Briciole per i passeri [20] di Katia Colica

©Accendino, foto di Katia Colica

©Accendino, foto di Katia Colica

ACCENDINO

Giallo. La Ford scura metallizzata col tizio in camicia si fermerà, lui è distratto. Ha lo sguardo di chi non ha più la voglia di scappare da nulla, nemmeno da me. Nonostante me. Rallenta. Stop. Mentre il Suv andrà. Infatti il guidatore mi sfiora il braccio col suo veicolo enorme, come in una specie di messaggio che ormai conosco. Accelera e mi sposta, mi sposta assieme al vento. “Stai fermo, stai immobile” mi dice senza dire. “Stai fermo perché se ti metto sotto la colpa è solo tua e dei tuoi fazzolettini luridi, dei tuoi pupazzi ributtanti come te, dei tuoi accendini schifosi che ti esploderebbero addosso sotto il peso delle mie gomme. Se ti metto sotto è colpa tua perché il giallo è il mio colore, mi dà ragione, mi appartiene e lo sai; il giallo come tutto il resto”.
Terzultimo, penultimo, ultimo lampeggio. Rosso.
Dieci. Il tizio Ford non mi darà nulla, non guarda nemmeno le mie mani piene di cianfrusaglie, resta con lo sguardo fisso di chi non ha avuto nemmeno la forza di sfuggirmi. Accendino signore. Lui pensa ai fatti suoi, a qualcosa che lo opprime. Qualcosa più spiacevole perfino di me. Nove. La ragazzina della Cinquecento bianco perla mi guarda per un attimo soltanto, con la curiosità ottusa di chi non capisce, di chi non capirebbe nemmeno a spiegare e spiegare per ore, o anni interi. Ha mille urgenze per la testa che non sono io: lo specchietto leggermente girato su di sé con uno scatto del polso – leggero – e tenuto con tre dita, il burrocacao passato in fretta, il rumore del gas a vuoto. Fumo. Le mostro il pupazzo a forma di gatto ma dico quello che so: accendino. Otto. La donna di mezz’età è minuscola. Resta aggrappata al volante della sua Panda con le mani come fosse un naufrago aggrappato al salvagente. Ha lo sguardo impaurito di chi vorrebbe salvarsi, e assieme a lei salvare tutto il mondo; anche me se del caso. Mi guarda con la coda dell’occhio per dimenticarmi in fretta ma non le riesce. Perché sono lo specchio delle cose sbagliate, le sue e quelle di tutti gli altri. Vorrei che mi dicesse qualcosa, una cosa soltanto, lo vorrei perché la conosco senza conoscerla, e lei potrebbe farlo. Quelle così potrebbero, ma finisce che non lo fanno mai perché pensano che salutare, dire “ciao, come va”, dire “mi dispiace”, ecco: sia una miseria. Allora rinunciano e tirano verso di sé la borsa per trovare un soldo smarrito sul fondo, tra il tabacco sbriciolato di una sigaretta e le mentine. E te lo porgono dal vetro del finestrino abbassato solo a metà. Così, senza guardare. Sapendo che non è servito a nulla, che non servirà. Sette. Lui mi ha visto e ha cominciato a bestemmiare, già da un po’, da prima che mi avvicinassi. La moglie accanto, occhi bassi, gli dice qualcosa, forse di smetterla, ma la pensa uguale a lui. Accendino, dico tanto per far capire che, in fondo, questo potrebbe essere perfino un lavoro. Accendino. Lui infila la prima e si sposta procedendo per uno spazio irrilevante, venti centimetri circa più avanti. Venti centimetri che mi feriscono come fossero chilometri, come fossero spalmati sul metallo affilato di una lama conficcata sul fianco, a squarciare. Sei. L’uomo barbuto della Peugeot rossa non mi guarda nemmeno. Ha già abbassato il finestrino: una mano con le monete, l’altra a palmo aperto come a dire che no, il mio accendino non gli serve. Non gli serve nulla di me se non che io sparisca dal suo sguardo e dal mondo intero; che mi dilegui, che scompaia subito, in un modo o nell’altro. E che, infine, me la inventi io la maniera, e anche velocemente; mi ha pagato per questo, dopotutto. Cinque. La donna della C2 mi guarda e non ha paura di me o di quello che rappresento. Accendino. Dice no. No, con la punta della lingua come in un suono leggero, che non ferisce. Una nota di pianoforte. No. Gli porgo i fazzolettini allora, lei sorride e fa un gesto di dissenso con la testa, ma lo fa in modo bello. Un gesto che vorrei con me per sempre. Ci rimani vivo in questa merda con un gesto così. Perché si può dire no in mille modi ma questo è il migliore. E si può dire no per mille ragioni ma così fa tutto meno schifo, anche un no. Resterei qui fermo, immobile solo per questo sorriso, mangerei quello al posto del pane e lo berrei per dissetarmi, ci farei un cuscino per dormirci addosso. O un ciondolo da mettere in tasca e rotolare tra le dita per momenti peggiori di questo, e sono tanti. Ma quattro, devo andare. Pizzetto brizzolato sulla Smart mi fa un cenno seccato, con la mano, come a scacciare un insetto molesto. Tre. Audi nera ha già il piede sull’acceleratore che chiede spazio. Due. Toyota non mi vede nemmeno. Uno. Opel vorrebbe “… ma, vedi? ho la fila dietro che suona, clacsonando, non la reggo, potrei rallentare e porgerti qualcosa ma non ne ho il coraggio, mi assalirebbero, mi farebbero a pezzi, sarà per la prossima”. Verde.
Mi sposto per farmi dimenticare, come un fantasma di carne. Come la risposta a una domanda che non si vuol sentire. Un segno scomodo che, per fortuna, è scritto a matita e si può cancellare. Ora ho tutto il tempo del verde per pensare che in fondo va bene così, che in questa terra che mi detesta di rosso c’è solo il semaforo, non il sangue dei disgraziati, come nella mia. Esistono colori che sono il nostro destino: potrei spiegarlo bene, io che li ho visti. Io che di rosso e di sangue ne so. Potrei raccontarlo per ore ma in una lingua che non è la vostra, che non sapete. E allora faccio quello che sono capace di fare, racconto quel che riesco e come lo so dire. Mi immagino che, magari passando da qui, qualcuno questa storia che cerco di narrare da tempo la vorrà ascoltare. Prima o poi. Fosse anche per caso, guardandomi meglio, addirittura negli occhi. Una cosa così, insomma. E, come in un sogno strambo, mi capirà; anche se parlo diverso, e curioso. E poco. Mi capirà. Accendino.

© Katia Colica, 2016

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