Briciole per i passeri [16] di Katia Colica

©foto di Katia Colica

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PENSARE CONTROVENTO

Pensare controvento è quello che ho iniziato a fare, è quello che, spero, farò. Sempre se il filo di questi pensieri saprà ritenersi tale; se saprà conservare almeno la dignità di pensiero.
La mia confusione ha un nome, l’immobilità delle mie mani, la lentezza dei miei gesti, il ciclo di ricordi che si avvita come dentro un imbuto, tutto questo, quindi – e ripeto a me stesso – ha un nome.
C’è scritto qui, sopra questa accozzaglia di carte cliniche, chiuse dentro una cartella dai lembi piegati. Chi li ha piegati? Io, gli altri, gente che conosco e che infine non riconoscerò? È un serpente questa malattia, l’arte del Dio più capace e stanco, che ingabbia l’idiozia e la modella coltivandola coi fiori difettosi. E le lancette degli orologi sembrano le sue forbici. Nonostante lei so pensare ancora, per ora. Controvento, dicevo. So camminare anche se non basta, anche se il mio cane ne sa più di me, se mi sa riportare davanti l’uscio di casa mentre io confuso e stordito rigiro il mio quartiere; e lo rigiro sapendo che è il mio quartiere. Ma certo. Perché quello che mi sfugge è la meta, il termine. So di non saper capire, le spiegazioni non mi appartengono, per adesso mi resta soltanto un pezzo di presente e un lembo di passato che mi ripasso sulla punta della memoria come il bene più prezioso. Come se finché ce n’è un pugno in tasca da tirare fuori io possa salvarmi, in un modo o nell’altro.
Grido spesso, mi accorgo che non mi faccio capire e i miei pensieri bloccati si trasformano in urla. Amore mio, ti scuotevo per un braccio ieri, avevi la faccia di una terrorizzata, io in realtà stavo preparandomi a un nuovo tormento, apparecchiavo il tavolo della mia mente a non sapere, ancora, che parole usare per dire non so cosa. Per questo avevo un buon motivo, credo. I miei gesti sono imperfetti, ma continuo a ripeterli, a dispetto loro. La gente mi mette fretta, io so di non poter averne, tutto è lento e io mi ostino a capire, contrariamene a loro che vivono la loro buona salute nell’ottusità di chi di capire non ha tempo e voglia. Loro, che potrebbero. I loro insulti non mi aiutano. Ho uno sbigottimento che ritengo sensato, davanti a tutto. Il cane mi spiega, mi aspetta, il mio cane ha pazienza con me, diversamente dagli altri. Mi porta indietro, mi spinge avanti quando sono in coda, se indugio mi attende il tanto che mi basta a non perdermi e poi mi cammina accanto. Senza mostrare insofferenza, giusto un po’ di preoccupazione con lo sguardo, ma poi si continua e per lui la cosa sembra finire lì.
Tu invece amore mio non hai pazienza ma oggi, davanti a questa prova, saprai che io ho ragione e tu torto. Mi vengono in mente, in maniera così chiara da terrorizzarmi, tutte quelle storie di bambino in cui la verità salta fuori come da un cilindro. Spietata. E come in una sorta di saldo troppo atteso appaga la vittima di tutti i torti subiti. In realtà io non è che abbia bisogno di questo. Se le spiegazioni non fanno più per me, allora, io non credo di aver bisogno nemmeno di questo. Le spiegazioni assomigliano alla paura e quindi le evito e semplifico la vita che conduco: i miei passi sono passi, la strada è strada. La porta di casa mia è la porta di casa mia.
L’abitudine pigramente umana a proseguire senza aver voglia sempre costantemente di capire, forse, mi potrà salvare, non certo le spiegazioni. Chi sa raccontare, spesso, racconta a memoria e io ero così, questo lo so. Per questo non sarò immediatamente perduto, e di fronte a me scorrerà il tempo come adesso sta scorrendo e non lo so nemmeno dire. Amore mio, come vedi io avevo ragione e tu torto.
Alzheimer: sto arrivando a dirtelo; per oggi arriverò, domani forse. Ancora dopo non lo so. Tu allora, io lo so, non piangerai, non certo di fronte a me, ma semplicemente mi dirai che lo sapevi, che lo avevi capito da sola e io so che non sarà una bugia. Ecco perché strillavi ai miei ritardi, dirai. Per paura, non per gelosia. E forse per questo ti amerò di più se possibile, perché, amore mio, ti tocca sempre capire e ammettere spiegazioni; non come per me. E questo sempre di più, finché di spiegazioni ne avrai ancora, per noi e per tutto il resto. Io adesso sono qui, davanti l’uscio, in una mano il giornale che ormai non leggo quasi più ma che so comprare a memoria. Nell’altra il guinzaglio del cane, stretto come l’unico gesto pratico e utile.
Qui il tempo passa a singhiozzi e io lo guardo dalla mia finestra immaginaria sprecando attenzioni che potrei dare a te: scusami se puoi, ma non sempre il tempo è la misura di tutto e non sempre siamo colpevoli di ciò che sprechiamo.
Amore mio, adesso busserò alla porta. E io avrò ragione e tu torto. Forse avrò fatto tardi o forse no. Forse dovrei portare il pane o forse l’ho già portato e rischierei di portarlo due volte. Forse è pomeriggio o forse è persino domani e ancora forse tu ti arrabbierai come fai sempre. Ti arrabbierai con l’aria di chi è stata tradita, di chi mi crede addosso a un’altra donna che non sei tu. Ma adesso ti potrò spiegare davvero, ti porgerò le mie prove – già sorrido – ti porgerò queste prove e ti dirò che io avevo ragione e tu torto. E non ci servirà.

© Katia Colica, 2015

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