Briciole per i passeri [29] di Katia Colica

© ph. K. Colica

I SEGNI DELLA CROCE

No che non mi ricordo. Puoi continuare a chiedermelo, ma questo ti risponderò perché questo è quello che so: non mi ricordo. Forse di sì o forse di no, poi, cosa importa. Se vuoi posso parlare di come è cominciata visto che non so spiegare com’è che sta finendo. Di quella volta che l’ho visto crocifisso, barba incolta e capelli sul collo, occhi tristi e un solo drappo di stoffa, sui fianchi, a coprire. Una specie di pupazzo per grandi appeso nella parete bianca dell’ospedale.
Mai visto nulla di simile al mio Paese, di così sconcertante, rovinoso, violento.
La prima cosa che ho pensato è che mi ero persa qualcosa, che dovevano spiegarmi qualcosa.
Ne sapevo poco del mondo a sette anni, del mondo e di quello che ci stava dentro, immagina di Dio. Quello che sapevo è che traghettavo da un sanatorio all’altro per guarire da una malattia col nome complicato; e se era complicato il nome figurati guarirne. Quando l’ho visto era uno di quei pomeriggi zeppi di parenti stretti in cappotti scuri con le facce bianche e il sorriso accennato, come Pierrot. Arrivavano in fretta e frusciavano per i corridoi cercando di non fare rumore, credo per non aggiungere null’altro di crudo al dolore. Lì la luce pareva senza suono e le piante vere trattenevano il fiato. Dove i bambini non li fanno entrare, ma se entrano sono tutti bianchi – ero tutta bianca –  e si giocava sui letti con giocattoli muti, e le coperte non bastavano mai.
La seconda volta che l’ho visto ero proprio qui, dentro questa cosa che chiamate cappella che poi è una specie di chiesa, solo che sta dentro un ospedale. E stavolta era sistemato da solo, al centro di tutto e molto, molto in alto: non si può permettere di guardarlo diritto negli occhi, è evidente. Se non per questo per cos’altro, mi dico, quella solitudine esasperata.
Ogni volta che qui ci torno e lo vengo a trovare lui sta sempre immobile lassù, impalato dentro la sua pena e io non so mai cosa dirgli. Ma d’altronde nemmeno lui sa cosa dire a me. Nemmeno lui parla, se capisci cosa voglio dire, se mi capisci, tu che mi spieghi senza stancarti che le parole di un Dio crocifisso ti entrano dentro per strade che non credevi di avere e che Lui sa trovare. E trovare, ancora, anche grazie a te: basta avere la pazienza e la forza di ascoltare, ma più la forza, penso io. Quello che voglio dire adesso è che spesso Gesù mi chiede troppo, anche se mi hanno spiegato che è la fede. Che è così. Il fatto è che  – vedi – non lo so più se mi piace. Non so se mi piace lo sguardo – ma questo l’ho detto. Ma in più non so se mi piace la voce, che è uguale alla tua, o le mani, troppe mani. Troppe per una bambina sola. Ormai ho tredici anni ed è un pezzo che non sono una bambina direbbe lui; diresti. Però non so più se riesco a tornare, ogni volta, con la stessa identica forza. Tornare e ricominciare con le preghiere che mi spingono dentro un dolore fatto di sangue e saliva, e di castighi – meritati castighi – come nella commedia di una perdizione, e i segni della croce dappertutto, dove non vorrei, dove non si dice.
Con i gesti santificati a sventrarmi l’anima e il corpo tra acqua santa e rumori, e parole, e urla a soffocare. Ecco: è che io non lo amo fino a questo punto. E tu, che l’hai capito prima di me, fai bene a ripetermi che sono perduta. Fai bene a farmi confondere quando mi dici sussurrando di chiamarti Gesù – solo noi, solo io –  di guardare chi sei davvero, di scorgere la santità e non l’uomo, di toccare le sue frustrate, le sue piaghe, i suoi tagli addosso al tuo corpo. Di baciarli anche quando non li vedo, anche quando vedo solo te al suo posto, con tutta la tua pochezza di uomo, a tratti ridicolo nell’affanno del fiatone e della carne agitata, scivolosa, sudaticcia. Ché poi è un privilegio raro, io lo so: gli altri ti chiamano solo don Giuseppe. Ma, ora, bisogna che vada via da qui e per sempre stavolta, in qualche altro posto al sicuro. Adesso andrò via e non so dire altro. Non ricordo altro. Certo che potrei giurarlo. Puoi continuare a chiederlo se vuoi, ancora: non ricordo altro. Non potrei mai.

© Katia Colica, 2017


Katia Colica è tra gli autori dell’antologia “IN VIAGGIO” (collana Sdiario, Edizioni del Gattaccio).
Per acquistarlo potete scrivere a: info@edizionidelgattaccio.it

Buona lettura!

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