Cronache dalla città [6] di Francesco Di Domenico

Didò col suo amico Gennaro T, batterista di Almamegretta - ph ©Richard Mc Sundy

Didò col suo amico Gennaro T, batterista di Almamegretta – ph ©Richard Mc Sundy

CATANZARO

Sedetevi, la storia è lunga.
Carlo Ambrogio Ciattanuga, detto Gennaro uscì dalla metrò Crocetta di Porta Romana e batté la testa sul palo su cui era raffigurata la M di Metrò, bestemmiò con discrezione meneghina in modo sommesso San Giuliano Pisapia: è vero che quel palo era lì da quarant’anni: ma perché il Pìsa non fa minga nulla contro la nebbia?
Con un sincronismo perfetto anche la moglie, Gisa Manzonini, scendendo dal 94, inciampava nel ragionier Masneghi Lizio come ogni mattina e crollava sul marciapiedi di corso Garibaldi.
Il Masneghi aspettava da trentotto anni il 43 a quella fermata ed essendo miope come Carlo Cattaneo – che scambiò Lugano con Milano – ogni mattina allungava il piede destro alla vista, tra le nebbie, del 94, esclamando: «L’è smorbo ancor el 43, ma va’ a cagar!». Traduzione: “È ancora moscio il quarantatrè, andate a farla di corpo!”
Il piede del ragioniere era un quarantacinque a pianta larga tipo Castello Sforzesco. La Gisa, arpionata di nuovo come Moby Dick da Achab, spiaggiò sul marciapiedi davanti al negozio di biciclette Rossignoli. Si alzò e con un moto d’indignazione e stavolta prese a calci il ragionier Masneghi, infilandogli la punta delle scarpe in uno spazio del fondoschiena cosiddetto del perineo (che non è un arcipelago dell’area tropicale, ma lo spazio tra il traforo del Fréjus maschile e le palle).
Madame Manzonini, coniuga del Ciattanuga, era pronipote della balia del Manzoni, da cui il cognome. La sua bisnonna aveva allattato in tarda età don Lìsander – nelle pause della scrittura de I Promessi sovente il poeta soleva ciucciare a secco dal prosperoso petto, da qui il termine Balia asciutta – e decise d’emblée (insomma all’improvviso) di tornarsene a casa.
Era stufa della nebbia, dei dané, dei prosecchi da bere la sera sui navigli con amiche puttanone e poi andare la mattina a lavare le scale del ospedale San Raffaele, quindi inforcò una bicicletta del Rossignoli, inseguita da un dobermann che faceva il commesso (successivamente messo sotto da un tram e ora fa il chihuaua in un canile per nani)e tornò a casa.
C.A. Ciattanuga, ancora intronato dal palo preso in mezzo agli occhi, si era dato una botta di vita ed era entrato in un baretto minimalista del Lorenteggio, ordinato una brioche e un cappuccino e, dopo essere svenuto guardando lo scontrino da dodici euro, deciso di farla finita, diede una craniata al cassiere che somigliava a uno stilista rumeno coi tacchi e scappò a casa anche lui.
Trovò la Gisa sottocasa che tramortiva il portiere con la borsetta di Carrara, una borsa antistupro con dentro un blocchetto di marmo bianco: il portiere le aveva consegnato 45 bollette da pagare, tra cui la tassa sul citofono, l’addizionale condominiale sull’ombra che pagavano d’estate chi aveva le finestre esposte a nord, e un’imposta addizionale sul terzo figlio del portiere (si pagava già quando la portiera aveva le doglie).
La Gisa e il Gennaro si amavano talmente tanto che capirono dai loro sguardi il colmo della misura: bisognava fuggire! Misero quattro cose in valigia, la collezione di dischi di Modugno, alcune musicassette dell’Orchestra Sinfonica di Vibo Valentia e una foto autografata di Peppino di Capri.
Nella Ford Fiesta Revenant, prodotta in soli cento esemplari per una clientela-cavia, alimentata a cavolo fermentato o benzina (era ibrida) misero nel cofano i ricordi di una vita, compresa l’urna con le ceneri dei genitori (simboliche perché in una notte di capodanno, il fratello della Gisa, noto tossico se l’era sniffate) e un costume leopardati firmato Formentera beach. Avrebbero cercato il vero Eldorado al sud.
Sulla Salerno – Reggio finirono la scorta di cavolo e dovettero procedere a benzina, la Revenant faceva un km a litro, a Sapri furono costretti ad accendere un mutuo con una finanziaria collegata alla Total carburanti che come garanzia pretese i loro organi in caso d’incidente (anche se fossero sopravvissuti).
Arrivarono a Catanzaro felici. Il sole e il mare limpido disegnarono sul loro volto un’aura dorata, tipo cotoletta dimenticata un attimino a friggere, il vento caldo di scirocco che squassa la città come un asciugacapelli Philips da 3200 watt in mano a un hooligan del Feyenoord, li asciugò da anni di nebbie e umido. Scesero fino al lido e fittarono un gommone, la Gisa già in auto indossò il suo costume da dodici euro e ottanta Leopardo Shangai preso alla Liddl del Giambellino, nel reggiseno di seconda taglia, non avendo nulla oltre i capezzoli ci infilò due palline da tennis, mentre il Genny Ciattanuga mise il bermuda rosso Tim con la scritta in giallo 4Giga, regalo della Cgil/Telefonia. Lo scirocco diventò libeccio e il gommone fu trascinato verso la spiaggia di Capo Rizzuto dove la Guardia Costiera li salvò e dopo aver preso le impronte li inviò a un centro di prima accoglienza. Al terzo ‘se ghé?, non comprendendo la pronuncia lombarda il comandante del natante li accompagno direttamente in Albania, da dove credeva provenissero.
La Gisa ora si fa chiamare Adalgjsa Milan e il Ciatta, Ambrose Chattanooga Choo Choo e ballano swing in un tabarin di Tirana. La Gisa si è fatta crescere le tette, in Albania fanno miracoli.

© Francesco Di Domenico, 2016

Leave a Reply