Cronache dalla città [14] di Francesco Di Domenico

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©Ph. M.Chiara Di Domenico, Bourges 2016

NEW YORK

Esercizi di stile

Lo scrittore americano John Irving, nel 1972, venne abbandonato in un modo molto singolare dalla compagna e giornalista Lauree Garby, nel bel mezzo di un articolo su un omicidio svoltosi a Brooklyn Heigts, negli ambienti letterari.
Quel giorno la città finì le scorte di Jack Daniel’s, e un piccolo bimotore dell’Amaro Montenegro, dopo aver portato in salvo quattro fessi che credevano di aver trovato un vaso antico, cominciò a lanciare casse di liquido giallognolo – che i newyorchesi non sentono la differenza tra un bourbon e la pipì del cavallo Varenne – per calmare la depressione degli scrittori.
La Garby, dopo aver bevuto un generoso sorso di Buffalo Trace, un bourbon che si dava ai cavalli azzoppati, inizio a battere il pezzo per il “Restroom Post”, giornale molto letto nei bagni della metropolitana (soprattutto per la sua carta parecchio morbida).
Nel centro del resoconto di cronaca la Garby aprì una parentesi e scrisse: “John Irving, io non ti amo più, esco dalla tua vita.
Il romanziere, per nulla sconvolto, scrisse una lettera a pagamento sul “NewYorker”, la rivista culturale per eccellenza, che recitava così:

“La fortuna sta sempre nelle parole, per chi scrive – dolcissima Lauree – e se tu non avessi scritto quella tragedia in undici parole probabilmente mi starei ancora arrovellando il cervello per capire come avessi potuto liberarmi di te.
Sei stato il più stupido incidente della mia vita, dopo la caduta dal triciclo nel giardino di mia nonna a Staten Island, che mi fece piombare con la bocca sulle feci del cane Surprise di mia sorella Henriette, e invece di arrabbiarmi con me, picchiai sia il cane che mia sorella con la paletta per le feci (Henriette a distanza di trent’anni a volte puzza ancora di merda dello Staffordshire Terrier), e dopo l’acquisto di una penna stilografica Heberdy dalle mani di quel furfante di Michael Corbett, che me la garantì come modello unico appartenuta a Robert Kennedy, e invece era una penna Parker da due dollari camuffata (come avesse fatto a miniaturizzare il marchio Heberdy, non mi fu dato sapere).
È stato talmente stupido e inutile rapportarmi con te, interrompendo la mia solitaria felicità, che mia madre quando seppe del nostro fidanzamento chiamo il 911, facendo accorrere tre ambulanze e il sergente Mitt Korlovsky con la macchina d’ordinanza del dipartimento di New York, insieme all’agente Mahogany Bud, uno stupido poliziotto afro che persino i neri di Harlem gli gridavano: “Stupido negro”.

Disse loro che avevo avuto un incidente: l’incidente eri tu (Korlovsky tentò pure di arrestarti, ma Mahogany disse di lasciar stare perché aveva la moglie prossima al parto e non voleva suggestionarla nel far vedere la tua faccia da oca annegata nel notiziario delle sette).
La fortuna, mia cara, come mi aveva abbandonato a quell’incrocio di Madison avenue con la 66°, dove mi sbattesti contro con le tue enormi tette da punging ball di una palestra di Tribeca, che potevano servire ad allenare boxeur in pensione, mi ha ritrovato facendoti impugnare quella macchina da scrivere Remington – appartenuta al custode dello stabile di Hemingway (a te non affiderebbero mai una IBM, figurati una nobile Olivetti italiana) – e consentendoti di scrivere quello stupido articolo dove la sintassi somiglia agli involtini primavera cucinati in un ristorante messicano, e dove l’unica cosa sensata è quel “esco dalla tua vita”, che ti riconoscerò sempre come frase epica e meravigliosa, al pari di «Ricks, lava il culo al piccolo Johnny!», che mia madre usava gridare a John Irving Senior, quando a due anni mi cagavo sotto.

Grazie Lauree, ora tutta New York è felice per me.

(Mai capito perché mia madre chiamasse Ricks mio padre, spero non sia stata anche lei un incidente lunghissimo nella vita del mio vecchio, o una gran troia, visto che anche il nostro idraulico si chiamava Ricks.)

© Francesco Di Domenico, 2016

 (I soggetti presenti nel racconto sono falsi, così come la storia, solo John Irving esiste realmente, ma non mi ha ancora telefonato)

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