Corteggiamenti [26] di Alessandro Morbidelli

fotoelaborazione di Alessandro Morbidelli

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PROVIDENCE

Per primi ho amato i tuoi genitori, mia cara. Perché chi battezza la propria figlia Providence non può esimersi dall’essere considerato strano, esotico nei modi e bizzarro nei pensieri. Approvai subito questo tuo sostrato familiare. La prima volta che incontrai il tuo passo, ricordo, ero uscito di casa con riluttanza, memore della mia ultima passeggiata per i vialetti a colloquiar di quei sali che servono a risvegliare i dormienti quando il sonno è artificioso o dato dalla spossatezza. Mio compagno di battuta era il giovane Matteo detto Teo, figlio del farmacista e noto ai più per l’abilità di motorella giù per la scarpata. Ecco, scherzando, il giovane scavezzacollo mi servì quei sali da annusare e io babbeo per poco non ritrassi tutto il fiato che avevo in corpo. Infine ridemmo, ma quel prospetto di scambio peripatetico che in prima istanza mi era sembrato possibile e costruttivo, mi parve poi infido, una trappola servitami senza delicatezza alcuna.
Per questo incontrasti il mio vagheggiar ramingo e scorbutico, per questo non seppi scostarmi di dosso la cecità che mi impediva di cogliere la tua gioiosa bellezza. Ma guarii presto. Il Destino volle che i nostri incontri si perpetrassero nei giorni a venire: ci conoscemmo.
Tra i nostri discorsi evocammo ben presto questioni di genere, di genere musicale, e mi stupisti. Nota è la fama che mi precede in codesto ambito e per quanto ti sforzasti di rimanere vaga, un nome lo facesti, e a me rimase sconosciuto: hai mai ascoltato Erich Zann? mi chiedesti. Sopraffatto dal mio stesso stupore, indagai se fosse di teutonica derivazione e se cantasse in lingua madre, ma scivolasti subito su un altro discorso, affermando che si trattava di un musicista apprezzato da tuo padre. Non solo pensai ai tuoi genitori come membri di una società pittoresca e non avvezza alla convenzione, ma attribuì loro una certa illuminazione culturale. Dopotutto, Erich Zann non lo conoscevo. Così osai dedicarti una raccolta. Venne annunciata da un incontro fortuito con un altro brano, un giorno che la pioggia ci sorprese all’altezza dell’antica betulla, accanto all’autolavaggio. La radio che venne in mio aiuto servì al nostro udito le dolci parole di Bono e del brano One, così adatto all’abitacolo della mia Uno. Così aumentai l’intensità spingendo con vigore il tasto del volume proprio quando le parole avrebbero dovuto rapirti: One love / One life / When it’s one need / In the night / One love / We get to share it… Ma tu declinasti il mio poetico invito al bacio, sorridendo alle gocce che scivolavano lente e meste sul finestrino lì accanto. Fu in quel momento che carpii il tuo lato d’ombra, quando un lampo illuminò il tuo profilo e un tuono trattenne il tuo sguardo. Oh! Se solo potessi tornare ai tempi in cui filosofeggiavo su giovani e gentili fanciulle capaci di condividere il suono delle vie di Dublino! Invece volli insistere, non pago dell’indifferenza con cui rispondesti agli U2. Ecco allora che preparai il cd, con la solerzia del frate trappista di fronte al luppolo che matura e la perizia del poeta timido, che sceglie le parole degli altri per dire Ti amo.
Nuovamente la pioggia e in ugual modo il tepore dell’abitacolo della Uno, mi dissi che doveva esser la lingua il problema, allora scelsi l’italico idioma. Fabrizio De André ti disse Caro amore / nei tramonti d’aprile / caro amore / quando il sole si uccide / oltre le onde / puoi sentire piangere e gioire / anche il vento ed il mare.
Poi fu la volta di Francesco De Gregori che ti annunciò E con le mani amore / per le mani ti prenderò / e senza dire parole nel mio cuore ti porterò
Infine, dopo strumentali soliloqui di rimpianti e di speranze mai sopite, Franco Battiato appoggiò frasi nella linea delle tue ciglia: Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto / Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono / Supererò le correnti gravitazionali / lo spazio e la luce per non farti invecchiare / Ti salverò da ogni malinconia / perché sei un essere speciale / ed io avrò cura di te.
Fu in quel momento che mi offristi di raggiungere la tua camera, dopo un girovagare per il paese illuminato dalla luce dei lampi e dei semafori. Accettai, con la gioia di chi non sa quel che lo aspetta. Non diedi peso all’indifferenza che provasti per le mie dediche.
Dunque, salita la ripida scala che portava verso il primo piano e oltrepassata la porta intarsiata da esperte mani di falegname, mi trovai innanzi all’abominio. Maledico i profeti ciechi d’Arabia e tutte le stelle del creato, colpevoli di non aver impedito questo incontro. Tu, di sorriso malevolo e sguardo blasfemo, lordasti per sempre la mia innocenza, calpestando la dignità degli uomini con un suono che veniva dai profondi abissi, insondabili e osceni. Non appena sedetti sul tuo letto a baldacchino, schiacciasti il tasto play del tuo stereo e per me fu la fine. Alzando lo sguardo mi trovai di fronte al poster titanico che campeggiava sulla tua parete. E le parole che seguirono ancora mi svegliano di notte, rubando i miei sogni e soffocando le mie speranze: E così lontani noi / pensiamo ancora a noi / ricordo ancora quel giorno / del primo bacio a Napoli… Ah! Sento in egual modo, oro ora, le viscere tremare! Anche se tutto questo so il male che fa / si stesera t’avesse vasàààààààà!!!
Ah! La stirpe maledetta dei cantori abietti!
Altre parole, infine, si impressero nella mia memoria:
Non dirgli mai / che il vostro non è amore è sesso senza cuore / che ti fa male se ti vuol baciare lì vicino al mare / che tu fingendo a volte gli sorridi ma trattieni il pianto / se in quel momento per le vie del cuore ti sto camminandoooo!!!
Corsi via scosso dal violento moto d’esistenza, volai per le scale buie, mi gettai a precipizio per l’antica stradina fiancheggiata dalle case pericolanti. Poi, senza fiato, attraversai il ponte di pietra e sfociai nei più larghi e salutari boulevard che tutti conosciamo. Notai che non c’era vento, che splendeva la luna e le luci della città brillavano come al solito. Eppure io non ero più lo stesso.

© Alessandro Morbidelli, 2016

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