Corteggiamenti [29] di Alessandro Morbidelli

 

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NOMEN OMEN

Successe tutto per caso. Un giovedì mattina d’estate, davanti all’ospedale, motorino parcheggiato all’ombra di un cipresso, nonno annaspante in geriatria, lacrime agli occhi. Così Arturo aveva raggiunto la fontanella in ottone che sbucava dal muro prima dell’ingresso principale e, dal fresco getto perpetuo, trovato refrigerio per guance e palpebre. Aveva quindici anni ed era un ragazzino di cuore.
Quel giovedì mattina, però, nella vasca sotto il rubinetto, un minuscolo dio beffardo, in costume da bagno a fiori, con i baffi da pistolero e i capelli alla Maradona, stava nuotando solitario. Era un minuscolo dio beffardo, quindi non dovrebbe stupirci che ad Arturo volle fare uno scherzo. Rimuginò nell’etere e rimescolò tra i pensieri, spostando una catasta di brusii e un bancale di perplessità. La burla venne servita con un sorriso, Arturo non si accorse di niente. Come dicevamo, accadde tutto per caso. In quel momento c’era lui, potevate esserci voi.
Arturo arrivò da suo nonno. Trovò sua zia, la sorella zitella di sua madre, in muta contemplazione del parente morente. Quando questa lo vide, lasciò tremare il labbro come un’attrice e disse: «Nonno Giuliofalena non ce la fa più…» e scoppiò a piangere. Arturo non si scompose, si chiese soltanto perché sua zia avesse chiamato suo nonno “Giuliofalena”, ma lasciò stare. Si stupì ancor di più quando, dopo un quarticello, arrivò il medico: «Le condizioni del signor Giuliofalena sembrano aggravarsi ora dopo ora, prepariamoci al peggio…» E allora, in quel momento, gli fu impossibile non replicare stupito: «Ma perché lo chiamate Giuliofalenafalena? Si chiama Giuliofalena, nonno Giuliofalena…» e fu allora che si accorse di non riuscire, egli stesso, a chiamare suo nonno con un nome diverso da “Giuliofalena”.
Il medico lo osservò perplesso, poi disse: «Arturovideogame, come dovremmo, io e tua zia Tizianalucchetto, chiamare tuo nonno?»
Arturo non rispose, scombussolato come un cestone di panni sporchi. Si limitò a lasciare un bacio sulla punta del naso di suo nonno. Lo faceva sempre. Poi uscì di corsa, perché il lacrimar diventava impellente.
Suo nonno morì poco dopo mezzogiorno. Arturo si disperò per tutto il pomeriggio, rimanendo perlopiù solo in casa, mentre i genitori preparavano il funerale. Quella stessa notte, mentre se ne stava con gli occhi sbarrati a fissare l’oscurità, gli parve di sentire una lieve pressione sulla punta del naso. Allora vi portò la mano, incredulo, e finì per toccare qualcosa di soffice e delicato. Accese la luce sopra il comodino. Incrociando gli occhi vide una falena intenta a saltellare. Provò per questa una gran simpatia, e quando l’insetto volò via ne fu dispiaciuto. In meno di un attimo riconobbe in quella falena il tocco bonario di suo nonno.
Da allora, negli anni, vi furono molte altre occasioni in cui verificò la sua ipotesi, fatto sta che Arturo si convinse presto delle sue capacità: ai nomi delle persone, per un inspiegabile scherzo del destino, ma noi sappiamo che tutto era dovuto al gioco truffaldino del minuscolo dio beffardo, le sue orecchie aggiungevano qualcosa d’altro, qualcosa che aveva a che fare con quello che quelle persone sarebbero diventate una volta morte. A noi non importa capire come Arturo sia arrivato a convincersi di quella che era una realtà incontestabile. Quello che ci interessa è che suo padre Giannibottiglione svelò presto il suo vizietto alcolico, tartassato dall’insistenza del figliolo, ma col tempo passò a Giannibicchiere fino a un definitivo Giannigocciad’acqua, che ad Arturo sembrò liberatorio. Sua madre, Ireneaperegina, rimase sempre la stessa. E Arturo? Da Arturovideogame ad Arturoharleydavidson ad Arturofalcopellegrino ad Arturopastoretedesco. Sì, la