Corteggiamenti [28] di Alessandro Morbidelli

Corteggiamento 28-scena tratta da Léon di Luc Besson

SHAPE OF MY HEART

Sai come inizia tutto? Con una fine. Tipo quella in cui Mathilda si inginocchia sull’erba, ha ancora gli abiti sporchi di lacrimogeni e di sudore, e intorno al collo un nastrino nero, pare una gatta sfuggita a una ruota. Prende un pezzaccio di legno e inizia a scavare via l’erba. Accanto a lei c’è una pianta, la pianta di Léon. Scava via quella terra con facilità. Anche se è solo una bambina, non oseresti mai mettere in dubbio la sua forza.
«Penso che staremo bene, qui, Léon…», dice dopo aver sepolto le radici. E capisci che lei e Léon non si lasceranno mai. Che c’è una presenza che sconfigge la fine e la forma, che sorpassa il pensiero e la logica. C’è una vita, in quello che si è, al cui cospetto svanisce la morte. C’è chi merita di andare avanti. C’è chi merita che venga fatto tutto il possibile.
Ero appena arrivato ai titoli di coda. Dalle casse, il tema finale del film di Besson. La mia prima sera nel nuovo appartamento. E sei arrivata tu. Hai bussato così piano che mi sei sembrata un sicario. Ho avvicinato lo spioncino con la pistola in mano, ché tanto lo sapevo che non poteva essere una bambina con il latte. Invece eri tu.
«Ciao… mi chiamo Livia, sono la tua vicina…» e mi hai dato una torta su un piatto sbeccato. Fatta proprio da te. Era la prima torta che una donna mi regalava. «Ha una forma davvero strana, la tua torta…» ti ho detto ridendo. E l’abbiamo mangiata insieme. Faceva schifo.
Sai come inizia tutto? Con una fine. Tipo quella dove un uomo si mette in affari con la persona sbagliata, con quella che gli commissiona un prelievo, ma poi quell’uomo il prelievo se lo tiene, non lo rende al committente. Finiscono in un appuntamento mancato tutte le congetture e le parole spese per giorni e giorni. Tutti i propositi di avere una piccola fetta di torta e di goderne.
Invece l’uomo sceglie la torta intera. E si metti nei guai. In quelli da indigestione.
La torta intera che mi hai dato tu sapeva di segatura. Te lo dico perché la segatura ce l’ho avuta in bocca, una sera di novembre, quando me l’hanno sparsa sotto la sedia, per paura che me la facessi sotto, e poi l’ultima sberla mi ci ha gettato contro. Mi risvegliai dopo tanto. Senza qualche dente. Con un’idea in più.
Hai presente quando Léon cade, poco prima di uscire dall’edificio, colpito alle spalle da Stansfield? Ricordi le note della colonna sonora di Eric Serra? Un pianoforte che, nella traiettoria della caduta, prende il sopravvento sugli archi, scivola su note lente, acute, lontane, sempre più lontane, l’una dalle altre. Una nota, poi un’altra, poi la caduta, una nota, silenzio, una nota, silenzio e silenzio, un tonfo e una nota. Una melodia che finisce.
Sai come inizia tutto? Con una fine. Tipo il tuo cuore che un bel giorno, di ritorno dal centro commerciale, si imposta sulle note del pianoforte. Un battito, poi un altro, tutto che si ferma, un battito, silenzio, un battito, silenzio e silenzio, un battito e la mia voce che ti chiama. Un muscolo cardiaco che si ferma. Rimane solo l’eco.
Il medico, un uomo dagli occhi acuti come Danny Ajello, che dice Mi dispiace come se lo dicesse spesso, come se lo dicesse sempre.
Sai come inizia tutto? Con una fine. Tu eri sola. Io ero solo. La nostra solitudine è finita con la torta dalla forma strana. Con i giorni successivi passati insieme. Non voglio che ricominci. Credo sia ingiusto. E credo pure nel destino. Perché a quanto pare io sarei un donatore perfetto. Io, che finora non ho fatto altro che prelevare. Con la forza. Sempre prendere e mai dare. Me l’ha detto Danny Ajello, dopo un sacco di visite che ho preteso di fare.
Sarebbe andata così, anche se non mi avessero trovato, anche se non mi stessero aspettando fuori dall’ospedale con un furgone, tanta corda e un peso da legarmi a un piede. Sarebbe andata così, perché c’è chi merita di andare avanti. C’è chi merita che venga fatto tutto il possibile.
Così, di fronte al dottore, nel suo studiolo, prendo la pistola e sparo alla testa. Perché tanto gliel’ho detto e gliel’ho spiegato bene. È un uomo d’onore, ti darà ciò che ti spetta. È lui il custode delle mie ricchezze.
Un attimo prima della fine penso a chissà che avresti detto, se te l’avessi portato sopra un piatto sbeccato. Chissà se avresti sussurrato “ha una forma davvero strana, il tuo cuore”.
Sai come inizia tutto? Con una fine. Tipo quando premi stop, e rimandi indietro il lettore.
La mia voce che ti chiama e un battito, silenzio e silenzio, un battito, silenzio, un battito, tutto ricomincia, un battito, un battito. Un altro ancora. Un cuore che funziona.
Penso che staremo bene, qui, Livia.

© Alessandro Morbidelli, 2016

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