Corteggiamenti [32] di Alessandro Morbidelli

Corteggiamento_32_Embrace_scultura_di_Eric_Kilby

© Embrace, scultura di Eric Kilby

SEMPRE

«Allora Michela? Verrete a pranzo da noi, domenica?»
«No, mamma. Domenica non possiamo. Vengono quegli amici di Roberto dal Veneto…»
«Ah… li conosco?»
«Lei abitava vicino al forno. È Alice, la figlia di Marcello…»
«Sì, mi ricordo…»
«Ogni anno prendono casa al mare, passiamo la giornata insieme, i bambini giocano…»
«Va bene. Dai un bacione a Gabry e a Nichi. Ciao.»
«Ciao.»

Bisogna aspettarselo sempre, il ritorno. Apri il rubinetto, arriva subito l’acqua fredda che tanto fredda non è, poi però c’è un rigurgito di quella calda, come se fosse rimasta nascosta lì, a bollire in solitudine, dietro la curva di un tubo. Subito dopo, torna la fredda, ancora più fredda.
Il piccolo lavandino in acciaio sembra un campo di battaglia. Ci sono le bucce di carota, il ceppetto verde del pomodoro, la pelle secca della cipolla. Le parti buone sono a soffriggere in padella.
«Senti che odore… usiamo questo per sfumare?» ti dice Damiano avvicinando la bottiglia di soave ai fornelli.
«No, ci va il verdicchio…» gli rispondi.
«Eh, ma ormai abbiamo aperto questo…»
«Questo lo beviamo a tavola. Per sfumare uso il verdicchio.»
Era l’estate del ’87. I vecchi avevano allestito davanti il casolare dei lunghi piani di legno, sorretti da cavalletti. Li avevano coperti con la carta in rotoli e messo le posate e i piatti di plastica. Ognuno si era portato una sedia da casa sua. Si era appena finito di battere il grano e le teglie di tagliatelle al ragù, con le interiora del pollo e uno scortico di costina d’agnello a saporire il sugo, erano già state servite. Tu e Alice sedevate vicini. Tuo nonno, cotto dal sole e con gli occhi piccoli, verso la fine del pranzo vi aveva versato mezzo bicchiere di bianco. Mezzo a te e mezzo ad Alice. Avevate riso. Avevate bevuto. «Non avevo mai assaggiato il vino…» aveva detto lei, «Lo usano pure per cucinare, lo sai?» le avevi risposto tu, «Davvero?» e le era scesa una lacrima piena per tutta la guancia. Era forte, il verdicchio di tuo nonno. E voi, due bambini.
«Io e Roby andremo in Grecia verso la fine di agosto…» dice tua moglie Michela mentre sorseggia il soave che Damiano le ha appena versato.
«Figli al seguito?» dice lui cercando un altro bicchiere.
«Eh sì… ancora sono piccoli, e lasciarli dai nonni non è che mi vada molto…» risponde lei.
Arrivano gli urli. Da fuori. Di fronte alla porta aperta a pian terreno, quattro sagome minuscole passano una dietro l’altra, mentre una più grande le insegue. Poi il contrario, è quella grande che fugge e le altre la rincorrono. Fino a quando un palloncino pieno d’acqua non esplode proprio sulla soglia d’ingresso.
«Alice! Basta, dai! È quasi ora di pranzo, fai dare una calmata a loro e datti una calmata tu!» sbraita Damiano ridendo.
Allora lei entra. Il vestito di cotone a fiori appiccicato addosso, sui fianchi, e gocce d’acqua a scendere dalla punta dei ricci, sulle spalle.
«Sono terribili!» dice gettandosi i capelli all’indietro. Sorride. A Damiano. A Michela.
«A che punto è il cuoco?» e ti raggiunge nel cucinino. Quando è vicina a te, chino sui fornelli, ti schizza qualche goccia sulla faccia. Tu la guardi. Sorridi.
Marcello era morto in amaca. Dopo pranzo. Agosto 1991. Non si era più svegliato dalla pennichella. L’aveva trovato Alice. In seguito si sarebbe ricordata di aver chiamato “papà” ventisei volte prima che sua madre fosse accorsa fuori, perdendo una ciabatta sul gradino d’ingresso. “Marcello” aveva sostituito “papà”, tante volte quante Alice era riuscita a sentirne mentre correva via, verso casa tua. Fino a sera era rimasta abbracciata a te, con la testa sul tuo petto, sotto la quercia, all’ombra prima, al buio poi. Quel poco di vento che soffiava ti faceva fresco dove eri bagnato, lì, tra il collo e lo sterno.
«Giacomo e Matteo sono due comici nati…» dici mentre appoggi la tazzina sul piattino. Quei bambini ti fanno ridere davvero. Sono le loro espressioni simultanee. Come se tutti e due, allo stesso momento, potessero provare sorpresa, stupore, disgusto. All’unisono. Somigliano al padre.
Si trovano bene con Gabriella e Nicola. Anche loro somigliano al padre. Somigliano a te.
«Roby, tu lo sai perché ogni anno scendiamo qua? Perché come fai il ragù tu, non lo fa nessuno…» ti dice Damiano.
«E tu che vuoi sfumarlo col soave, brutto polentone…» gli rispondi. Ridete. Riuscite a resistere alla confusione del dopo pranzo e del sonno dei piccoli.
«Mettetevi sul lettone, dai, ché più tardi andiamo in spiaggia…» dice Alice.
«Noi siamo stati a Mykonos, due anni fa. Ho ancora le foto sul cellulare…» dice Damiano a Michela. Si alza, le si avvicina. «Guarda che acqua…»
Tu raccogli i piatti. Poi i bicchieri. Porti tutto nel cucinino.
Era tardi perché la notte di San Lorenzo non si poteva rientrare presto. Bisognava contarle tutte, le stelle cadenti. Sulla sommità della collina c’era una vecchia casa di campagna abbandonata. Si diceva che di giorno ci andassero i drogati e una volta un ragazzo c’era morto, lì, al piano sopra le stalle. Ma fuori si poteva stare. C’era l’erba sottile e ti ci potevi sdraiare a guardare il cielo. Era il 1989.
«Tu l’hai mai dato un bacio?»
«No»
«Nemmeno io…»
Michela si dimentica sempre qualcosa. Non fai nemmeno in tempo ad accendere l’auto che ti dice di non trovare più il cellulare, che di sicuro l’ha lasciato dentro e di non farla scendere ché i piccoli dormono dietro e lei è in mezzo. Così sbuffi, scendi dall’auto e percorri il vialetto a piedi. Arrivi al giardino. Alice è sulla porta, ha il cellulare di Michela in mano. Per un attimo, siete immobili. Vi guardate.
«Tu ci pensi mai?»
«Sempre.»
«Anche io. Sempre.»
Mentre Michela dorme dietro con Gabry e Nichi, guidi fino alla sommità della collina. La vecchia casa non c’è più. C’è un Bed & Breakfast, adesso, ma l’erba è rimasta sottile.
Lì, una volta, si poteva stare a guardare il cielo. E ci si poteva sdraiare.

© Alessandro Morbidelli, 2016

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