Cronache dalla città [2] di Francesco Di Domenico

Rien_o

LO STATO MERIDIONALE. ASSALTO A BOLOGNA.

Era stata l’ultima pizza vista al supermercato, “La pizza Gioiosa”.
Luca Scapece, detto ‘O Sceicco, ultimo discendente di friggitori e pizzaioli era andato su tutte le furie. Uno dei suoi prozii, Giovan Battista Scapece – detto Gennaro per brevità – era stato l’inventore degli “Zucchini alla Scapece”, suo nonno era stato esposto alla Biennale di Venezia nel ’63 come panzarotto, dando via al post razionalismo nella frittura.
Lui stesso aveva avuto un leggero trascorso nella transavanguardia avendo servito due pizze Margherita ad Achille Bollito Oliva, lievemente trasfigurate e rinominate “Nicola”.
Vedere esposta una cosa informe e blasfema nel reparto surgelati, fatta con mozzarella di Trufola – una bufalotta transgenica allevata in Emilia – gli aveva fatto togliere il grembiule e passare alla clandestinità.
Dopo dieci mesi era pronto. Metà dei pizzaioli napoletani aveva aderito, l’altra metà si era aperto una boutique di dolci in franchising con Gabbana.
Centinaia di Suv si misero in marcia verso la trucida Emilia, fiammanti Apecar dipinti di nero, con la bandiera rossopomodoro e un mini forno montato sul cassone; innumerevoli Fiat Fiorino (versione pick up da 8.500 € – franco concessionaria/aperti anche sabato e domenica) guidati da macellai pentiti.
A San Lazzaro di Savena attaccarono il ristorante “La piadina d’oro”, legarono alla bombola del gas il padrone e riverniciarono la trattoria di azzurro, una fazione calabrese dell’Isimis* (Isteric Meridional State) voleva verniciarla di marroncino ‘Nduja ma ‘O Sceicco non fece carta e sedò la rivolta dei suoi con un formaggio alle noci di Avellino, qualcuno stappò una bottiglia di pallagrello rosso e la Ines urlò dal fondo sala: «Mo’ porca di una misceria zozza, balénghi slegatemi da ‘sto pirla che cià il trapano in corto circuito il biasanòt! Lo tenevo saldato alla mia putrella ma l’è un po’ buso!».
Avevano legato il piadinaio blasfemo, il Temi (Temistocle Vacondio) non alla bombola del gas, ma alla Ines, la cuoca rotonda come uno scaldabagni Vaillant.
Rinominarono la trattoria “Il Mandolino di Dio” e andarono via lasciandola in gestione a un foreign fighters di Riccione che aveva fatto il militare in una pizzeria di Caserta. La Ines saltò sul cassone della Fiat Duna versione fuoristrada dello sceicco e disse: «Portami con te boss, ti farò la pastiera e ti insegno a mettere il babà nel rum, nel mio rum!» Scapece non aveva fama di antifemminista ma le ammollò un cazzottone: gli si era seduta su una caviglia.
Presero la tangenziale nord di Bologna, ma dovettero uscire per una bonifica, cambiare il nome ad una strada dal titolo terrificante: “via Pelagio Palagi”. Apposero la targa: “Via Gian Gennaro Esposito – Distinto sconosciuto, nato nello Stato Meridionale a suo tempo.”
Arrivarono nel centro di Bologna alle due del pomeriggio, affamati e stanchi, arrestarono la colonna di botto e il treruote di Gennarino Musella, detto Scarrafone, per la sua guida ragtime (sincopata, a sbalzi) capotò rovesciando tutto l’olio d’oliva sulla strada, dietro di lui la Ford Fiesta metallizzata (nel senso che non avendo più vernice ora le si vedeva il metallo nature) di Totuccio da Contorno rovesciò sacchi di farina, mentre di liscio arrivava Deboracca Anatrella, mozzarellara di Casal di Principe che sbandando fece volare tre quintali di mozzarella sulle scale del Palazzo di Re Enzo.
L’operazione “Faremo di Bologna un inferno di pizzerie” era fallita miseramente. Le lacrime di Gerardina Ventresca, una svedese naturalizzata napoletana, che spargeva foglie di basilico sulla piazza, facendo diventare piazza Maggiore la più grande pizza a cielo aperto, commossero Trivulzio Castracani, un salumiere di via degli Orefici.
Il Trivi prese a distribuire centinaia di crescente bolognesi ripiene di culatello e fece arrivare un bidone di nafta pieno di lambrusco: si arresero tutti.
Solo Luca Scapece, mentre lo portavano via ebbe la dignità di gridare: «Imprigionatemi dentro ‘o palazzo di Re Enzo, che quello era mio zio, Enzuccio Scapece, inventore dei tortellini col ragù!», mentre un vigile gli notificava una contravvenzione per divieto di sosta del suo treruote Toyota e lui firmava con un apocrifo: M. Vafangul.

© Francesco Di Domenico, 2015

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