vita del ragazzo era stata un saliscendi, ma alla fine si era stabilizzata e il nostro era diventato Ispettore di Polizia. Era ormai qualche tempo che si metteva davanti allo specchio, diceva il proprio nome e capiva l’andazzo della propria vita, perché oltre al nome sapeva cogliere il destino e, di conseguenza, intuire una sorta di giudizio. Non avrebbe mai votato un “Silvioblatta”, un “Matteomosca” o un “Beppegrillo”, così come sarebbe sempre stato restio a stringere amicizia con un “Lucasomaro” o un “Pieropistola”. Come aveva fatto per suo padre, se gli capitava di passare del tempo con qualcuno dalla reincarnazione fetente, si prodigava per farlo salire di grado.
Con queste premesse arriviamo a un freddo giovedì autunnale. E non sappiamo proprio spiegarci come Arturo potesse starsene seduto su una panchina, al parco, tra ruzzolii di foglie gialle e rosse, perdutamente innamorato della bellissima donna che gli sedeva accanto: Amanda. Non ce lo spieghiamo perché quando Arturo sentiva pronunciare il suo nome, gli arrivava di rimando un “Amandamerda” poco edificante. Eppure… prima un gioco di sguardi, e ogni cautela a farsi benedire. Poi un bacio, e il dubbio che anche la sua incredibile facoltà avrebbe potuto sparar minchiate. Amanda era tutto quello che un uomo poteva desiderare. Solo, Arturo, non riusciva proprio a capire come potesse essere stata pianificata per lei una tale reincarnazione, o meglio, rein-merda-zione… Non c’era niente di lei che ad Arturo non piacesse, non c’era una sola persona al mondo che avesse avuto qualcosa da ridire sulla sua amata che lo amava altrettanto, d’amor carnale e intellettivo. Così le propose il matrimonio, convinto che con il tempo sarebbe riuscito a cambiare le sorti della sua cara, e lei accettò. Fece forgiare per lei una fede nuziale particolare, poiché allergica all’oro, da un maestro di antica bottega dall’aspetto poco rassicurante, tale Darioargento di Porta Garibaldi.
Venne il giorno della festa e delle firme, dei fiocchi e dei confetti, dei buffet e dei mortaletti. Poi, tutti e due sul talamo nuziale, pronti alla passione, lei vestita d’aria, con in mano l’ultima coppa di champagne, lui ebbro di desiderio, ingordo del frizzante nettare che le rubò di mano. Passione e passione, per ore e ore.
A cose fatte, prima di coricarsi, Arturo si chiese quale fosse la marca di quello champagne così amaro, dal retrogusto farinoso. Poi si addormentò di un sonno pesante, come mai prima d’ora.
La mattina dopo si risvegliò e con una gran fatica provò ad aprire gli occhi. Si sentì debole e appesantito, eppure riuscì a sentire fresco l’odore della colazione poco distante. Allungò il collo e trovò la tetta proprio lì vicino, vi si attaccò e succhiò avido. A pancia piena, si leccò i baffi e avrebbe voluto un nuovo sonnellino, ma una mano lo prese e lo sollevò dal giaciglio. Una voce dall’alto disse «Lo chiameremo Fidobambinosvedese…» e un’altra: «No! Rockybambinosvedese!» e un’altra ancora: «Macché! Si chiamerà Buckbambinosvedese, come il cane de Il richiamo della foresta!»
Ecco, dovete sapere che ad Arturo la Svezia era sempre sembrata un po’ freddina, ma di questo cruccio ne parleremo magari in un’altra occasione. Alla fine scelsero proprio Buck, e da principio fu appunto Buckbambinosvedese, poi Bucksoprano (quando gli impedirono chirurgicamente di figliare), e in ultimo, dopo aver salvato un bimbo da un incendio, Buckpompiere: se lo portò appresso fino alla fine.
Adesso, amici, fermatevi a pensare. No, non al minuscolo dio beffardo. Ché tanto può o non può capitare di incontrarlo, non potete farci niente. Piuttosto chiedetevi questo: voi, se incontraste un Arturo dall’udito divino, quale nome saprebbe raccontare del vostro destino?

© Alessandro Morbidelli, 2016

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