Corteggiamenti [27] di Alessandro Morbidelli

photo by Peter Hegre

photo by Peter Hegre

MENTRE DORMI

Mentre dormi, penso a Filù. La chiamò così mia madre. Era convinta che avesse gli stessi occhi di Sofia Loren in Matrimonio all’italiana. Come la Filumena del film, anche lei venne tolta dalla strada, portata altrove. Mia madre non la conosceva bene, la nostra gatta. Era con me che Filù trascorreva il suo tempo migliore. Appollaiata sulle mie gambe, un morbido fagotto di pelo tigrato e una coda che sembrava cotone.

Mentre dormi, scivolo con l’indice sulla linea della tua schiena nuda. Parto dalla nuca, sfioro i tuoi capelli sottili, e scendo giù, rubando il tuo calore con un polpastrello, fino a dove la pelle curva e il tuo corpo è più pieno. Lo facevo anche a Filù, lei abbassava le orecchie e sbadigliava. No, tu non sei una gatta, ma sei felina lo stesso e ferina nel sesso. Lei rimaneva ferma, anche per ore, mentre leggevo o studiavo un contratto. Tu, seduta sopra le mie gambe, sai muoverti. Eccome se lo sai fare.

Mentre dormi mi avvicino al tuo volto col mio. Dalle tue labbra socchiuse rubo un po’ di respiro. Sa di fresco e di buono. Sa di pelle tesa e di brezza all’ombra. Sa di tempo d’infanzia e di furore. Mia madre non voleva che Filù dormisse con me. Diceva che i gatti ti rubano il respiro, nemmeno te ne accorgi. Così la teneva in cucina, chiudeva la porta, lasciava socchiusa la finestra. E così ho sempre fatto anche io. Lei usciva e a volte tornava con un dono.

Mentre dormi osservo i tuoi seni, pieni, bianchi, per niente uguali. Escono da sotto il corpo, laterali. Non saprei dire su quale dei due abbia lasciato più baci o più morsi, su quale abbia sussurrato preghiere, affrontato rincorse. Tutto sulla punta della lingua. E dire che non sono mai stato interessato all’amore. Delle poche donne che ho conosciuto, nessuna sapeva capirmi davvero. Così, morta mia madre, ho preferito la solitudine di questo piccolo appartamento a pianterreno. C’era Filù, a farmi compagnia.

Mentre dormi, mi accorgo di quanto pesante possa essere il silenzio. Erano fusa, certo, o grattini con le unghie sul bracciolo del divano, eppure i suoni di Filù erano un concerto da ascoltare, per non sentirsi soli, per non sentirsi vuoti. Se non avesse mai smesso, nemmeno mi sarei mai accorto del tuo tacchettio preciso, al piano di sopra, anche nelle ore tarde. È da questo che ti ho notata. L’inquilina del primo piano.

Mentre dormi, nuda nel mio letto, e non è la prima volta, ormai da qualche settimana, sento il Suv entrare per il vialetto. Tuo marito, quello che mi disse “Guarda che te la ammazzo, questa gatta, se la ritrovo nel mio giardino”, quello che una domenica mattina, mentre cercavo Filù, mi disse ridendo “Dovresti avere più cura delle tue cose” e che sentii poi ridere di sera, insieme a te, mentre parlava di una vanghetta sulla schiena, lui, sì, sta tornando a casa. Non ce lo aspettavamo.

Mentre dormi, prendo il tuo cellulare e ti scatto qualche foto, senza flash o suoneria. Tu non ti accorgi, sei a tuo agio, manco fosse casa tua. Burro di karitè e vaniglia profumano la tua pelle che ormai sa parecchio della mia. Sorridi, di sicuro il tuo è un bel sogno. Così al tuo sorriso aggiungo il mio, avvicino il volto e ti sfioro un bacio sulle labbra, nel momento dell’ultimo click. Selfie.

Mentre dormi, cerco nella rubrica del tuo telefono il nome di tuo marito. Gli invio le foto. Io, agli amici miei, le foto di Filù le mandavo spesso, erano contenti. Agli amici bisogna voler bene. Tu su Facebook ne hai seicentosessantadue. Seleziono le foto e poi le condivido. Passa davvero poco dai primi Mi Piace. Poi sento urlare. È tuo marito che scende di corsa le scale.

Mentre dormi… ah, ecco… ti sei svegliata…

© Alessandro Morbidelli, 2016

Leave a Reply