Dalla parte dell’arte [4] di Mario E. Bianco

Sui mei lavori polimaterici

Intorno al 1987 mi accorsi che tutte le pitture “astratte” che continuavo ad eseguire mi riuscivano, cioè venivano abbastanza bene, tuttavia e forse proprio per questo, diventavano oggetti di routine e mi sembrava di non provare più il piacere della scoperta, il piacere dello sperimentare una nuova via.
Mi svegliai una notte per focalizzare l’attenzione su di una voce di dentro udita nel dormiveglia, mi diceva: fai delle sculture, fai delle sculture…
Io a far delle sculture vere proprie non mi ci ero mai messo, se non pasticciando con creta e gesso e ne erano venute fuori alcune cose “carine”, ma non ne ero soddisfatto.

Nei giorni seguenti, piuttosto tormentosi, riflettei un bel po’, disegnai parecchio, mi guardai in giro nello studio cercando appiglio alle immagini e alle cose là appese. Guardai anche in basso, anche dentro i miei ricordi, in certe scatole mentali e fisiche, ove stavano raccolte molte baracche di famiglia, e mi capitò di trovarmi tra le mani vecchie chiavi, mestoli, cucchiai, piatti, occhiali, giornali, oggetti di nessun valore appartenuti ai miei genitori, ormai passati all’altra sponda del fiume.

Mi saltò in testa di dare una dignità a quelle povere cose, per me impregnate ancora di tante emozioni, sentimenti, e pensai di metterli in evidenza dislocandoli, incollandoli su qualche supporto, impastandoli con le materie colorate che amo.

Era come ridare nobiltà o grazia agli oggetti includendoli in un’opera d’Arte. Altri autori interessanti avevano costruito scatole contenenti cose strane, e le avevano incollate e imbalsamate ad arte con tinte e mestiche svariate.
Io volevo dire di più, o altro, e manifestare con un’opera mia che quegli quegli affari avevano avuto un senso e una vita, ed ancora fluivano con me nel tempo e nello spazio, salendo da destra verso sinistra.

E cominciai così a costruire dei “fluire” nuovi con frammenti di cornici vecchie, con tessuti impastati di colla, gesso e colore mescolati; inclusi nelle composizioni stracci, oggetti da cucina, chiavi di serrature perdute, vecchie foto, un orologio scassato di mia figlia Valentina, scatole (vuote) di sigari, cicche dei medesimi, foglie, un nido di vespe, bastocini cinesi usati, carte da gioco, bottoni, gomitoli e bottiglini, ritagli di giornali, foto vecchie e tante altre carabattole sentimentali.

Certo che lavorare a composizioni polimateriche di questo genere mi ha occupato molto più tempo che non a produrre un “normale” dipinto, tuttavia sperimentare questa nuova via mi ha dato molta, particolare soddisfazione e mi ha fatto “toccare con mano” la possibilità di sperimentare un altro modo di operare, ancora più fisico, più manipolatorio.

È stato come riprendere in mano il passato, plasmarlo per farlo diventare ancora più personale, ancora più carnale e poi esporlo come cosa nuova o rinata.

© Mario E. Bianco

Leave a Reply