Cani e padroni di cani [20] di Sandra Giammarruto

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CADE LA NEVE

Dopo cena la bottiglia di vino è vuota e Anna non ha bevuto. Luca ha chiuso gli occhi e abbandonato la testa all’indietro. La tv trasmette i titoli di coda di una commedia che entrambi hanno finto di guardare.
Anna è sveglia, seduta sul divano, con le mani sulle cosce. È sola. Assolutamente sola, accanto a Luca. Prima, lui le ha infilato la lingua in bocca, ma a lei è sembrato di leccare il fondo del bicchiere e con una scusa se n’è andata in bagno.
Mentre Luca farnetica nel sonno, con la bocca impastata, Anna fa la sola cosa che le viene in mente: infilare il giubbotto, afferrare la borsa e uscire in mezzo alla strada. Cammina fino a quando le viene freddo. Lo fa pensando a Luca, alla loro vita insieme, a lui ubriaco sul divano, ai suoi discorsi insensati, ai toni da sbruffone degli ultimi tempi. All’ennesimo lavoro che ha perso, alla sua macchina nuova, al cellulare nuovo, alle scarpe nuove e all’alito che sa di alcol. È così Luca: un bambino di trentacinque anni viziato e senza testa sulle spalle.
Cammina e pensa Anna, con la brace della sigaretta che si muove nel buio, tra i veli spessi della notte, con la sensazione di sentirsi viva a metà. E intanto la stazione si avvicina, con quel fascio di luci e di penombre e pensieri sospinti oltre i binari.
I treni arrivano e ripartono, e Anna se ne sta lì, seduta su una panchina, con un biglietto che l’avrebbe portata lontano. Piange in silenzio, senza scosse, solo lacrime che scivolano sotto la sciarpa. Una macchina si mette in moto. Poi un’altra. Le auto nel parcheggio accendono i fari e una dietro l’ altra si allontano con dentro gli ultimi pendolari.
Il freddo è aumentato e il vento si è levato all’improvviso. La neve volteggia nell’aria come in un’ antica danza. Dopo averla osservata per un po’, Anna si alza dalla panchina con la pelle arrossata e piega il corpo in avanti. Allunga un braccio. Stacca un piede da terra con un movimento lento e aggraziato. Gira la testa verso l’ultimo treno che sta scomparendo tra la boscaglia ricoperta di neve fresca. Si volta rapida, sale sulle mezze punte, solleva una gamba e compie un giro su se stessa.
Salta Anna, una, due, tre volte con le gambe che eseguono spaccate in aria. Sembra che stia volando via, spinta dal respiro del vento, sotto il cielo argentato.
Il mattino dopo, il profumo di sugo sveglia Luca che si alza dal divano e fa qualche passo verso la cucina. Ha la faccia sudata, i capelli unti e spettinati.
Perché non mi hai svegliato?
Anna non risponde, non a parole.
Fuori intanto piove e si scioglie la neve, tutto insieme. Luca inizia a tossire e a sputare muco. Prende un uovo dal frigorifero e lo rompe direttamente in bocca. Afferra il cartone di succo d’ananas e beve avidamente.
Perché non facciamo un giro?
Lei tira l’ultima boccata di sigaretta e schiaccia il mozzicone sul piattino del caffè. Non risponde.
Andiamo via per due, tre giorni. Saltiamo sul primo treno, decidi tu dove.
Anna riprende a impastare la carne macinata. Il corpo è lì, ma la testa è da un’altra parte.
Se ieri ho detto qualcosa che ti ha fatto male, anche solo per un minuto, ti chiedo scusa.
No, non ti preoccupare, non è successo nulla ieri.
Ad Anna la gamba fa ancora un po’ male per la caduta sui binari. Quando quello sconosciuto l’ha aiutata a rialzarsi, lei si è subito spazzata via la neve di dosso, ma non il rossore che le ha invaso le guance. Inizia a friggere le polpette e pensa e ripensa a quello che si sono detti.
Si sente bene, si è fatta male?
No, no, non ho niente.
Ho perso il treno, ero qui, la stavo guardando… be’ insomma, non ho mai visto una donna ballare di notte, sotto la neve.
Crede che io sia pazza, vero?
No, assolutamente.
Guardi la capisco, lo penserei anch’io. Credevo di essere sola.
Era incantevole.
Non ballavo da secoli e infatti…
Ha voglia di farlo con me?
Non so nemmeno perché l’ho fatto.
Mi chiamo Andrea, ha voglia di ballare?
Anna ricorda la mano di quell’uomo protesa in avanti, i suoi occhi verdi, la scintilla d’interesse che brillava nel suo sguardo.
Forse è tutto un sogno. E va bene.

© Sandra Giammarruto, 2015

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