Briciole per i passeri [24] di Katia Colica

© Palingenesi, di Katia Spanò

IO CHE NON FACCIO RUMORE

Non si pensi di me ciò che si deve. Si pensi, invece, alla stanchezza, alle ore sommate ai giorni, che poi si aggiungono agli anni, ai secoli, a ciò che ci sta prima e che, lentamente, viene dopo. Si pensi a questo tempo degli altri. Questo tempo solo vostro. Si pensi alla pietà che non sono tenuta a considerare, ai vostri pianti che ho dovuto sopportare, che ho dovuto lasciare dietro le mie spalle quando vi ho preso per mano per farvi abbandonare i vostri corpi vuoti e che, con un tocco, ho saputo e so ancora trasformare ad arte in fantocci pesanti. Si pensi di me che sono viva – viva – anche se questo non vi convince, e che sono diligente nel mio presentarmi, o anche nel mio mancare per anni e anni per poi arrivare lenta e senza cenni di rumore.
C’è chi di me avverte l’odore, e siete stati in tanti a sentirlo; a voltarvi dentro il tanfo acre che mio malgrado mi porto appresso. Qualcun altro invece ha sentito il rumore, racconta, ma io so che quello che vi spinge ad affermarlo è soltanto uno slancio di fantasia, pura immaginazione, credetemi, lo so bene io – io – che non faccio nessun rumore e che vorrei farne; o almeno farmi sentire in qualche modo, anche con qualcosa di simile a un battito ripetuto, quasi un suono di pianto a tornare e tornare a cadenze regolari come i rintocchi delle vostre campane – eccellente invenzione, quella – ma niente: silenzio.
Quindi vi assicuro che ogni rumore che gravita accanto alla mia presenza siete solo voi a causarlo, non certo io. Per quanto riguarda le percezioni umane che avete di me questo vi basti, anche se è capitato che qualcun altro sia stato suggestionato dal sapore giù per la gola a sangue e saliva, ma anche quello è affar vostro. O che si sia fatto imbrogliare dal pulsare di tempie e questo sì, potrebbe sembrare un suono: confonderlo è un attimo, lo capisco.
Infine qualcuno racconta di avermi visto passare, in un modo o nell’altro, per poi cambiare idea e allontanarmi sconfitta e questo è possibile, non lo nego, è capitato ed è una cosa che mi diverte, per quanto possiate immaginarmi divertita. Nessuna sconfitta, però, non potete vincermi per quello che ne so; io vinco di mio, nonostante me. Ma poi, ecco, poi basta così, stavolta davvero, non sapete né saprete altro di me; non avreste potuto, d’altronde, fare molto altro per riconoscermi: non sono fatta per voi – in un certo senso – né, d’altronde, voi per me, che ci crediate o meno. Il nostro incontro è passeggero, è un attraversare la strada, un fruscio di vento tra le pieghe della mia veste se solo ne avessi una. O una specie di parola d’amore sussurrata quando è troppo tardi se solo poteste ancora sussurrare; se solo io ve ne lasciassi il tempo.
Così vi guardo, indaffarati e sconfitti, ognuno a fare i conti con la mia presenza nella non-vita degli altri e nel frattempo immaginarmi nella vostra, se posso comprendervi, ognuno a considerare, a spiegare, a cercare di capirmi mentre io, che a capirmi ci ho rinunciato, resto a fare solo ciò che posso e finché posso, ovvero a salvarvi da me, per quanto possibile. Salvarvi, sicuro. Questo vi stupisce? Non vi accorgete, quindi, del fatto che voi mi chiamiate urlanti per racimolarvi a mazzi umani sotto le vostre bombe, indistinti, persi a calcolarvi genocidi e fosse comuni e macelli di grida con gli animali dentro le fabbriche di carne: il dolore non è solo roba vostra. Mi fate arrivare in fretta quando – viceversa – potrei aspettare.
Mi prenotate dentro le vostre guerre colorate dai brillantini sputati dai missili, dentro i vostri inferni inventati col fuoco amico che arriva a lucentezze d’argento quasi a disegnare le favole negli incubi. Aumento il passo mentre seminate farfalle d’acciaio assordanti per bambini da fare a pezzi, mi fate ruotare come un girotondo di pena attorno alle donne velate, sotterrate, lapidate, o mentre mi precipito per raccogliervi a frotte mentre avete sparso le giare d’uranio nel Tigri.
O quando, dietro i muri che separano strisce di terre ambite dai tempi della bibbia raccontata, mi apparecchiate la tavola tra odori raccapriccianti di latte e cadavere. Raccapricciante perfino per me, ché in fondo sono nata per altro, nata io, sì. Nata se riuscissi a spiegarvelo. E non certo per le vostre battaglie. Sarei qui, al contrario, semplicemente per decidere di concludere le vostre vite, certo anche le più giovani, ma soprattutto sarei qui per farlo senza correre, e per ragioni solo mie che non mi è dato di farvi sapere. Ragioni solo mie, quindi, non vostre. E di sicuro, se soltanto voi mi aveste lasciato fare, resterebbe sempre il tempo per farmi aprire la porta, come adesso che sto bussando lieve.
Infatti lui apre, senza fare troppe storie.
Nella sua vita ha visto tutto, lo capisco appena lo guardo in faccia.
Ti aspettavo sembra dire mentre non dice.
Mi fa accomodare nella sedia di paglia proprio di fronte a lui, accanto al caminetto quasi spento. E io mi fermo – non ho fretta dicevo – mi fermo per il tempo necessario affinché completi l’ultima boccata di fumo dalla pipa. Non so se mi aspetta da una vita o da un’ora, o se invece non mi ha aspettato mai per la semplice ragione che non gli è importato di farlo: anche a me non è dato sapere tutto; e questa cosa, comunque, posso considerarla accettabile.
Quello che so è che sarà lui a dirmi quando sarà l’ora di alzarci e andare perché, ripeto, io di tempo ne ho. Ne avrei.
Allora mi alzo e lo lascio un po’ solo con le sue storie che, all’improvviso, pesano. Mi allontano e guardo fuori dalla sua finestra e mi sembra di scorgere le vostre opere di morte che disegnate al posto mio e allora mi affretto giusto per arrivare in tempo mentre mi chiamate in coro dai vostri inferni. E penso che, in fondo, siete diventati ormai più bravi di me; far morire non è più un mestiere che mi appartiene.

© Katia Colica, 2017

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