Cronache dalla città [1] di Francesco Di Domenico

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foto di F. Di Domenico

INCROCI A MILANO

L’auto viaggiava sotto un cielo color fango metallizzato, procedeva a sbalzi, come i singhiozzi di un neonato che ha perso i genitori durante una gita. La vettura zompettava, appunto come singhiozzasse, ma la macchina non aveva perso i genitori, era solo guidata da una donna che indossava tacchi a spillo, e comunque il neonato non è che singhiozza perché ha ben compreso la gravità della cosa: cosa ne può sapere della perdita dei genitori? Singhiozza perché i bambini a volte singhiozzano, e rompono le scatole (poi vorremmo capire come ci siamo infilati in questa stupida similitudine, comunque il neonato non è figlio della stupida coi tacchi a spillo, anche se i suoi genitori devono essere degli idioti per perdere un bambino).

La macchina era una Clio rosa di pelle (dei sedili) e viola di vernice. Essendo stata tirata un po’ tardi dal forno delle verniciature, il viola era un po’ cupo, come le stole dei preti durante le omelie funebri, per cui al passaggio i passanti si passavano la mano, insomma si grattavano le regioni meridionali per scaramanzia. Un cieco grattava una badante molisana palpeggiandole il triangolone del bermuda, così per solidarietà: lei gli dava uno schiaffo in braille.

L’auto stava arrivando all’incrocio, il vigile aveva dato il via alle auto dell’altro lato, e mentre alzava la mano per fermare il traffico da questo lato: la vide. Guardò l’auto viola funerale e si grattò giù anche lui, poi rialzò velocemente il braccio e fermò il flusso di botto. Un rumeno che guidava un autotreno norvegese munito di paraurti bulgari – quelli smontati dai carrarmati ucraini fuori uso – frenò di schianto. La Clio impattò (collise? Fate voi!) con l’autotreno, come la Nutella su una fetta biscottata, fu la Clio a recitare la parte della fetta biscottata in frantumi: fu ridotta a una Smart. La donna al volante stava chattando con la sua amica del cuore sulle misure del suo ultimo partner, con uno smartphone stellare  (da ottomila giga di cazzimma) e al «Non ti credo!» dell’amica aveva dovuto inviarle la foto, avendo come risposta: «Ehi, non riesco a vederlo tutto, non entra nel display del mio Nokia, ma mio Dio!»
Si rese conto dallo schianto quando tentò di sfilarsi l’auricolare che si era annodato – gli auricolari lo fanno – col filo del perizoma.

Uscì dall’ammasso di lamiere tirata fuori da due infermieri della Croce Sunnita, un servizio di ambulanze interreligioso usato durante gli attentati a Gerusalemme. Il primo infermiere restò ucciso sul colpo quando la femmina spinse fuori la gamba e lo colpì al cuore col suo tacco, il secondo ebbe un infarto e morì di lì a poco dopo averle chiesto: «Madame, c’è un gatto nero con lei?, ne vedo uno nel suo grembo!»
«Stupido, ma cosa dice, offende? Non mi sono depilata perché avevo un foruncolo fastidioso, sono intonsa!».
Poi s’incamminò verso la stazione dei taxi di San Babila, sempre chattando con l’amica:
«Tizy? Credo di aver sfasciato quell’automobilina che mi hai prestato, correvo ahahahah: te l’ho accorciata! Mando foto.»
«Mimsy? Il tuo nuovo partner stava venendo proprio qui mentre eri in crash, neanche l’avevo riconosciuto dalla foto. Forse non è fotogenico, o gli si è accorciato, come la mia macchinina. Non mando foto: sta facendo la doccia.»

© Francesco Di Domenico, 2015

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