Cronache dalla città [11] di Francesco Di Domenico

© Via Guglielmo Marconi - Quarto (Na). Foto di Francesco Di Domenico

© Via Guglielmo Marconi – Quarto (Na). Foto di F. Di Domenico

BITONTO

«Non c’è pace tra gli ulivi!»
Il grido di Donna Varve, dall’ammezzeto del condominio Scannapiecoro, rimbombò sulla statale 231 per Modugno, quando vide tra le fronde delle olive, Cataldo, suo marito che ancheggiava vicino a un albero.
«Santa Maria dell’Atroce! Cataldo mi stai tradendo con una pianta?». Aveva visto male.
Cataldo Coricò, contadino e regista della Nouvelle Vague del cinema pugliese stava invece insegnando a un’attrice di strada come interpretare – nella scena che si apprestava a girare – la Tarantella del Gargano.
Coricò era della corrente post neo realista erotica e avendo sperimentato una nuova versione del metodo Stanislavskij, il metodo tattile, lo metteva in pratica con la sua nuova scoperta: l’attrice ucraina Vera Minjiotta, ponendole le mani sui fianchi da dietro.
Era talmente neo realista il Cat che dopo le prove la rimandava alla sua attività di entreneuse stradale, dandole pure una mano a posizionare gli pneumatici.
Comunque, questo nuovo criterio, detto anche “Espressionismo coatto”, prevedeva molta energia – l’interprete femminile si posizionava prona con le mani a sostenere una pianta di olive mature – aveva anche un’opzione pratico-economica: l’arbusto scosso dalla virulenza rilasciava i suoi frutti e in  contemporanea si produceva un buon raccolto di olive.
«Ueh, curnutazzo, e la cinepresa indove ce ll’hai?», gridò Donna Barbara (Donna Varve in Bitontino acuto) mentre correva trafelata calpestando pericolosamente una piantagione di lampascioni coltivati già in barattoli sott’olio, verso il coniugo Cataldo. Tra le mani aveva il volpino reale (‘u vurpin’), un terrifico nerbo di bue, con cui la sua bisnonna percuoteva il principe Nicòla Sylos de La Fregna, noto masochista salentino.
Cataldo Coricò, alla terza scudisciata comprese che l’equivoco gli avrebbe impedito di realizzare la sua seconda opera cinematografica (per fortuna la prova con la Minjiotta era andata a buon fine). Considerato erede ed epigono del grande Luis Buñuel, era assurto alle cronache del cinema mondiale con “La Cosa Reciproca”, film introspettivo e visionario di questo regista surreale, dove si narravano le donne tardo bitontine nei momenti dell’intimità ablutiva. Girato quasi interamente in un bagno del cinema Coviello di Bitonto, narra di tre donne nel periodo fascista che decidono di depilarsi clandestinamente comprando un rasoio di contrabbando. Tratto da una novella di Arduino Pirandello, un cugino pugliese del maestro Luigi, è la vicenda straordinaria del primo grande sommovimento femminista della storia italiana, che partì da Bitonto per arrivare sulle spiagge di Giovinazzo e Molfetta, dove orde di contadine si depilavano a riva creando un’onda pelosa che avrebbe compromesso per sempre l’ecosistema dell’Adriatico, ma la storia ha bisogno di sacrifici estremi. Infatti dopo poco nacque anche in Spagna il “Movimiento delle mujer tonse” che combatté la politica dei “peli ispidi” voluta dal dittatore Francisco Franco .
Insignito dell’Ulivo d’Argento al “Bitonto Movie”, l’opera fu bruciata per errore durante una convention di “Comunione e Rimozione” sul lungomare di Molfetta. Del film ne è stata ritrovata miracolosamente una copia nei bagni della cineteca “Corto, Selvaggio e Metraggio” di Brera.
Cataldo conobbe Sergio Rubini a un semaforo di via Cavallo Goloso che gli gridò: «Maniaco buffone, ti sposti che il semaforo è verde?», ma il trattore di Cataldo Coricò aveva grippato e il motore fuso ora è esposto alla Biennale Arte di Mestre (a Venezia i facchini non l’hanno voluto scaricare).

© Francesco Di Domenico, 2016

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