Cani e padroni di cani [4] di Sandra Giammarruto

Sandra Giammarruto

Certe sere, seduta in autobus con vicino a sé donne e uomini sconosciuti, Anna pensava a casa. Quella in cui era nata. Quando le capitava, ricordava la risata di pancia di suo padre oppure le occhiate complici di sua madre. Era in momenti come questi che la solitudine faticava a strapparsela di dosso. Le sarebbe piaciuto essere leggera come quella goccia di pioggia che scivolava sul vetro. Bloccarsi. Ripartire. Compiere piccole e veloci serpentine in movimento. Invece, le passò per la mente che se stava per accadere qualcosa di brutto ai suoi genitori, lei non avrebbe potuto impedirlo.
Le si fermò il cuore nel petto. Il tempo che aveva impiegato una goccia ad attraversare il vetro appannato dal suo respiro. Poi, l’autobus che profumava di spezie, si fermò. Le porte si aprirono. Anna saltò giù appena in tempo. L’asfalto era bagnato. Il tic-tic era quello delle prime gocce di pioggia sui dipinti cupi delle pozzanghere sparse qua e là. Quando Anna vide in cortile il suo vicino, si affrettò a raggiungerlo.
«Buonasera, signor Meloni. Ecco a lei» disse, porgendogli un sacchetto di carta.
«Non ti sei dimenticata dei miei pistacchi» disse l’uomo, pescandone un paio.
«Anche questi troppo salati?»
«No… Sono proprio come piacciono a me. Lo sai che aiutano a tenere sotto controllo il livello di colesterolo nel sangue?»
«Sì, me lo aveva detto.»
«Mmm… Ma non sai che oggi è arrivato mio figlio. Lui e la moglie rimarranno per un po’ di giorni da me. Aspettano un bambino» disse con un’ espressione serena.
«Che bella notizia signor Meloni.»
«Quante volte te lo devo ripetere che puoi chiamarmi Bruno? Vuoi farmi sentire ancora più vecchio?»
«Guardi che sta per diventare nonno.»
«Sì, è una bella notizia… e la brutta è che ci stiamo bagnando come degli stupidi! Entra Anna o ti verrà un malanno a causa dei miei pistacchi.»
«Buona notte signor Bruno.»
«Buona notte cara e grazie.»
La sera successiva, quando arrivò l’autobus numero 81, Anna era in piedi con lo stesso sguardo del giorno prima. Salendo avvertì l’odore pungente di cipolla. Il ragazzo che frequentava le serali la salutò con un cenno della mano e un sorriso timido. Poi, si ritirò sulla sedia ritornando serio. Anna scartò i posti occupati finché arrivò in fondo, nell’unico posto libero protetto dal buio. Per un po’ tamburellò sul vetro. Provò un forte senso di compassione per se stessa nell’osservarsi nel riflesso del vetro. Capelli raccolti, spenti. Lineamenti duri. Stanca, pensosa, seria.
Su quale scaffale sei finita?, si chiese. Poi, lasciò cadere le mani.
Da cinque anni lavorava in un supermercato. Nel reparto frutta e verdura. Non era una vita facile, ma in quei tempi la vita era difficile quasi per tutti quelli che conosceva.
Quella sera, Anna fu sorpresa di incontrare il signor Meloni per strada. Scambiarono due chiacchiere. Le raccontò che il figlio e la nuora avevano deciso di rimanere da lui fino alla nascita del bambino e che stava facendo due passi per lasciarli un po’ da soli. Lei gli diede i pistacchi.
«Pare che mangiare una ventina di pistacchi al giorno contribuisca a ridurre il rischio di insorgenza del tumore al polmone. Lo sapevi?»
«Sì, me lo aveva detto. Buona passeggiata signor Bruno.»
«Buona serata Anna!»
Ma quale buona serata, pensò. La sera calava su di lei come un gran peso. Cenare da sola la deprimeva. Esattamente come la consapevolezza di tutti quei mesi che mancavano prima di poter ottenere qualche giorno di ferie e ritornare a casa.
Col passare del tempo Anna incontrava sempre meno il suo vicino. Indaffarato com’era a fare il nonno e a seguire i lavori in casa. Una sera le confidò felice che il figlio e la nuora avevano deciso di rimanere a vivere lì, assieme a lui. «Stiamo cercando di sfruttare meglio gli spazi della casa. L’appartamento è grande. Lo stanno tramezzando. In fondo mi basta una stanza per dormire e mangiare.»
A settembre, al ritorno in città dalle ferie Anna era carica e serena. I suoi genitori stavano bene. Lei aveva un nuovo taglio di capelli.
Una sera bussò alla porta del signor Bruno. Ad aprire fu il figlio con in braccio un neonato che non smetteva di piangere. Anna gli chiese dov’era suo padre. Lui rispose sgarbatamente che non c’era più e che poteva smetterla di comprare pistacchi.
Quando Anna capì che non lo avrebbe più incontrato, perché era morto, rabbrividì. Gli voleva bene per quel suo modo di assaggiare i pistacchi, vestito sempre elegante. Per i racconti di quando era giovane e faceva l’operaio in fabbrica. Non pianse e non ci rimase male per la reazione maleducata del figlio. Il dolore, alle volte, fa dire e fare cose che non vorremmo, pensò.
Due sere dopo, Anna leggeva la corrispondenza seduta al tavolo della cucina. Attonita, con una lettera stretta tra le dita, si trascinò lentamente fino in salotto, dove si lasciò cadere sulla poltrona. Quella notte, non fece che alzarsi dal letto: per bere un bicchiere d’acqua o per camminare avanti e indietro lungo il corridoio.
Il giorno dopo salì su un autobus nuovo che profumava di fiori. Quando arrivò a destinazione, aveva le mani sudate. Il cielo era coperto. Lì, non si sentiva l’incessante rumore dei clacson.
Il signor Bruno era nel cortile. Seduto su una panchina in ombra sotto un salice piangente.
«Pensavi fossi morto?» Le chiese.
«No! Cioè… sì. Non l’ho vista. Suo figlio non… »
«Mio figlio… »
«Non mi ha detto nulla… » Ripeté a voce più alta.
«E perché avrebbe dovuto?»
«Non capisco.»
«Un giorno, lui e la moglie mi hanno detto che la casa di riposo era il posto più adatto per un uomo anziano. Non potevano badare a un neonato e a un vecchio… ma sai una cosa?»
«Cosa?»
«Io non gliel’ho mai chiesto di preoccuparsi per me. Ero felice di vivere assieme a loro.»
«Mi dispiace.»
«Non si finisce mai di imparare, nemmeno alla mia età. Ho capito anche un’altra cosa.»
«Cosa?»
«Che non si finisce mai di insegnare.»
«Che vuol dire?»
«Ho accettato di venire qui senza farie storie. Mi hanno aiutato a fare le valigie.»
«Mi dispiace.»
«Non sono venuti a trovarmi nemmeno una volta.»
«Mi dispi… »
«E qui, ho avuto modo di pensare. Ho pensato, pensato, pensato e alla fine ho agito. Ho venduto la casa.»
«Cosa?»
«Mio figlio è venuto qui e mi ha chiesto come avevo potuto fare una cosa tanto orribile.»
«E lei, cos’ha risposto?»
«Che speravo che da grande suo figlio fosse fiero di suo padre.»
Anna aveva gli occhi lucidi.
«Allora, me li hai portati i pistacchi?»
«Certo, eccoli qui.»
«Lo sai che fanno bene al cuore?»
«Sì. Me lo aveva detto.»

© Sandra Giammarruto

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