Briciole per i passeri [30] di Katia Colica

 CHIAMATO DA ALTRE BOCCHE

Può capitare che il giorno diventi sera, che il battito del cuore diventi passo lento, che la stanchezza diventi una pialla limata a filo passata sui giorni, a consumare. Può capitare di spendere tutto o risparmiare anche i sorrisi; di grattare via qualcuno dalla tua pelle come la ruggine. Di abituarsi a sentire il dolore così come si sente un amico parlare smarrito dopo una sbornia. E tu resti bravo e tranquillo, lì, a nasconderti. A coprirti dallo sguardo degli altri con un’alzata di spalle, così come si può coprire con una coperta il corpo di un bambino nel sonno. Con la stessa leggerezza. Può capitare. In una vita, dentro una intera vita. E in tutto questo – intanto – ci sono invecchiato; quasi per caso, senza capire bene quando esattamente. Quando, Dio.
Sono invecchiato ritrovandomi dentro la mia nuova età di sorpresa. È capitato, insomma. Come possono capitarti tutte quelle cose che nemmeno avresti immaginato, con silenzioso stupore: un giorno mi sono girato indietro e non era più la stessa cosa.
La vecchiaia sembra una specie di vita in cui ce n’è infilata un’altra, una matrioska di legno che la sviti e dentro ci trovi una vita più piccola, che fa parte di te, che non vede nessuno. È strano come non sappiate considerare il nostro passato di vecchi senza un po’ di incredulità: quando racconto di me bambino mi guardate tutti come se quel periodo fosse una cosa che in fondo non mi riguarda poi tanto, troppo lontana per essere reale, per appartenere alla mia stessa esistenza. Uno spazio sigillato a presa stagna con un io lontano quanto diverso, remoto. Un io perduto da qualche parte, che è un’altra cosa. Quando racconto di me bambino sorridete accondiscendenti senza parlare, con l’espressione di chi pensa che io mi stia concedendo il lusso di immaginare qualcosa di strano, di stravagante.
Da giovane la pensavo come voi e i vecchi erano la forma di una dimensione che ritenevo immobile, un pezzo di storia che non aveva il mio tempo, che non lo avrebbe avuto mai. Li guardavo con la supponenza spietata e illogica di chi era intimamente convinto che lo fossero sempre stati. Non avevo tempo per la loro lentezza, avevano una vita davanti per aspettare un mio gesto di figlio, ma io avevo fretta. Intanto mi legavano al loro spazio, lo facevano rubandomi la libertà di andare lontano, di andare via da quello che non ero io; erano egoisti, ma la loro vecchiaia non era colpa mia, non era colpa di nessuno.
Ora sono io che aspetto. Aspetto qualcuno. 
Qualcuno che entri nella mia vita di televisore e ciabatte, e televendite, e latte e biscotti. E fila alle poste per attaccare bottone. 
Ho bisogno di tutto, incredibilmente. Di tutto quello che arriva. 
La mia tavola non ha più commensali, la mia casa odora di vecchio, come me. Un odore muffito che mi sale dentro alle narici e lì rimane attaccato. Un odore che non mi piace imporvi, ma tant’è. Il resto di me lo immaginate bene: ho tempo. Un tempo che serve a poco, che mi dilata l’attesa di voi che non venite. Di voi che di tempo non ne avete.
La sera, infine, mi addormento. E sogno. 
Mi sogno bambino con mia madre profumata di sapone e candeggina, mi sogno come non mi sapete ma io so, mi sogno chiamato da altre bocche, accarezzato da altre mani che appartengono a un passato sfarinato anche dal vostro scetticismo. Coi piedi tra i sassi del fiume e l’acqua gelata. Con le carrube masticate cento volte, le corse dentro le lenzuola stese al sole, il mio nome di bambino. Poi, da sveglio, faccio fatica a mollare la presa di quei momenti, quasi non me ne faccio una ragione. Perché la distanza peggiore che possa esserci non è quella minuscola tra me e la mia morte, ma quella infinita tra me e la massa di ricordi che non riesco a sbrigliare, e che pesano. 
E più sono lontani nel tempo e più pesano, come se trascinarli assieme a me negli anni aumentasse la fatica. Tipo le borse della spesa strascicate dal supermercato del centro, strascicate lungo il marciapiede, e allora mi fermo, a metà strada; per poggiarle a terra e dimenticarle per un po’. Ma infine le ripiglio, con tutto il peso che c’è le ripiglio, e ricomincio questo viaggio verso niente. 
Con  la cura meticolosa e insensata di tutti i miei ottant’anni da salvare.

© Katia Colica, 2018

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