Colour O’Shade [2] di Maria Elena Poggi e Strips&Trips

DAL TRAMONTO ALL’ALBA*

Marco

Sono nato alle 18.03 di oggi.
Questo è il mio battesimo.

Le gocce di pioggia cadono nella pozzanghera e generano piccoli cerchi concentrici. Alcuni si infrangono contro i sassi che affiorano appena.
È uno spettacolo ipnotico che afferra i pensieri che si agitano nella mia mente e li dissolve nel nulla dell’osservazione di dettagli trascurabili.

Mi piove addosso.
Una cortina liquida scorre sul parabrezza della mia auto, ferma in questa periferia che non conosco.
Gocce d’acqua colpiscono la mia testa, per poi scorrere lungo il viso, il collo, insinuarsi – fredde e umide – nel colletto della camicia, e lì morire.
Le Tod’s fradice stazionano nella pozzanghera. Sento i piedi stanchi e gonfi. Mandano impulsi elettrici al cervello, un mayday senza sosta; domandano un riparo.
Ma è un codice che non so più decifrare, ora.
Sono come un neonato.

Piove senza soluzione di continuità sulle prime ore della mia nuova vita e io non so fare altro che macinare ricordi.

Mi torna alla mente l’appartamento dei nonni, per esempio.
Il vestibolo era il cuore della casa, sul quale si aprivano le porte di tutte le stanze.
Il salotto moderno, dai divani color verde marcio, era in fondo a destra.
Immerso in una costante penombra di persiane accostate, raccoglieva tesori troppo ghiotti per lasciarlo inesplorato.

Dopo pranzo, nonna scioglieva la crocchia severa che portava sul capo; la treccia di capelli le pendeva sulla schiena, lunga e inerte; era scura sulle punte, color perla alle radici.
Era il segnale: l’ora della siesta. A nonna era sufficiente che io non facessi rumore: fingevo di leggere e lei fingeva di crederci e così eravamo entrambi contenti.
Trattenevo il respiro, cercando di concentrare la mia attenzione sulle vicende dei Plimico boys; allungavo le orecchie per captare il suo respiro: quando si faceva lento e ampio, con ispirazioni regolari, allora sapevo che era il momento e che potevo andare. Mollavo il giallo per ragazzi dove mi trovavo, attraversavo la sala da pranzo e mi fermavo.
Il vestibolo era largo due passi.
Lo percorrevo piano, in silenzio, teso come un ninja in azione.
Lo scatto della serratura ogni volta arrestava il battito del mio cuore. Spingevo piano la porta; ero dentro, ero salvo.

I miei occhi di bambino impiegavano qualche minuto ad abituarsi alla semioscurità.
Conoscevo l’esatta collocazione di ogni mobile, di ogni ninnolo; era la condizione imprescindibile per poter continuare ad entrare lì: se la zia si fosse accorta che infrangevo il divieto, sarebbe stata la fine delle mie esplorazioni.

Avevo dieci anni ed ero un bambino solitario.
Mi piaceva leggere ed ero consapevole di essere una spanna oltre ai miei coetanei, che mi guardavano come se fossi un alieno e deridevano il mio parlare forbito.
Il loro odore mi nauseava, come pure i loro giochi troppo fisici e violenti; mi facevano paura ma non ero disposto ad ammetterlo.
Mia madre non l’immaginava, presa com’era dai gemelli e dal lavoro.
Mio padre, quando non era ricoverato, lavorava quattordici ore al giorno, tornava a casa, cenava, e poi giaceva sul divano. Talvolta si addormentava, il bel viso dal profilo greco affondato nel cuscino.

Il nonno, invece, aveva capito. Da giovane, era stato un contadino: aveva mani grandi e callose, la pelle diafana e i capelli candidi.
Quando sono nato io, lui era già avanti negli anni.
Mi portava in giro sulla sua bicicletta, andavamo per osterie; lui beveva vino rosso da scodelle di ceramica chiara e io mangiavo boeri. In silenzio, da uomini: un patto tacito di mutuo soccorso.

Morì nel gennaio del mio decimo anno, all’improvviso.
Da allora, attraversavo la casa, immobile nella controra, per raggiungere la sua pipa di schiuma bianca, conservata nel salotto dai divani verdi.
La toglievo piano dalla custodia, la annusavo: era come averlo con me.
Crampi di nostalgia mi afferravano allo stomaco e mi lasciano svuotato e confuso.
Di lui, in casa, nessuno parlava più: era come se la morte lo avesse cancellato.

