Briciole per i passeri [1] di Katia Colica

 

©Katia Colica

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Più veloce di tutto

 

Ha chiuso la portiera e buttato giusto uno sguardo alla sua sinistra per capire se lui mi ha visto; invece è preso da mille cose che non sono io: guarda lo specchietto per decidere se è meglio girare subito e tornare alla pineta o tirare avanti fino alla Lido, dove nessuno si fa troppe domande se ti apparti un po’ in macchina. Il tempo giusto, insomma. Quel tempo lì che varia dalla sveltina al gioco infinito, estenuante, delle parti.

Ora lei guarda avanti e io mi ripasso come in una filastrocca le sue ultime parole: “Via, ora vai via, non stare qui”. Ma sono paralizzata, non muovo un muscolo, solo il vento mi sposta dentro questo vialone rasente al mare. Ora però vai via, via. Via.

Dalina lo sa che non manterrò la parola, almeno questa. “Come faccio a lasciarti andare – ho detto per la terza volta in sei notti porgendo il solito biglietto coi numeri antitratta che non ha preso, che non prenderà – come faccio, spiegamelo tu”. Lei avrà diciassette anni a stento anche se ne dichiara venti, e mi capisce, mi accompagna dentro questo senso d’impotenza che mi porto addosso così, come farebbe una madre nonostante la sua età. Forse perché madre lo è davvero e quando partorisci ti cambia tutto quanto. Ti sembra che tutto il mondo necessiti della tua attenzione: sei madre, sì, ma come dentro un concetto universale; di conseguenza qualsiasi creatura ti tocca proteggerla, non puoi mica lasciarla così, in balia delle cose. Non puoi mica lasciarmi così, Dalina, mentre ti vengo a cercare per una storia che a raccontarla, poi, non serve questo granché. Che a scriverla tutta in fila su un foglio si dilata, diventa enorme e non ci entra mica. La stessa identica storia ricalcata addosso alle tue compagne di marciapiede, compagne fotocopia, lungo questo viale dove arriva il fischio del treno e la musica pop dei lidi.

“È che mia figlia, due anni e due mesi, sta dalla madre di Serghei, il mio ex fidanzato. A cento passi dalla mia, di mamma, che chi lo sa se la vede più sua nipote; Dio, ecco, invece lui lo sa. Serghei mi ha portato qui come si porta una moneta in tasca: un giorno la tiri fuori e pensi che ci puoi combinare qualcosa di utile”.

E l’ha incastrata assieme alla paura qui, dentro questo angolo di strada, in una città a caso tra cento, solo un po’ più bella. “Per via del mare, bella davvero. Tanto bella che la paura di morire sotto i colpi di ogni cliente sembra lontana, come la Romania. Più della Romania. Ma lo vedi quel treno? Io un giorno lo prenderò al volo e arriverò a Silistra. E dovrò essere veloce: più di questo vento di mare. Più della stessa mia fretta. Più di lui che se ne accorge e poi telefona per farmi ammazzare la bambina. Più di tutto questo e di altro ancora che non so dire nella tua lingua. Che non so dire a parole”.

Adesso l’aspetto tornare, mi siedo qui al buio, la mia intervista è pronta, io no. Passa mezz’ora e ancora nulla. Accosta una macchina, lo sportello lato passeggero si apre e uno stivale traballante si appoggia all’asfalto. Ma non è lei, è Ruxandra, invece; è Ruxandra ancora viva.

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