Briciole per i passeri [27] di Katia Colica

© ph. K. Colica

LA BUONA FORTUNA

Non so se avete presente com’è vivere mentre si è stati informati del fatto che il tuo futuro è soffocato sotto una coperta a maglie fitte e che il tuo passato coi suoi sforzi di essere migliore te lo sei lasciato alle spalle; grazie a qualche dio clemente, aggiungo. Il presente, ecco, di quello invece non me ne faccio un granché. Qualcuno mi ha consigliato di tenermelo caro perché è l’unica cosa di certo che ho, l’unica cosa a portata di mano. Ma quello che io so – e che gli altri non hanno ancora imparato – è che non tutte le cose sicure ti danno la dignità di esistere.

Quelli che lo dicono, tutto sommato, sono le stesse persone che criticano la mia scelta di essere qui, dentro uno di questi negozi senza nome a raschiare via la polvere d’argento dai tasselli disegnati sopra un biglietto gratta e vinci. La fanno semplice loro a distruggermi la speranza, la fanno semplice perché hanno una forza migliore della mia e – soprattutto – se ne sanno servire. Io no, semplicemente. Io sento la fiacchezza abbracciarmi per ogni ora del mio vivere; eccolo il mio presente, signori: trascinare piedi e suole dentro un viaggio in cui non puoi fare altro che conservarti vivo contro un nemico che ti sbrana da dentro le viscere. Io, per questo, scendo a stento dal letto riuscendo solo ad arrivare fin qui e impiegare le fiacche forze quotidiane per grattare e grattare e vedere se i miei due euro hanno deciso anche loro di fottersene o, finalmente, accorgersi di me e moltiplicarsi dentro questo presente infinito che toglie il respiro a qualsiasi aspirazione di futuro.

Non si creda. Io mi sono visto sparire, prosciugare, dentro i sogni miei e di mia madre, tutti sistemati in fila per uno come nelle fondine di una cartucciera. Mi sono visto spararli via come proiettili a bucare il cielo e null’altro, e non tornare indietro mai. Perché i sogni non tornano mai indietro, un po’ come noi, si perdono in giro per strade tutte loro che si disegnano da soli, nonostante noi. E scompaiono da qualche parte. Io sì che li conosco i sogni e le speranze e le attese che ho sentito raccontare dalle parole mute di mia madre coi soldi da parte per farmi studiare; e io studiavo. Ma come si può spiegare a qualcuno, e anche a lei quindi, che a un certo punto le cose della nostra vita diventano estranee, come se fossero della vita di un altro.

Come si fa a spiegare che i progetti sono speranze, le speranze illusioni e le illusioni si grattano via come questa polvere dorata. Si grattano via dalla tua vita ma lì, ecco, contrariamente al gioco d’azzardo, lì non si può mica ritentare. Quando gratti via e perdi non ti rimane che accettarlo perché non hai più nulla da puntare. Nemmeno questi due euro.

E comunque ognuno la speranza se la costruisce da sé, ognuno la cerca dove gli viene più comodo. Io fino qui posso arrivare a stanarla perché a costruire non ho più la forza, e nemmeno a demolire se posso dirla tutta. Invece dentro questo minuto, prima di scoprire se la mia vita potrebbe diventare tale, con la speranza, ecco: mi ci sfamo. In quest’attimo io ci credo davvero che può cambiare qualcosa, io posso crederci ogni volta e quando non ci crederò più, quando la mia storia mi avrà giocato anche questo momento, non avrò altro, perché sarò provvisto anche dell’ultima goccia di bellezza che so vedere. Perché, anche se è difficile da capire, non c’è altro che bellezza in tutto ciò, per uno come me poi, che ha i polsi legati alla schiena e un’ombra perpetua dipinta sopra le pupille.

Per uno come me, che sguazzando in mezzo alla polvere del provvisorio, la speranza più povera e squallida che c’è diviene una specie di bellezza addosso a una cosa che non c’è, che non puoi sapere. È un’ostinazione alla resistenza la mia, un eroismo organizzato a tavolino; una specie di amico che ti abbraccia alle spalle, che ti racconta cose che solo lui sa immaginare, che io non saprei mai. Un amico che ti può cambiare la vita e te lo sa dire con la stessa scioltezza, liberata senza freni che avrebbe al tavolo di un pub alle undici di notte davanti alla seconda spina da mezzo bevuta assieme.

Con la stessa leggerezza.

E io, che non ho altro, l’ascolto come si ascolterebbe qualcuno che potrebbe salvarti con uno schiocco di dita, mentre intanto sei inchiodato a una croce e la gente, a turno, ti bagna le labbra con la spugna intinta nell’aceto come un Gesù Cristo qualsiasi.

D’altronde lo sforzo che il gesto di tentare la sorte mi richiede è poco, o meglio: è proporzionato alle mie energie. Non mi basta altro che lasciarmi andare. Non penso mai alla delusione del dopo, che arriverà puntuale. Non ci penso perché anche io so combattere, non si creda. Anche io racimolo i miei sforzi per qualcosa che potrebbe tornare utile, come quelli che posano dentro la credenza l’ultimo dito di olio, l’ultimo pugno di sale. Senza pensare troppo a quando non ce ne sarà più. La delusione arriverà quando dovrà arrivare, quindi, e io avrò tempo anche per essa, per leccare le sue ferite e curare le cicatrici infette. E se farà la tana dentro le mie vene per non farsi vedere io tanto saprò riconoscerla dall’odore che fa, misto alla polvere che gratto via dalle schede e all’inchiostro che si attacca alle matrici stampate dietro il bancone. Un odore quotidiano, familiare, che ti spezza in due ma in maniera lieve, come con dolcezza. Perché sai che non ti uccide, che le sue armi hanno solo il potere stanco di chi sa ferire.

Quello che potrebbe uccidermi, invece, ha un’altra forma, un altro odore. Quello che potrebbe uccidermi è l’istante esatto in cui capirò che la partita è finita, ma finita per sempre. Che la speranza non ha più nessuna forma, nemmeno la più insulsa. E che io da quel letto potrei, plausibilmente, non alzarmi mai più; nemmeno per il più miserabile degli scopi.

© Katia Colica, 2017

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