Bipede a quattro mani [8] di Raffaele Rutigliano

farther supereoe

A FATHER FOR LIFE
(ogni riferimento è intenzionalmente casuale)

Voglio i miei figli. Li voglio tutti e due. Lui e lei.
Non posso vederli una sola volta a settimana, e di mercoledì. Alle 15:00 sono già fuori per strada, che corro da loro. A prenderli. Se ci riesco: rubo anche quei dieci minuti per uscire prima. Li aspetto sempre sotto il portone. Quel portone non posso valicarlo. Quel portone è il primo ostacolo per entrare in casa mia. Ora casa di lei, la mia ex, e dei miei figli.
Gli avvocati si parlano troppo. Ma io voglio i miei figli. Troppo poco tempo, troppo poco che il cuore non ce la fa più. Io non ce la faccio più. Anche i miei figli, uno più dell’altro: non ce la fa più. Mi manda le lettere cartacee, di nascosto da quella. Perché se ci sentissimo per telefono, per più del tempo stabilito dal giudice, non mi farebbero forse neanche più avvicinare a loro, mi darebbero dello stalker. Sì, uno stalker. Cioè, io sarei potenzialmente pericoloso…, secondo mia moglie avrei alzato le mani sui miei figli durante tutti questi anni, avrei portato i miei figli sulla cattiva strada,  sarei da “evitare”.
Ma che stamm a pazzia’?
No, ma che pazziare, qui nessuno gioca. Gioco forza, forse…
Ma io non ci casco. Lo faccio solo per loro, la mia vita non riesce a ridecollare.
Da quando ho detto alla mia ex: “Tra noi è finita”, tutto è diventato un inferno. Ma nel mio inferno i diavoli non ci sono, ci sono persone e persone che sostengono le tesi di mia moglie, della mia ex. Le sostengono perché è la madre dei miei figli. Perché dice che sono persona abominevole.
Ha avuto tutto, ma vuole vedermi strisciare ai suoi piedi. Ho detto addio alla mia famiglia per dieci anni, perché voleva così, perché mia madre non le piaceva, perché ci faceva sempre discussione, lei. Ma mia madre è stata la prima a dirmi che se ho fatto quello che mi diceva il cuore non ho sbagliato, perché c’ho provato, ho retto per dieci anni ma alla fine sono scoppiato.
Non ho alzato le mani su di lei, mai, ho solo detto che il mio amore era finito. Lei dice che l’ho menata, non ci sono tracce o referti medici. Non ci sono testimoni, i miei figli dicono che non hanno visto nulla.
Mia figlia da quando mi chiamava papà ora a malapena mi chiama per nome. Il maschio no, vorrebbe venire a vivere da me. È lui che mi manda le lettere di nascosto.
Lei invece mi detesta e fino a poco tempo fa mi diceva che ero il papà migliore del mondo, che con me si divertiva, che ero sempre presente a scuola, che ero il suo grande “papone”. Che come preparavo io la pasta al pesto, nessuno mai. Neanche la madre.
Questi miei stanno diventando sogni sporchi. Non si lavano neanche con il sangue. Il mio gruppo sanguigno dicono vada bene per tutti, tutti possono riceverlo.
Io al contrario posso riceverlo solo da pochi, solo da chi ha lo stesso gruppo sanguigno.
Nessuno della mia famiglia ha il mio gruppo sanguigno. Il mio sangue è più scuro, ma sempre rosso. È un sangue ricercato e introvabile. Ma non basta.
Vogliono che venga svuotato di tutto il sangue buono, che la mia carne diventi putrida, che termini prima coi vermi che non di vecchiaia in una casa, magari con un giardino, con un cane, e con la mia famiglia. Perché vorrei averne una, con una compagna che mi sia vicina, che sia parte della mia vita, come il bisogno dell’aria, del cibo, del sesso.
E vicino ai miei figli, vorrei averne altri, perché mi sento Padre prima di tutto, un custode premuroso delle loro vite, ché poi prenderanno il volo da soli e io sarò lì con loro a tenergli la mano e dargli la spinta al volo.
Ma questo sarà difficile che si attui. Perché i sogni si stanno sporcando. Perché il nero avanza, come petrolio.
Per il momento combatto contro un giudice che ha deciso della mia vita, che ha sostenuto la tesi della mia violenza. Allora perché posso vederli i miei figli se davvero sono quel che dicono? Troppe contraddizioni, troppe. E le forze prima o poi cederanno. Perché loro cresceranno e quel volo potrebbero intraprenderlo da soli, senza di me.
Cercherò comunque di guardarli da lontano, per illudermi di sentirmi chiamare ancora: “Papà”.

Intervento dello scrittore Maurizio De Giovanni nell’ambito del convegno dell’AMI: “La famiglia oltre la separazione. Riflessioni ed esperienze a confronto”, tenutosi il 16-01-2013 (Video di Alessandra del Giudice).

© Raffaele Rutigliano, 2015

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