Cronache dalla città [5] di Francesco Di Domenico

©foto di Francesco Didò Di Domenico

©foto di Francesco Didò Di Domenico

Tranvieri in Paradiso

Napoli.
Confessioni di un tranviere.

È più brutta della Smart, che la Smart è un cesso di macchina, che una volta c’era la Bianchina, e aveva il suo perché: la Smart non ha domande, ma è il compendio di un dilemma: a che serve?
Ecco, più inutilmente brutta c’è la Toyota iQ.
È brutta come un cane con la prostata, ed è stata progettata per quella demente che mi sta davanti, con i colpi di sole sulle cosce che si è prodotta al mare, addormentandosi al sole con l’uncinetto e il gomitolo di ecru sul pube.
Non è misoginia, ma solo una stupida massaia che sogna di fare la scambista in un club marocchino di Casablanca poteva comprarla.
E lei, la versione erotica di Veronica Pivetti, che solo Enzo De Caro per fiction poteva sposare; lei che scende aprendo d’improvviso la porta di quell’orrido ferro da stiro, color wurstel di carne d’asino.
Lei, che si trascina dietro un borsone finto Louis Vuitton (confezionato negli scantinati di Forcella da Luigi Vittorio, detto ‘o francese), con dentro un Chihuaua di 24 kg, che forse è un agnello gay, e il figlioletto Scionpenn, taglia 44 a sei anni, sessanta chili e con propositi di sviluppo pari all’economia di Shanghai.
Lei, col leggings di leopardo lucido e la cellulite in sovrimpressione come una videografica della Playstation 4, mentre urla all’auricolare del Samsung S11 (sono fermi al 7, ma il suo viene da Forcella che è gemellata con Seul): «Marika, lascio il baby in asil e poi ci spariamo un te al Vomero!».
Lei che chiude lo sportello del vespasiano giapponese, parcheggiato in seconda fila sulla fermata del bus, col tacco da diciassette cm. bucandolo come una lamiera di carrarmato scozzese (i tank scozzesi sono fini, per parsimonia) e gridando: «E che catz, ‘e fann’ ‘e plastica ‘sti macchine!».
È lei il mio target dell’ultimo giorno dell’avvento: le struscio dodici metri di lamiera gialla del mio pullman sulla fiancata, saldandole lo sportello come un’opera di Maurizio Cattelan esposta a Brera.
Il ragionier Brigido Tumefatto, pensionato del registro comunale sepolture, sviene e successivamente muore mentre applaude, o viceversa. La signora Elena Grassa Bertolini (vedova Lievito), mi bacia con trasporto invitandomi a cena nella sua casa di Poggioreale (è andata a vivere lì dopo la terza vedovanza: fa casa e bottega col cimitero).
I terrasantieri (o becchini) della vicina impresa funebre “Il paradiso ha fretta s.r.l.”, calano un telo incerato pietoso sul relitto, mormorando sottovoce: «Uah, più forte di Schettino, e non c’erano scogli! ».
La distinta proprietaria dell’auto, presa dallo spavento, si ricovera in una gelateria vicina, dove la soccorrono con impacchi di fragole sulle natiche.

Buon Natale.

©Francesco Di Domenico, 2015

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