Cronache dalla città [7] di Francesco Di Domenico

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Remo Er Tisana & Dido’ in via Condotti

ROMA, CAPOCCIA

Giovan Guido Ruspoli Cavalcanti, detto Remo dagli amici del bar e anche Er tisana, per la sua andatura, che a dieci anni lo faceva sembrare una lumaca e già a venti un carro funebre, a sessantacinque va in pensione dopo quarant’anni di onesto lavoro come usciere alla sezione Oggetti Ritrovati dell’Ufficio Oggetti Smarriti. In quell’ufficio in quarant’anni non era mai stato ritrovato neanche il bottone della patta perso da Sgarbi, mentre faceva pipì in una scultura di Arnaldo Pomodoro, credendola un posacenere.
Con un nome così poteva nascere solo a Roma, o in un film di Mel Brooks. La sua famiglia nei secoli precedenti era stata nobile, lui no, ma neanche ignobile, lui è l’incidente, l’increspatura fenomenale nella teoria evolutiva di Darwin, anzi Remo er Tisana potrebbe essere oggetto di studi a Tor Vergata dell’involuzione della specie (specie lui, ma anche altri), però non ha trovato parcheggio. Da ragazzo era talmente brutto che un rabbino vedendolo si fece il segno della croce.
Un lunedì mattina esce. Neanche i servizi segreti, seguendo i suoi comportamenti, potrebbero determinare i suoi orari. Un tentativo di calcolo approssimativo dei suoi algoritmi lo tentò Stephen Hawking, lo scienziato geniale in sedia a rotelle, ma una mattina a Montesacro Remo lo investì a marcia indietro, e adesso il poverino comunica solo muovendo le orecchie, sulle note di Happy di Pharrell Williams. Non ha un volante ma un cilicio e lo afferra con le mani delicatamente, cominciando la manovra per uscire dal parcheggio. Dopo otto minuti in cui si è tenuta un’assemblea condominiale sulle emissioni di gas di scarico – pari a quelle di un autotreno a Shangai – della sua vettura, viene eletto Claudio Lucido Forcone, detto Pugno de’ fèro, a fargli la manovra e mannarlo affanculo fòra dar’ parco.
Quando si immette da piazza Conca d’Oro verso Montesacro, attraversando il ponte delle Valli verso piazza Gondar e me lo ritrovo davanti, ha appena infilato la seconda. È una fortuna per le ambulanze di New York che non si fosse trovato davanti a loro durante l’undici settembre, non si sarebbe salvato nessun ferito. La terza marcia la infila in tangenziale est, verso San Giovanni.
La sua Fiat Tipo Strano T non ha mai saputo di possedere un turbo, e Dio misericordioso, conoscendo l’opzione moderna del martirio per chi lo segue, gli fa perdere l’inutile turbina che carambola da sotto l’auto, alla discesa del cimitero del Verano, direttamente in testa al vecchio cane del custode, il povero Rantolo che è un cane ebraico, e che verrà cromato secondo la tradizione dei carrozzieri israeliti e esposto al Salone di Torino.
Remo Er Tisana continua a viaggiare come Ayrton Senna nella curva del Tamburello a Imola nel ’94 – dopo l’incidente – ha l’assetto di strada di due nacchere suonate a Velletri dopopranzo. Non riuscirei mai a sorpassarlo, e allora per evitarlo prima di piazzale Appio, giro verso piazza Camerino, poi  piazza Re di Roma, ora sono felice, ma da via Magna Grecia lo vedo, terrificante e stolido, con un berretto da Pirandello quando scriveva il “Mastro Don Gesualdo”, svolta e mi si piazza davanti.
Mi fermo al Nevada Café, un baretto tranquillo di via Magna Grecia, forse un maritozzo e un caffè mi faranno bene, forse meglio una camomilla.
Alla cassa però c’è lui che risponde al telefono.
«Tre caffè e un mandolino? Glieli mando subito.»
Avevano chiesti tre caffè e un cappuccino, lo capisco mentre mi mettono su una barella svenuto, per fortuna lui ha parcheggiato, arriveremo presto in ospedale.
Neanche la flagellazione di San Cosma e Damiano raggiunse quest’abisso.

© Francesco Di Domenico, 2016

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