Corteggiamenti [17] di Alessandro Morbidelli

© Blackbird swoop, illustrazione di Giovanni Da Re

La discesa del merlo

Ha smesso di piovere. Posso uscire.
Anche se è caldo, mia madre non si fida. Ha paura che mi bagni e che poi prenda un colpo d’aria. Gli altri del quartiere escono lo stesso, quando piove stanno sotto i portici.
Non mi importa troppo di stare con loro.
Il fatto, però, è che a casa è peggio. Mia madre cuce tutto il giorno vestaglie di flanella, dice che le fanno sudare le mani. A me la flanella non piace, preferisco il cotone. La flanella mi toglie il respiro.
Mio padre lavora al porto, riempie le bombole di gas. Fino a poco tempo fa ci raccontava sempre quanto fosse pericoloso il suo lavoro. Adesso ci incontriamo soltanto la sera a cena e poi lui va al bar. Anche a lui la flanella toglie il respiro.
Quest’anno lavoreranno anche d’agosto. Dicono che le ferie se le sono già fatte a giugno, dietro al processo, e che non è il caso di tirare troppo la corda.
Lascio la bicicletta in garage, mia madre dice che con le strade bagnate è meglio camminare a piedi, che le ruote scivolano e poi si cade. Quando tornerà bel tempo prenderò quella di Alberto. La sua è più bella.
Faccio il giro più lungo. Nell’aria c’è puzza di polvere, mi secca la gola. Ogni volta che piove d’estate è così.
Li trovo intorno al motorino di Federico, fresco di patentino.
«Quando esce dalla fabbrica fa i settanta, ma mio padre meccanico è riuscito a farlo arrivare a centodieci. Guarda che marmitta!» ride di cuore Federico.
Sto un’oretta lì con loro, intorno al motorino. Poi torno a casa.
Non è proprio furbo un padre che trucca il motorino di suo figlio per farlo andare a centodieci. E non è furbo nemmeno il figlio che si sente coraggioso come un leone, perché commette un grave errore di valutazione: l’animale più coraggioso di tutti, infatti, è il merlo.
Me lo disse Alberto una mattina di primavera.
Non era la prima volta che prendeva la macchina di papà. Io ero accanto a lui. Ci guardavamo e ridevamo come matti, perché se papà l’avesse saputo sarebbero stati guai. Ricordo ancora le sue parole. Credo che le ricorderò per sempre.
«Secondo te qual è l’animale più coraggioso di tutti?» mi chiese.
«Boh… la tigre?»
«Secondo me è il merlo…»
«Sì, il merlo…» gli risposi canzonandolo.
Accelerò. Prese per il rettilineo che porta al mare e mi disse:
«Stai a vedere…»
Lì per lì pensai che fosse impazzito, poi, dopo qualche chilometro, successe qualcosa. Da sinistra verso destra, in picchiata, un merlo volò basso proprio nel momento in cui la nostra auto sfrecciava come un missile. Il nostro muso lo sfiorò, ma lui riuscì ugualmente a rialzarsi in volo dopo aver attraversato la strada.
«Che ti dicevo? I merli sono gli animali più coraggiosi del mondo!» mi disse ridendo.
«Ma perché lo fanno?» gli chiesi.
«Perché la vita, ogni tanto, bisogna corteggiarla con atti di coraggio…»

È quasi ora di cena. Per la prima volta da quel giorno osservo la strada che da casa scende verso il bar.
Centodieci metri di rettilineo che incrociano in fondo con la provinciale. Conosco bene la lunghezza, ormai.
Da quassù riesco a vedere le macchine che arrivano dalla strada accanto al parco. È un rettilineo, corrono tutti come dannati. Oggi passano in pochi.
Il quartiere intero è immobile e muto. Mi sta osservando. Aspetta.
Entro in garage e prendo la bici di Alberto. È alta, ma se mi allungo bene riesco a pedalare. Faccio un po’ di giri attorno casa. Poi mi fermo in cima alla salita e la vedo.
Sbuca da dietro le fronde degli alberi, è grigio metallizzata, come l’auto nuova di papà. È grigia come il cielo e come l’asfalto. Grigia come mia madre e mio padre. Grigia come me.
In un attimo decido. Mi lancio per la discesa.
L’auto viaggia più veloce di me, ma io ho dalla mia la pendenza. Pedalo per andare più forte e stringo con le dita il manubrio, senza badare ai freni. Non vedo più la macchina, è coperta dalle case. Secondo i miei calcoli manca poco, ormai. Sono velocissimo.
Alzo lo sguardo e vedo il segnale rosso che indica lo stop. Come il pulsante di un registratore, accende nei miei ricordi le parole di quei giorni. E tutto quello che venne dopo.
“Non ha fatto lo stop, qui in fondo alla via…”
“Ha preso in pieno un furgone che veniva dal paese…”
“L’assicurazione non pagherà, era minorenne, non poteva guidare…”
“Alberto!!! Alberto!!!”
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace…”
“Bisogna farsi coraggio, fatevi coraggio!!!”

Coraggio.

Il merlo è l’animale più coraggioso del mondo.

Salto lo stop e sbuco sulla provinciale. La vedo arrivare come un fulmine. Il riflesso del grigio metallizzato è troppo vicino. Sento lo stridio dei freni.
Ma poi riesco a passare.
Con le gambe che mi tremano e la paura che l’uomo che mi sta urlando dietro decida di seguirmi, pedalo forte, mi allontano in pochi secondi, mentre dal cielo ricominciano a cadere gocce grandi. Mi cadono addosso e mi bagnano il volto.
Mi fermo solo quando vedo un merlo sul bordo della strada.
Ci guardiamo negli occhi, poi lui saltella verso un albero e spicca il volo.
Lo seguo con lo sguardo.
Poi riparto.

© Alessandro Morbidelli

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