Corteggiamenti [25] di Alessandro Morbidelli

Corteggiamento 26

SUPERMAMMA BARBIE (O DEL GIOCO DELLE PIGLIE)

Suona il campanello. Scendo dal letto con un occhio chiuso e uno aperto, infilo i jeans sdruciti, schianto l’alluce su uno spigolo. Bestemmio. Mi passo una mano sulla faccia e corro verso la porta. Lui, quando mi vede, ride, perché gli piacciono tantissimo i miei tatuaggi e perché ho la barba lunga, come un guerriero che guarda sempre in tv. Corre verso di me e mi abbraccia.
La madre di solito me lo lascia il sabato, nel primo pomeriggio. Torna a riprenderlo la sera. Oggi è uno di quei giorni segnati in rosso, le scuole sono chiuse e lei ha un impegno prima di pranzo, così arriva presto. Dà un bacio sulla fronte a lui e un’occhiataccia a me. Poi se ne va scendendo le scale di corsa.
Lui, vestito da ometto, impeccabile e precisino, mi guarda con quel sorriso da furbetto. Mentre finisco di vestirmi, maglia, anfibi e giubbotto di pelle, gli chiedo se vuole andare in sala giochi, o sul cavalcavia a salutare i camionisti che di solito ci lampeggiano e ci suonano. Ma lui sa quello che vuole: «Mi porti al parco dove c’è la pista delle piglie?»
Ecco, io sono uno che non ne vuole sentire troppe. Sono uno che ha sempre preteso tanto dalla vita e che spesso ne è rimasto deluso. Sono uno convinto che Dio a un certo punto sia scappato via e che si sia nascosto. E sono altrettanto convinto che si sia nascosto nel sorriso con cui questo piccoletto mi chiede “mi porti al parco dove c’è la pista delle piglie?”.
Così lo prendo e lo sollevo, gli dico «Biglie! Si chiamano biglie, non piglie!», lui ride e con quelle braccine piccole prova a resistere ai miei abbracci, ai miei baci, ai voli che gli faccio fare.
Ride. E mi vuole bene.
Così usciamo, noi due, un bestione barba lunga e faccia da culo di trent’anni e uno scricciolo di quattro e mezzo. Abbiamo gli stessi occhi. Azzurri.
Arriviamo al parco e la vedo subito, la supermamma, proprio vicina alla “pista delle piglie”, un diorama di rinzaffi cementizi che formano un percorso a terra su cui far ruzzolare palline di ogni colore. Ci sta già giocando suo figlio, un pelo rosso cicciotto con le lentiggini e la faccia da ignorante, avrà sette, otto anni. La supermamma è bionda biondissima, ha gli occhi verdi verdissimi e le guance piene pienissime. Per un attimo mi pare di vederle persino la scritta Mattel, da qualche parte, ma il maglione aderente a costine…
Ecco, io sono uno che non ne vuole vedere troppe. Sono uno che non ha mai accettato niente, ma su certe cose, con me, si va sul sicuro. Sono uno convinto che Dio abbia a un certo punto deciso di dare una svolta a questo mondo e lo abbia fatto vestendo le supermamme con i maglioni aderenti a costine. O meglio, me ne convinco guardando queste. Che io le costine le adoro, quando sono così carnose, con o senza salsa barbecue. Oggi, tra l’altro, non ho nemmeno fatto colazione.
Lui ha le sue, di “piglie”. Le tiene in un sacchettino di stoffa, gliele ho regalate io quando aveva tre anni. Provò a ingollarne una e per poco non si strozzò. La madre gliele ha ridate da poco. Per questo ha la fissa della pista. È qualcosa di perso e poi di riconquistato.
«Che belli i bambini che giocano insieme!», mi dice la supermamma avvicinandosi di slancio. Io le sorrido. «Sono davvero speciali…» continua lei, ma a me sembra che il figlio non abbia troppa voglia di condividere la pista.
