Briciole per i passeri [3] di Katia Colica

IL CENTRO ESATTO DELLA BELLEZZA

Giovanni tiene le palpebre che sembrano chiuse ma invece sono solo abbassate, forse per far passare la giusta dose di luce e di vento. Sbriciola il pane dividendolo prima in pezzi piccoli quanto un’unghia, poi frantumandolo tra i polpastrelli callosi. Si cura soprattutto dei piccioni più lontani e timidi producendo virtuosi lanci di molliche e bestemmiando se gli altri, i più sgamati, si lanciano a frotte lasciando i compagni più discreti a becco vuoto. Mi dice che questa città del sud non lo vuole più; non lo voleva ancora prima che tornasse, però. Prima, quando lo ha sputato via per la mancanza di lavoro. Allo stesso modo non lo vuole adesso che qui ci è tornato.
– Gli affitti del nord costavano quasi uno stipendio intero. Togli i soldi per la luce, l’acqua. Facciamo anche che mangiavo poco, una volta al giorno per risparmiare, e che mi muovevo a piedi per non fare costosi abbonamenti ai trasporti pubblici. Anni così. Senza una pizza, una birra, un giornale da leggere, un po’ di musica da ascoltare, anche a caso. Allora, mi sono detto basta: prendo e me ne torno, me ne torno a casa mia. Avrò dove abitare a prezzo basso e avrò gente attorno, amici, il mare, le cose belle. E invece, ecco: non era così che mi immaginavo. Perché quando parti per vivere altrove poi non torni mai sul serio. Sei sempre di passaggio. Fai confronti con i posti che hai visto, che hai vissuto e insomma: la tua città anche se vince in bellezza per tutto il resto perde sempre. In più lei questa cosa del confronto la sa bene, certo che sì, ed è astiosa. La città, intendo. E per questo non mi vuole più, come le donne quando ti sfugge un paragone con le altre; è finita. Allora mi ha circondato da una specie di sentimento che ha a che fare con la gelosia, ma meno bello, meno romantico. Perché mi sento amato e messo da parte allo stesso tempo. Il punto è che non ho mai trovato un lavoro, vivo come posso, certe volte non lo so nemmeno io in che modo; e mi capita di maledirla, maledire tutto il bello che è. Non so spiegare come ci si arriva a fine giornata senza uno soldo. Certe volte raggranello una decina di euro che mi sono guadagnato con qualche lavoretto veloce: un trasloco, o scaricando frutta, per esempio. Accumulo bollette su bollette mai pagate e penso ma sì. Poi si vedrà. Non penso al futuro, vengo qui e mi siedo. Questa villa comunale è un posto per chiunque, tutti possono entrarci senza un soldo e senza un sogno. È un luogo a parte, sembra irreale e soprattutto non chiede nulla; ma almeno, qualcosa la dà: il fatto di accoglierti al centro esatto della bellezza senza farti vedere tutto il resto. Dietro il bello, in sostanza, ti nasconde il brutto di non poterci sopravvivere.
Giovanni alza gli occhi dai piccioni e mi guarda per la prima volta. Poi riabbassa immediatamente lo sguardo.
– Non faccio lavori sporchi, ma non so fin quando potrò evitarli. Oggi non lo so più.
Poi ciancia qualcosa sul fatto di quanto è semplice deludere le persone e di come capiti spesso, soprattutto quando non hai soldi. Sul bisogno che ti porta verso strade cattive, sulla fame sua e pure su quella dei piccioni. Quindi ci si riduce così, dice più ai piccioni che a me; così.
E li lascio soli in quella panchina, Giovanni e i piccioni, a combattersi un pezzo della loro esistenza, mentre mi chiedo se davvero costa meno fatica lottare proprio lì, al centro esatto della bellezza.

© Katia Colica

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