto. E a Chiara, anche. Non iusciva a immaginare le parole giuste, non aveva voglia di usarle.
Raggiunsero il cancello: era chiuso e intasato di fotografi e giornalisti, e c’erano i curiosi e i vicini a raccontare la loro versione. Qualcuno doveva essere in sua attesa, il cancello scattò subito e si aprì. Entrarono e parcheggiarono alla meglio in mezzo all’erba, il viale era bloccato da nastri e persone in divisa: un uomo fece segno di accostarsi a un’auto scura accanto alla siepe.
Molta gente camminava sul prato, i ciuffi di primule erano schiacciati. Un grande cespuglio di bottoni d’oro era piegato come se qualcuno avesse spostato i rami con gesti bruschi e pesanti. Alcuni Carabinieri osservavano dettagli difficili da intuire, chinati in vari punti del giardino: scrivevano su taccuini invisibili oppure discutevano indicando a destra e sinistra. Notò tre uomini con la tuta bianca dei RIS e una donna con una valigetta e lunghi capelli scuri. La ghiaia del vialetto era smossa da passi e ruote, un furgoncino grigio era parcheggiato sotto una grande magnolia ai limiti del muro di recinzione. Aveva l’impressione che niente fosse a posto, neanche i fiori di fronte ai quali si fermava spesso con Gianna a chiacchierare. Eppure era il giardino dove aveva trascorso le domeniche giocando con le bambine, oziando al sole con un libro e con le parole lente e rare di sua cognata, le risate eccessive di Riccardo, la danza divertente e sfacciata di Valeria in costume da bagno.
Scese dalla macchina, sistemò il nodo della cravatta e camminò svelto verso l’automobile di Riccardo stringendo la mano a due o tre persone e ascoltando la prima ricostruzione da un maresciallo che lo chiamò presidente e di cui dimenticò il nome.
– Non sappiamo come siano entrati, hanno iniziato a sparare appena il giudice Conti è uscito di casa. La scorta non ha potuto fare niente, sono tutti morti. Non hanno sparato alla signora Conti nonostante fosse in piedi sulla soglia. Il primo sopralluogo fa pensare che non abbiano diretto i colpi verso di lei, devono avere iniziato quando il giudice era a una decina di metri dall’ingresso. In pratica la vedo così: il giudice esce e si dirige alla macchina insieme alla scorta, qualcuno inizia a sparare. Ecco perché la signora è illesa: era rimasta ferma alla porta di casa. Stiamo cercando di accertare se alcune lesioni che il medico le ha riscontrato siano legate al tentativo di immobilizzarla o a un pestaggio. Il fatto che non le abbiano procurato lesioni gravi o mortali fa pensare che avessero il volto coperto, anche se non abbiamo testimonianze utili. La signora è scioccata, non parla. La capisco, neanche io riuscirei a parlare se avessi vissuto una tragedia del genere. Guardi qui che disastro.
– Mia cognata è un chirurgo e assiste a cose piuttosto angoscianti ma non credo fosse preparata a vedere morire suo marito in questo modo.
– E’ quello che penso anche io. Venga.
Si fermarono davanti a un lenzuolo sporco di sangue: ce n’erano altri intorno, e grandi macchie scure rapprese sui sassi bianchi e sul prato. Il maresciallo indicò con un dito.
– Qui c’è il giudice Conti. Gli hanno sparato parecchi colpi. Veramente non mi servirebbe l’identificazione, se preferisce evitare di guardare va bene così.
– No, non va bene così.
Si chinò e afferrò un lembo del lenzuolo, sollevò quanto bastava per vedere il volto sfigurato, il collo squarciato e la parte superiore del torace devastata dai colpi. Restò immobile, tentò di adattarsi. La camicia era aperta, strappata, un bottone pendeva di lato con un filo a trattenerlo; la giacca era scesa dietro le spalle e si era arrotolata sotto la schiena. Qualcuno gli aveva tolto la cravatta e l’aveva abbandonata a un lato del collo. Un occhio non c’era più. Pensò che poteva essere morto dissanguato, almeno a giudicare dallo stato del collo: chissà se quello squarcio lo aveva anche soffocato. E quell’occhio che mancava: di certo quel colpo lo aveva ammazzato. O forse no, magari il colpo fatale era arrivato altrove: se lo osservava più in giù verso l’addome notava altri segni, aveva ricevuto decine di proiettili. Chissà quanto dolore aveva provato, chissà se si era accorto di morire. Sollevò ancora il lenzuolo, incurante del silenzio intorno: il corpo era contorto (non capì se per la morte o per il dolore), il vestito strappato in molti punti, il sangue era ovunque. Una scarpa mancava: la notò pochi metri più in là. Una mano si appoggiò alla sua spalla, non si voltò.
– Amore, alzati. Vieni in casa.
Era Valeria, le accarezzò distratto una gamba e non provò a sorridere. Notò che era pallida. Fece ricadere il lenzuolo, si alzò e portò una mano agli occhi: la luce lo accecava. Si incamminarono verso la casa.

(Continua…)

© MariaGiovanna Luini, 2015

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