Corteggiamenti [13] di Alessandro Morbidelli

© foto di Alessandro Morbidelli

© foto di Alessandro Morbidelli

R.

Mi avvicino e mi sorridi. Lo so che quello è il tuo pegno d’amore. L’angolo di bocca che si alza spinto dall’impercettibile lampo bianco in un mare di nero. Ti accarezzo la fronte e non trovo più le rughe di un tempo. Ormai è tutto sottile e fragile come l’anima di un granello di sabbia. Allora ripenso a quanto non ti piacesse il mare d’estate, perché il sole scotta troppo e poi, sì, c’è troppa gente, meglio la solitudine e l’ombra di una montagna. Ah! Che posti! mi dicevi sempre. Eppure tu il mare ce l’hai negli occhi. Ed è un mare che ha conosciuto tutte le conchiglie del mondo e che da queste ha ereditato la saggezza dell’eco. Nel silenzio, tu mi insegni quanto sia difficile morire. Quanta forza sia necessaria. Allora io non posso che amarti come non amerò mai nessun’altra persona. Così ti accolgo in un abbraccio che d’inverno è sempre freddo e d’estate sa di sudore fermo. Ti sollevo, senza fatica. Non te lo riprendi mai, il sorriso. Ma ci metti sopra gli occhi che si stringono. Perché le piaghe del tuo corpo non sono silenziose.
Ti lascio scivolare su un fianco e abbasso le coperte. Il cerotto alla morfina non fa più effetto, lo tolgo pregando la tua pelle di resistere. No, non ti darei la mia. Perché brucia di un fuoco cupo e lento, per ogni centimetro, per ogni poro. Respira solo residui di scintille e ci lascia gli occhi, abbagliati. Allora me la tengo e sollevo il cotone bianco o a fiori o la flanella rosa o celeste. Sposto le stagioni pagandole respiri e denti serrati. Poi tolgo le bende.
Hai presente quando andammo a cena solo noi due, a mangiare il pesce in riva al mare e uscimmo con le pance talmente gonfie che ci sembrava di scoppiare? Oppure quando mi accompagnasti a Venezia e mangiammo quei pezzi di pizza rossa con il pomodoro che sapeva di muffa, seduti sulle scale del Ponte dei Tolentini, perché avevamo paura di spendere troppo in un ristorante? Questi come mille altri ricordi saziano il mio equilibrio, mentre le mie mani si muovono e si bagnano sulla tua schiena. Si muovono e si bagnano della tua carne.
Alla fine, dopo aver richiuso tutto, sento il sapore del sangue che è anche un po’ il sapere del sangue e di tutta la vita in generale. Mi mordo sempre il labbro, me lo ferisco ogni volta. Poi ti sollevo di nuovo e ti adagio come se sapessi quale sia il giaciglio giusto. Ma io in realtà non so davvero niente. Solo una cosa ho imparato, contemplando il paesaggio delle tue lenzuola. Che l’amore non si paga. Esistono luoghi comuni. Si rischia di essere banali, di essere semplici e umani. Eppure è quanto di più naturale possa capitare, prima ancora del nascere e, appunto, del morire. Ecco perché mi costringi a masticare la luce col sorriso e ad apprezzare ogni ombra e ogni splendore. Come posso non amare, quando colgo il tuo storto e impercettibile riconoscermi? Come posso non ubriacarmi d’amore quando le nostre infinite storie si fondono nello schema di una medicazione? Non c’è aridità, non c’è pietra, non c’è vuoto. C’è solo il calore di una terra da cui potrebbe nascere qualsiasi cosa, anche un altro me stesso.
Eppure ho paura. Quel randagio fatto d’ombra e di scarabocchi, quel cane nero a cui non si vedono nemmeno gli occhi e che avrà sì e no un dente aguzzo, sta sempre acquattato accanto ai miei piedi. Tu l’hai conosciuto e sai quanto possa essere terribile. L’hai conosciuto quando era una belva maestosa e fiera. Insieme l’abbiamo avvelenato d’amore. Con quello che non si paga. E l’abbiamo mezzo ammazzato. Ma io so che il suo cuore batte, lo sento nel mio petto. Quando anche tu te ne andrai, che farà? Verrà con te? O rimarrà in silenzio ad aspettare? Cosa poi, una mia carezza? Una goccia di sangue? Si nutrirà dei brividi della mia schiena che ricorda la tua? Sarà lui, a quel punto, l’unico amico capace di ascoltarmi? No, non sei ancora pronta per partire. E lo sai. Per questo rimani. Perché ancora non mi hai salvato del tutto. Non hai ancora finito di curarmi.
Ma ti prometto che mi sbrigherò. Sì, te lo prometto.

© Alessandro Morbidelli

4 Comments

  1. Donatella Rispondi

    Quello con i corteggiamenti è diventato un piacevolissimo appuntamento, non rimani mai delusa, non è mai banale e la scrittura è sempre di qualità. Quest’ultimo poi è veramente toccante e ti arriva con l’alternanza di una carezza e di una raffica di tempesta. Riuscire a trasmettere così tanto, a raccontare in maniera così vera e con l’attenzione a ogni singola parola, in così poche righe è veramente difficile, ma a te viene meravigliosamente bene. Complimenti!

  2. Alessandro Morbidelli Rispondi

    Donatella, leggo il tuo commento soltanto adesso: mi era sfuggito! grazie per le tue parole. sanno rendere migliore una giornata! alessandro

  3. Silvia Rispondi

    Ogni volta che racconti qualcosa, riesci a farmela vedere. Purtroppo, o per fortuna, anche questa volta. Sei davvero bravo, non c’è tanto da aggiungere.

  4. ALESSANDRO MORBIDELLI Rispondi

    Silvia, grazie. Spero che apprezzerai la tempistica di questa risposta. Come certi whisky. 🙂

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