Briciole per i passeri [17] di Katia Colica

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IO SO PRENDERMI CURA DI VOI

Io, quando ho davanti un uomo che muore ecco, io so cosa fare. Soprattutto so cosa dire. La ritualità delle parole non mi fa paura: se dovessi dare un chiarimento a qualcuno potrei farlo senza tremare.
Ho scelto di essere quello che sono – qualcosa in meno rispetto agli altri, molto di più rispetto agli altri – e ho immolato la mia pelle a questa veste appena dopo i miei diciannove anni. La consapevolezza di volerlo fare, quella invece, credo di averla sempre avuta.
Ho ceduto alla gravità di Dio, se così si può spiegare; ho ceduto a una forza compressa che sapevo più intensa della mia, che riconoscevo come qualcosa di migliore e che, infine, se avessi fatto altrimenti mi avrebbe seppellito.
So marcare con l’olio la fronte di un neonato come so segnare il corpo di uno sconosciuto da avvolgere in un sudario, so spalancare o chiudere qualsiasi vita confondendole in mezzo ai fumi dell’incenso, so assistere all’impotenza di ogni vittima di fronte al dramma dissetandola con gocce di acquasanta. So aprire con lastre di ostie sottili varchi di speranza quando non c’è nemmeno il pallore argentato di una lucerna in lontananza. So perfino rimettere i peccati ungendo la fronte e le mani di un uomo che muore – come adesso – e questo segno di croce, con tutta la sua pesantezza, mi ricorda prontamente tutto quello che potrebbe sembrare semplice da scordare, ovvero che la mia vita non mi appartiene.
Ho ereditato Dio così, come si può ereditare un vezzo; confuso e mescolato assieme al resto delle abitudini della mia famiglia; il mio compito è stato quello di raccoglierli a mazzi disordinati e, con la pazienza delle sarte, trasformare tutto in una specie di credulità che, comunque, sapevo chiamare fede. Certo: avrei preferito ritrovare il Dio imparato a memoria da bambino, il Dio magico della Bibbia che come un maestro gira tra i banchi e per ogni nostro errore mette un segno rosso sul suo registro; il Dio che castiga e fulmina. Che giudica. Che mette alla prova, che punisce l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione e che usa la sua bontà fino alla fine dei nostri giorni soltanto verso quelli che lo amano e osservano alla lettera i suoi comandamenti. Un Dio rassicurante che risolve le questioni al nostro posto con premi e penitenze, con moniti e apparizioni sui monti a fermare la mano di Abramo già pronta a incidere la tenera gola del figlio Isacco; perché un Dio così settantasette volte sette la fermerebbe.
Lo avrei voluto proprio in questo modo, fortemente; preferendo rischiare la mia stessa pelle a fronte dei miei peccati più turpi pur di vedere un rimedio concreto agli strazi del mondo. Ma presto ho imparato a ragionare come quel Dio d’amore assente incontrato più tardi, ad accettare che l’inferno c’è ma è vuoto. A giustificare con i passi del Vangelo il suo silenzio davanti a viscere sventrate, a verginità stuprate, persino di fronte a notizie di vesti sacre come quella che indosso da vent’anni macchiate di innocenza altrui. E per vent’anni ho interpretato con convinzione quella sua assenza costante come un disegno divino. Inizialmente pensavo che mi stesse semplicemente lasciando tranquillo, che tutto avesse a che fare con quella storia dell’autodeterminazione. Poi ho persino pensato che Dio non sapesse nulla di me o che, piuttosto, non avesse mai imparato nulla. Non mi dispiaceva questo e non mi dispiaceva stare solo: dopotutto mi chiedeva solo di fidarmi di lui come lo chiese Giobbe, o a Maria di Nazaret, o al funzionario regio di Cafarnao. E io mi sono fidato, per quanto assurdo possa sembrare, così: senza incertezze.
Poi non lo so cos’è successo.
Lentamente la stessa assenza ha preso forme visibili e si è fatta reale, non era più incorporea. Avrei giurato che lui tornasse dopo un po’, ancora mi fidavo di quel Dio senza riparo, di quel Dio indifendibile che comunque ancora difendevo oltre ogni evidenza. Credevo di salvarlo in qualche modo, preservando assieme a lui tutto quello che avevo sempre creduto, o forse solo sperato. Non mi restava altro che raccontare della sua resurrezione per confidare, se possibile, di poter inventarmi la mia. Ho visto la sua fine mille volte e altre mille ho rivisto il suo inizio. L’ho conservato dentro la sua teca d’altare chiudendolo a chiave per poi sapere dove andare a riprenderlo; conoscendo a memoria tutti i trucchi per riportarlo su questa terra ogni volta che serviva. Gli sono rimasto accanto finché ho saputo, ho combattuto i dubbi con gli occhi puntati al cielo anche quando il sole mi pungeva le iridi; quando le stelle costruivano pezzi di certezze umane cancellando la forma degli stessi demoni che esorcizzavo; trasformandoli in banali cattiverie degli uomini, o nelle loro stupidità.
L’ho aspettato ritornare.
Tutto questo io l’ho saputo fare, e lo saprei rifare ancora, per chiunque. Perché adesso so.
So che i miracoli non si distribuiscono sulla carne di tutti soltanto perché sono strade disegnate dalle mani del caso. So che l’assenza non è segno, che il segno non è verbo, che il verbo è una parola scritta in minuscolo sulle pagine della pochezza umana. So, con rabbia e amarezza, che la fede può stare accanto a chiunque abbia la forza di dimenticare la distanza fra se stesso e la censura di ogni sconfitta. E che non è altro che l’antidoto alla cecità disperata del nulla. Così ho nutrito anime senza speranza come mi appresto a nutrire questa, stasera, stesa sul suo letto di morte.
Adesso so, dicevo, e intanto l’uomo mi fissa.
A fatica mi tende una mano, gliela stringo. Ma ci sono solo io: qui nessun’altro ci ascolta o ci parla e lui non deve saperlo. Non adesso. Quindi dico cose che non credo e che comunque lo possono far sentire al sicuro, d’altronde conservo anche per questo tutte le sacre scritture sulla lingua e so dove trovare la forza per consegnargliele. Così, come ne sono capace. E scopro che ormai la mia missione più opportuna è quella di assumere lentamente le migliori sembianze di Dio, perché se lui mi ha deluso non esistendo, ecco: io non lo farò con quest’uomo.
Questo credo, mentre ho paura.
Allora allungo la mano e sfioro con la punta dell’indice la sua fronte gelata, poi le sue mani, affinché le mie parole possano consolare coloro che vogliono essere consolati: non saprei cos’altro fare di me stesso, ormai. E continuerò a farlo in nome di questo corpo prezioso che ho di fronte e che si sta per abbandonare, questo corpo unico e irripetibile che cede la sua forza mentre si svilisce sotto il peso della morte. Ogni scomparsa è sempre uno spreco inutile, penso, mentre capisco che sarà così per sempre. Per sempre.
«Per questa santa unzione e la sua piissima misericordia, il Signore ti conceda la grazia dello Spirito e nella sua bontà ti sollevi».
Perché avrei voluto salvarlo davvero, assieme a Dio; ma sono morti entrambi.

© Katia Colica, 2016

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