«Mauri ha sette anni, lui quanti ne ha?» mi dice supermamma Barbie, senza staccare gli occhi dai miei.
«Quasi cinque…» rispondo io.
«Ti somiglia tantissimo. Io mi chiamo Stella…» ma io non faccio in tempo a dirle il mio nome. Mauri, scocciato dalla condivisione del percorso, sbuffa, digrigna i denti, prende una mezza rincorsa e rifila una spinta al mio piccoletto, facendolo cadere per terra. La supermamma scatta, si mette in mezzo ai due e parla con voce da maestrina: «Ragazzi, non si bisticcia! Si gioca insieme e non si litiga, intesi?» dice. Poi torna vicino a me: «Sai, noi genitori dobbiamo dare l’esempio, no?»
Io lo cerco con lo sguardo. Ci è rimasto male, non se lo aspettava, quello spintone. Così adesso è serio. Rimane un po’ più indietro. Ma è troppo forte. Le sue “piglie” schizzano più veloci delle biglie goffe dell’altro. Arrivano insieme all’ultima curva prima di affrontare il rettilineo. La biondissima mi racconta del corso di nuoto di Mauri, dei sabati pomeriggio a catechismo di Mauri, del compleanno che Mauri festeggerà al villaggio vacanze di Porto Cesareo in estate. La biglia di Mauri viene sorpassata da un tiro forte, che la sfiora. L’ignorantone si gira, sbuffa, digrigna i denti, prende una mezza rincorsa e tira una manata sulla spalla del mio piccolino, facendogli perdere l’equilibrio un’altra volta. Supermamma scatta di nuovo: «Non voglio che litighiate! Dovete andare d’accordo! Intesi? Forza, su!» e poi torna da me: «Che mestiere difficile! Noi genitori dovremmo ricevere una medaglia, quando è notte, la sera!» e ride. Lui mi guarda, serio. Aspetta che il panzone pigli un po’ di distanza, si trattiene, tira senza troppa convinzione. Miss sorriso mi racconta di come il catechismo del figlio, il sabato pomeriggio, le dia tempo per fare le cose che più le piacciono, ché il marito è sempre fuori per lavoro, il sabato pomeriggio, e lei abita in via Filzi 34, al primo piano, è una bella zona, e lei adora fare le cose che le piacciono, il sabato pomeriggio, che tipo oggi vorrebbe fare le cose che più le piacciono, di pomeriggio e che chissà cosa avrei fatto io, di pomeriggio.
Ma proprio davanti a noi, il sorpasso più spettacolare della storia delle piglie si consuma con un tiro a effetto che mi lascia a bocca aperta. Barbie non si accorge di niente. Il figlio rimane di sasso. Quando il mio ometto lo oltrepassa camminando a testa bassa, Mauri sbuffa, digrigna i denti, prende una mezza rincorsa e… nient’altro, perché poi il mio calcio gli arriva dritto, di piatto, sul culo. Il rosso panzuto crolla bocca in avanti, sulla pista di cemento incollata sul prato. Si gira con i lacrimoni pronti a scendere sulle guanciotte. Io lo guardo fisso negli occhi.
«Mauri, hai rotto il cazzo…» gli dico.
Accanto a me, in una sorta di crisi epilettica, supermamma Barbie mi guarda inorridita:
«Ma… ma… n-noi ge-genitori…» balbetta.
«Io sono lo zio, e di quello che fanno i genitori non me ne frega niente…» le dico.
Lui mi guarda. Ha vinto la corsa e ha la luce negli occhi. Prende le piglie e viene ad abbracciarmi. Lo sollevo e ce ne andiamo. Ride. Io penso che sì, Dio, continua pure a nasconderti, stai meglio lì, dove ti si riconosce, in quel sorriso.
La sera, quando la madre torna a prenderlo, lo trova contento e sfinito: «Ha fatto il bravo, lo zio?» gli chiede. E lui risponde che sì, sono stato bravo. Lo zio più bravo del mondo.

© Alessandro Morbidelli, 2015

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