Briciole per i passeri [28] di Katia Colica

© ph. K. Colica

UN RESPIRO DIVERSO

Io sono diversa, sono diversa ma pure voi. Voi che non lo sapete, voi che non lo credete nonostante me che ve lo grido da una vita, la mia vita.
Ho colto momento per momento tutti i segnali fin da piccola, mentre la vita giocava con me e io cercavo di intrattenermi dentro, con i giochi di bambina avuti in regalo a corredo di un sesso rosa confetto: bambole con sbuffi di pizzo che uscivano da sotto le gonne, cucine con dolce forno, diademi da principessa con brillantini proprio in mezzo alla fronte, io, che in mezzo alla fronte mi sarei fatta bastare soltanto i baci che mi stampava mia madre.
Ho ballato da sola e ho fumato in cerchio, ho fatto a botte e desiderato rose in regalo, ho chiesto e ho dato. Ho pregato e bestemmiato, mi sono proibita tutto per poi buttarmi via. Mi sono fermata giorni, chiusa dentro un armadio e ho fatto a meno del mondo –  fumo e naftalina, naftalina e rum – con le mani nelle tasche vuote. Mi sono perdonata.
Mi sono spolverata la gonna e ho ricominciato.
Ho aspettato treni, risposte, telefonate, sguardi indulgenti, promesse anche false. Ho aspettato, spesso  invano.
Ho desiderato un figlio, un segno, un anno in più, un anno in meno, un gesto di tregua, una piazza che sfolla e dopo – dopo –  il silenzio.
Sono cresciuta così – come voi –  perché è vero che sono diversa ma di poco. Di quel tanto che basta per non essere uguale, ché uguale, in verità, non vorrei essere a nessuno, nemmeno a quelli migliori di me, e siete in tanti.
Sono cresciuta confusa e adesso, ecco, adesso non va meglio: su di me ho ancora addosso tutti i segni del disordine che la vita mi ha saputo apparecchiare. Spesso non ho il coraggio di espormi, come non lo avete voi d’altronde, voi che non lo fate perché vi ritenete problematici, complicati, precari, incerti, insicuri. Provvisori. Io, invece, io… lo stesso. Ma in più sono lesbica, una parola dura che mi terrorizza, che mi riporta a qualcosa di sbagliato, un suono acuto, bruciante, con immagini di repertorio volgari dentro qualcosa che non sono io. Gli atti di una cinepresa ruffiana a inventarsi gesti di cui non vorrei nemmeno essere l’ombra.
Questo ho temuto, e questo ancora temo.
E poi in tutto questo c’è lei, lei che quando l’ho incontrata ho pensato come farà mai Dio a sbagliarsi così, e quindi – naturalmente – ho pensato a un suo castigo e a come potesse essere accaduto questo, mi dicevo, tutto questo amore. Amore, Dio. Amore. Perché io sono qui per amare, se del caso, o a volte no, ma questo rimane affare mio.
Non ho mai guardato un uomo. Non mi sembra. Non ricordo. Sicuramente non l’ho mai voluto. Ma questo non mi spiega questa assurda idea di amarla. Come se, facendolo, fossi felice. Io. O come se Dio, irragionevolmente, avesse bisogno anche di questo amore per farci qualcosa di buono che sa solo lui, che non capisco, che non capirei. Allora mi penso simile agli altri e immagino che se per un momento, uno solo, gli uomini potessero dimenticarsi del fatto che non sono qui per farli eccitare dentro le scene fasulle di filmini che si ripetono nelle loro fantasie mentre l’isola di Saffo va in frantumi con dentro i pezzi di poesia che esplodono – e poi che fatica riafferrarli, rimetterli nelle tasche, che sforzo farvi capire che quelle strofe siete anche voi, anche voi che le perdete –  o se per un momento, per esempio, non avessi più nulla da perdere. Se per un solo piccolissimo momento tutti voi foste in grado di vedermi mentre accantono progetti su progetti perché il mio futuro è identico al vostro ma si confonde tra i miei diritti di cartone, se tutto questo fosse vero per un solo istante forse – forse –  non avrei più questa pietra che mi pesa sul petto e che mi schiaccia il respiro, un respiro diverso, diverso dal vostro. Diverso. Quello sì, finalmente.

Katia Colica, 2017

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