Laura

Laura tiene fra le mani quell’ultima fotografia. Lui, Giorgio, ha lo sguardo sorpreso e un sorriso malandrino gli aleggia sul volto.
Lo guarda, immobile nella fissità fotografica, e per l’ennesima volta biascica la sua litania: «Mi hai rubato la vita e io non te lo so raccontare. Negandomi il tuo amore, mi hai portato via il figlio che avrei voluto: avrebbe avuto gli occhi verdi, come i miei ma il taglio, quello, sarebbe stato il tuo. Avrebbe amato la musica, ereditato da te il dono di strimpellare la chitarra. Di mio, avrei sperato non avesse la capacità di innamorarsi di stronzi senza speranza di redenzione».
Con un gesto secco straccia la stampa; magari potesse fare altrettanto con i suoi pensieri.


Oggi, in ufficio, sulla sua scrivania campeggia un dettaglio inedito: la foto che Lorena, la più strampalata dei suoi colleghi, le ha scattato qualche giorno fa.
Nell’immagine Laura non guarda in camera, indossa una graziosa camicia bianca annodata sopra l’addome e ha i capelli sciolti. E, soprattutto, non piange.
Fazzoletti di carta e antidepressivi sono compagni irrinunciabili delle sue giornate.

Marco

Le mani mi fanno ancora male. Ho guidato per ore.
Alle 18,10 – a sette minuti dalla mia nascita – ero seduto in auto.
Ho inserito la chiave nell’accensione e le ho dato un primo scatto; il cruscotto si è acceso, come sempre.
Le cifre dell’orologio digitale segnavano le 18.17: mentalmente ho sottratto i 7 minuti di anticipo sull’orario reale. Ogni volta mi ripeto che devo regolare l’orologio, ma non lo faccio mai.
Men che meno oggi, che la mia nuova vita premeva, mi spingeva via da qui.
Ho messo in moto l’auto e sono partito, senza una destinazione.
Nel silenzio, rotto solo dalla pioggia che ha iniziato a cadere proprio allora.

Sono ancora un solitario, ma adesso so misurare la giusta distanza fra le cose – sono un architetto – e fra le persone – sono un adulto, concreto.
Mi faccio un intimo vanto della mia freddezza; nessuno buca la mia corazza: nessuna vicinanza, nessun dolore.
Una vita in bianco e nero, perfetta. Come una fotografia: immobile e lucida.

Ma allora perché trascorro le prime ore della mia nuova esistenza sotto una pioggia torrenziale che batte contro le lamiere della mia auto?
Perché sono qui al freddo, i tappetini lerci di foglie fradice e di fango, immobile davanti ad un muro grigio, in una periferia che non conosco?

Volevo solo calore.

Laura

Poco fa ha incrociato l’architetto, in corridoio.
Tutti lo chiamano “il capo”; in ufficio abbassano il tono di un’ottava, quando parlano di lui.
In realtà, non c’è molto da dire: è un uomo freddo e scostante che non lascia spazio a discorsi diversi dal lavoro.
Eppure è ancora giovane, ha un volto regolare dai tratti che sarebbero anche piacevoli se fossero animati.
Laura pensa che il suo sguardo la turba. Ogni volta che se lo sente pesare addosso, quel raggio blu, freddo come l’Artico, le sembra quasi di annegare.

Marco

Si chiama Laura, credo.
È nuova, l’hanno messa ad occuparsi di documentazione, credo.
È esile, ha un vitino da vespa e anche un bel culo. Forse è un po’ troppo magra ma ha un bel seno.
Chissà che cosa si prova a smarrirsi lì dentro, fra le pieghe della sua pelle.
Lì, nell’incavo del suo seno deve esserci calore.

Erano le 17.40.
Venerdì: la solitudine riempiva l’ufficio.
Poi è arrivata Laura: ha colmato ogni spazio, ogni interstizio con il suo odore di donna.

Volevo calore; il suo calore. Ho allungato una mano.
Lei ha iniziato a urlare. Le mie orecchie hanno preso a ronzare.
Le mie mani si sono messe a mulinare l’aria per difendermi da quelle grida che accorciavano le distanze; bucavano la giusta distanza.

Il display dell’orologio da tavolo segnava le 18.03.
Sono nato allora, come si conviene: fra lacrime, urla e sangue.
Dopo, ho guidato per ore, sotto la pioggia. Ho respirato il buio umido della mia prima notte. Ora vedo sorgere l’alba; il bagliore arancione del sole proietta arabeschi e ghirigori contro questo muro grigio e anonimo.

Mi restano solo pochi minuti da uomo libero. Fra poco saranno qui.

© Maria Elena Poggi, 2018

*Racconto esito della Masterclass “5 + 1 sensi della scrittura” di Barbara Garlaschelli

grafica: Raffaele Rutigliano

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